GAME OF THRONES: IL FALLIMENTO DELLO SCRITTORE

DSC_1484.jpgIn questi giorni, ho sentito le molte opinioni contrastanti sull’andamento dell’ultima stagione di GOT.

LA terza puntata ha aperto un baratro incolmabile, ora che siamo alla fine dei giochi, tra chi ancora riesce a reggere le svolte del telefilm e chi invece trova tutte le incongruenze inaccettabili. Per me è difficile stabilire chi abbia ragione. Ho guardato la terza puntata con occhio privo di aspettative e per questo l’ho apprezzata, pur sentendo anche io una specie di vuoto incolmato alla morte repentina del Night King. Da amante di Cersei da sempre, non l’ho vista come una gran perdita. Io aspetto di sapere cosa accadrà con lei e cosa avrà in mente quello che è uno dei personaggi migliori della serie.

Ma la mia riflessione di fastidio esiste, e non è rivolta al telefilm.

Perché mettere mano, da registi e sceneggiatori, alla storia di GOT deve essere stato difficilissimo. Ancor più difficile adesso, che non esiste un blocco di testo da studiare per poter tirare fuori il meglio. Non esistono, ancora, e forse non esisteranno mai, gli ultimi libri che avrebbero collimato con questa parte della narrazione. Registi e sceneggiatori hanno cercato di abbozzare, di sintetizzare, e c’è sicuramente la supervisione di Martin in tutto questo.

Ma non ci sono i libri. Ed è questo il problema. Per quanto riguarda il mio percorso da lettrice, definisco questo fenomeno il fallimento dello scrittore.

Costruire una trilogia, una quadrilogia e oltre, è un lavoro difficilissimo. Non si tratta solo di impostare una storia, una trama, linee temporali e geografiche che si intrecciano, personaggi che si amano e odiano, che desiderano e falliscono. Si tratta di costruire un impero di vite che necessita di un’attenzione strategica per giungere ad un finale coerente e credibile. Scrivere una storia in più libri è come andar in guerra: è una strategia a lungo termine.

Pensate, se volete capire quanto lungo sia questo termine, che chi ha iniziato a leggere il romanzo all’alba dell’uscita del primo volume, lo ha comprato nel 1996 negli USA. Chi ha iniziato con quel libro ad appassionarsi a questa saga, attendeva un finale da più di 20 anni. Io ho iniziato a leggerlo subito dopo l’inizio del telefilm, era il 2011 se non ricordo male e il mio ragazzo acquistò il cofanetto più il volume unico di Dance with Dragons. E da allora, più nulla.

Due libri attesi dal mondo di lettori intero. Due libri che, lo sappiamo bene, non arriveranno. Se ne arriverà anche uno solo sarò molto sorpresa e pronta a ricredermi. Ma non posso davvero pensare che uno scrittore come Martin possa procrastinare una storia, se quella storia è stata ben strategizzata e strutturata sin dall’inizio.

Non è andata così. Martin ha cambiato la storia in corso d’opera. Ciò che lui aveva in mente di scrivere quando lavorava al primo volume, nel lontano 1991, non esiste più. La sua fantasia ha galoppato, forse anche la voglia di galoppare il successo economico ha avuto la sua in questo. E la storia gli è sfuggita di mano. Senza una strategia di base su come continuarla e soprattutto chiuderla, la storia si è interrotta e il magro compito di chiuderla è andato in mano a persone che sono esperte di scene in video, di effetti speciali, di fotografia… ma non di scrittura.

La scrittura vera, quella intensa, contorta eppure limpida, era di Martin. Era solo sua e non può essere di nessuno, nemmeno dei migliori registi. Lo scrittore ha la penna, i registi la videocamera. E rendetevi conto, quando criticate l’ultima stagione, che immensa difficoltà ci sia stata a rendere visivo qualcosa che non esiste e non sta esistendo. Che se esiste, è solo nella mente di Martin. E non su carta, non su libri, non dentro di noi come lo è il resto della storia che abbiamo letto sino ad ora.

Martin ha fallito, per me. Ha distrutto la sua storia stupenda. Che era un fantasy ma non solo, era un gioco simmetrico, una sfida, un mondo in cui non c’è solo bene o male, ma realtà. Non eroi e mostri, ma persone vere, con desideri infranti, passioni e sogni impossibili. Il mondo da lui creato eravamo tutti noi ed è per questo che lo abbiamo amato e odiato.

Martin ha fallito, abbandonando i suoi personaggi, il suo mondo. Il mostro finale, il cattivo non era il Night King. Ma lo scrittore stesso, che li ha lasciati appesi, in tanti, a fili di una storia che non finisce perché chi ha letto i libri non può accontentarsi del telefilm, e chi ha guardato il telefilm si è accorto, nonostante non abbia letto i libri, che sotto lo strato di immagini delle ultime stagioni non c’è la terra, non c’è il sangue e la vita che c’erano al di sotto delle prime stagioni.

Martin ha tradito i lettori, ed  è una cosa che come lettrice non gli perdono. Quando si scrive una saga, la si deve pianificare in tutto e per tutto. Se qualche regola esiste nella scrittura, questa è una di quelle.  Penso a Nevernight, con lo scrittore alacremente al lavoro per l’ultima parte della trilogia. Ha detto che uscirà a settembre 2019 e così sarà. Perché i lettori non si prendono in giro. La storia di uno scrittore non esisterebbe nella realtà, se nessuno la leggesse. Siamo noi a darle vita.

Penso a Divergent, a Harry Potter, al signore degli anelli, a the witcher. Sono tutte saghe complete. Di alcune esiste film, presto di Witcher ci sarà il telefilm su netflix che attendo da tanto. Ma tutto è venuto non prima che il romanzo fosse quanto meno terminato nella mente dello scrittore. Ma cos’è questo se non inseguire il potere del soldo a scapito del potere della fantasia sulla nostra realtà?

Se anche domani uscisse il penultimo libro, se anche lo leggessimo – e probabilmente lo faremmo, se non altro per disperazione, per dimenticare le incongruenze dell’ultima stagione – cosa ne sarebbe comunque di questa storia dentro di noi? Era così necessario, così importante per lui, dare adito a una produzione televisiva ancor prima di concludere il romanzo? Quale brama aveva di accettare di far iniziare questo progetto, mentre il suo non era ancora lontanamente terminato?

Tutti pensavamo che i due libri sarebbero usciti in tempo, prima della fine della serie. E invece no. Perché non vi era – semplicemente – pianificazione.

Spreco di parole, spreco di libri, spreco di edizioni e di ristampe e copertine diverse e libri illustrati e merchandising e magliette e tazze, cuscini e cosplay… e non abbiamo uno straccio di finale!

E sappiamo già che quello che avremo dal telefilm, per quanto sudato, riuscito, non sarà che una squallida parte di quello che avremmo potuto vedere se i libri fossero stati scritti. La fantasia richiede nutrimento. E Martin ce lo ha negato. Forse è un uomo in crisi, forse vive nell’incubo di ogni scrittore, il blocco famigerato. Forse si è dato ad altro, come ha fatto del resto anche un’altra artista alla quale non ho perdonato di non aver dato un finale alla sua storia. Mi riferisco a Nana di Ai Yazawa.

Speculazioni e voci pretendono di darci informazioni concrete su quanto accade nella vita di uno scrittore, ma so per certo che quando una persona non riesce a finire una cosa, un progetto, è perché ha perso lo slancio iniziale. Perché l’entusiasmo iniziale si è svuotato, a causa di eventi imprevisti durante il corso dei lavori. Ma cosa c’è di più entusiasmante al mondo del sapere che milioni di persone vivono per sapere come GOT andrà DAVVERO A FINIRE? Nel libro, non nella serie che ormai è finita già da tempo. Un uomo solo tiene in pugno la fantasia di milioni di persone sulla Terra. E non sa che farsene

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VITA NOSTRA (Metamorfosi #1) – MARINA AND SERGEY DYACHENKO

Risultati immagini per vita nostraMi trovo ad affrontare un problema. Parlare di un libro che sicuramente non ha letto nessuno che leggerà questo blog. Le circostanze che rendono questo libro poco noto quanto di difficile lettura sono molte e vanno messe a necessaria premessa della mia recensione.

Vita Nostra è il primo volume di una trilogia fantascientifica russa. Gli autori, i coniugi Dyachenko, sono riusciti a trovare un traduttore valido per farselo tradurre in lingua inglese. Ergo, adesso è possibile leggere il primo volume tradotto, mentre per gli altri sarà necessario attendere. Purtroppo non so quando, ma già il pensiero di aver concluso un romanzo proprio ieri notte, sapendo di non poterlo continuare, a me sfianca non poco. Quando ho iniziato la lettura, credevo che fossero stati tradotti anche gli altri tre.
Mi sbagliavo.

Grossolani errori da lettrice di trilogie a parte, credo di aver semplicemente trovato, e siamo solo a febbraio, il libro più bello dell’anno 2019. Premessa la mia nota attrazione per il genere fantascientifico e per i romanzi russi, non ho faticato a pensare che la lettura di Vita Nostra mi avrebbe portata su lidi prediletti. Ma non immaginavo a tal punto!

E ora? Come ve lo racconto? Come, senza spoiler? Come, senza negarvi il piacere della confusione in cui si naviga, ciechi e incoscienti, per tutto il tempo della lettura? Come, se so che ancora per molto tempo questo libro resterà non letto, dato che ho i miei dubbi che verrà tradotto in italiano?

Ci provo.

La protagonista di questa storia è una ragazzina di diciotto anni di nome Sasha Samokhina. La ragazza, che a breve dovrà decidere il suo percorso universitario, con una spiccata preferenza per la Filologia – dettaglio all’inizio ininfluente, che in realtà adesso mi appare come fondamentale – va in vacanza al mare con sua mamma, unico membro presente della sua famiglia. In questo luogo, viene intercettata da un uomo misterioso, ambiguo e determinato, che l’avvicina con premesse allucinanti: Sasha dovrà fare per lui una serie di esercizi di disciplina sino a nuovo ordine, e se mancherà a questi esercizi, lui provocherà dolore e sofferenza a lei e intorno a lei, ai membri della sua famiglia.

Sasha, confusa e terrorizzata, accetta di sottoporsi a questi esercizi, terorizzata dal pensiero di cosa potrà accaderle, mutando drasticamente le abitudini della sua vita e rendendosi conto che, per davvero quando sgarra, qualcosa di brutto accade intorno a lei (il nuovo compagno della madre, Valentin, ha un principio di infarto).
Terrorizzata al pensiero delle conseguenze della sua mancata disciplina, Sasha accetta l’imposizione dell’uomo misterioso di non seguire il corso di studi da lei scelto, ma di iscriversi presso una misteriosa università nella città sconosciuta di Torpa e le verrà chiaramente detto che non potrà rifiutarsi in alcun modo, esattamente come lo era stato per gli esercizi di disciplina.

Sottoposta a una tale schiavitù e manipolazione della sua persona, al limite del dittatoriale (cosa che in un romanzo russo ha sempre quella carica di terrore buio di un certo livello), Sasha si trasferisce a Torpa, paesello sperduto nel nulla e nella neve, dove intraprende un corso di studi… molto particolare.

Non si tratta di una accademia militare (vedi Poppy War), né di magia (vedi Harry Potter), ma di un vero e proprio programma di decostruzione mentale dell’essere umano, con ritmi pesantissimi da seguire (durata di 5 anni), forte propensione alla disciplina e forte sensi di colpa instillati negli studenti che, se non diligenti, si vedranno puniti sempre nell’ambito personale, vedendo sparire e decedere i propri cari o persone amate.

Sasha si rende conto ben presto di essere stata trascinata e costretta a questa vita  senza possibilità di scelta, esattamente come lo è stato per gli altri studenti del suo anno. Si accorge, per altro, che gli studenti più grandi, quelli del secondo e terzo anno, sono delle persone assurde, dei veri freak e che il motivo di questa trasformazione sta proprio nella tipologia del corso di studi. Inoltre, degli studenti del quarto e del quinto anno non vi è alcuna traccia in questa scuola…

Agli studenti è noto solo che alla fine del terzo anno saranno sottoposti a un importante esame intermedio che deciderà il loro futuro percorso all’interno di questa scuola. E di questo esame, temutissimo, nulla si conosce.

Difficile andare oltre queste premesse, il resto è tutto da scoprire, ma se quello che vi ho raccontato vi ha un po’ inquietati beh, sappiate che non è niente rispetto a ciò che accade per circa 500 pagine di romanzo. Questo era solo l’inizio!

Sasha è un personaggio femminile molto forte e determinato. Estremamente sensibile nei confronti della sua famiglia, legata ai suoi ricordi, si trova calata in un ambiente estremo e crudele dal punto di vista mentale, che la porta a subire una trasformazione emotiva senza precedenti. Il romanzo è un complesso lavoro filosofico, linguistico e scientifico, che ne rende la lettura complessa e a tratti difficile, come se il lettore stesso si trovasse all’interno dell’università frequentata dalla ragazza.

Il titolo fa riferimento a un verso del Gaudeamus, l’inno della scuola, che recita appunto Vita Nostra Brevis Est, ed è il fulcro attorno al quale ruota l’essenza di questa storia. Una storia che ti cala in un mare oscuro di domande su cosa voglia dire essere umani e su cosa sia la personalità, la memoria, la vita stessa. Un romanzo che non è solo storia avvincente, ma la sfida per il lettore di sapersi mettere in discussione fino a distruggersi interiormente. Vi dico solo che dopo aver letto l’ultima pagina – dove NESSUNA risposta viene data, ma solo ulteriori domande – ho avuto annichilenti incubi. Leggere questo romanzo mette in moto dei processi arcani e oscuri, qualcosa di esoterico e di inafferrabile che finisce per decostruire anche la mente del lettore e portarla su piani e livelli impensabili. Ho riletto il finale del primo volume almeno quattro volte e ancora adesso non credo di aver davvero compreso la portata di ciò che è accaduto.

Adoro i finali aperti, ma questo… è stato veramente troppo!

Io non so cosa questi due scrittori avessero in mente quando hanno scritto una storia simile, ma a tratti ho avuto quasi paura di essere io stesso trasformata. Di non essere solo lettrice distaccata, ma di subire la lettura di questo romanzo senza poter far niente per fermarmi.

Certamente leggerò il seguito così come è certo che dovrò rileggere questa storia almeno una seconda volta, perché molto mi è rimasto oscuro di quanto letto, complice un inglese difficilissimo di livello alto e una presenza di disquisizioni filosofiche – di cui, almeno a scuola, non sono stata mai molto fan – ma che inevitabilmente mi hanno affascinata quando applicate all’evoluzione della protagonista.

La lettura di questo romanzo è un segreto che non può essere nascosto a lungo, ma forse dovrebbe.

E io vorrei sapere il russo per sapere cosa succede negli altri due volumi, maledizione! Fate presto con questa traduzione!

 

IL CIRCO DELLA NOTTE – ERIN MORGERSTEN

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Ok. Faccio un grosso respiro. Mi preparo psicologicamente. Mani alla tastiera, per raccontarvi il Circo della Notte di Erin Morgersten. Per raccontarlo soprattutto a chi ancora non abbia avuto la fortuna di imbattersi in una simile lettura. Ormai pubblicato già da molti anni, adorato da molti dei lettori di cui amo seguire video e recensioni, ebbi la fortuna di trovarlo in un Charity Shop a Portsmouth. Il volume, che vedete nella mia foto qui in alto, era completamente nuovo, mai aperto e probabilmente mai letto. Stranissimo, pensai. Tutti ne parlano un gran bene e poi c’è questa copertina… bianco e rosso su nero, così misteriosa, e le due silhouette che si guardano, tra sfida e sorpresa… Questo libro ha qualcosa da dire, da raccontare. Così lo acquistai, per pochi centesimi.

Sono passati due anni dall’acquisto e poi è arrivato Natale, e le feste di Capondanno del 2019, e quella mia solita voglia immensa di evadere dalla odiata routine dicembrina. Ho iniziato a leggerlo ed è stato come fare un viaggio bellissimo in un altro mondo.

Il Circo della Notte è una invenzione magica, colma di illusioni e misteri, il teatro perfetto in cui i protagonisti, la bellissima Celia e il misterioso Marco ingaggiano una sfida voluta non da loro, ma da un destino che li ha scelti – forzati direi di più – a farsi antagonisti di un duello magico che dura da tantissimo tempo e che non si è mai esaurito, che vede nel loro incontro/scontro l’ennesima partita di una lotta infinita.

Celia padroneggia la magia in maniera sublime. Trasforma tessuti, colori, forme, animali ed è in grado di donare agli spettatori affascinati le immagini dei loro sogni e incubi. Marco, più razionale e  meditativo, studia la magia ancestrale, quella oscura, fatta di vincoli e simboli neri, che lega persone agli oggetti, che muove il tempo e lo spazio. Assieme, avvinti dalla magia del Circo della Notte che viaggia in giro per le grandi capitali del mondo, Londra, Parigi, NY… vivranno questa splendida avventura ricca di fascino e di mistero. Ma attorno ai due personaggi principali, si muovono altre figure non meno cariche di simbolismo e di significato, pronte ad affacciarsi al fianco di uno o dell’altro protagonista, in questa sfida dai misteriosi contorni e dall’ancor più misterioso finale.

Il Circo della Notte è magia, è sfida. Ma è anche amore. Raccontato con delicatezza, con passione e profondo dolore. E’ un romanzo fantasy, per un target decisamente non adolescenziale, tutt’altro. Molte sono le sequenze oscure, sanguinolente e violente del romanzo. La Morgerstern non ci risparmia nessuno dei sacrifici sui quali il Circo della Notte fonda le proprie basi oscure e questi sacrifici richiedono anche un tributo di sangue.

Il Circo della Notte, ancora, mentre ne insegui la topografia in un tempo non sempre regolare (occhio alle date in cima ai capitoli, nascondono sorprese!), si stratifica di significati via via più oscuri. E’ la storia di Celia e Marco, ma anche la storia di un sogno, la storia di un cuore palpitante e scisso, che cerca di fondersi e tornare all’unità. Il mistero cala sulla figura della scrittrice che, per aver creato un simile mondo così originale e simmetrico, deve portarsi dentro una storia non da poco, una fantasia spiccata.

Scopro così che la Morgersten è anche pittrice. Tutto si spiega. Il romanzo non è raccontato: è dipinto. I capitoli si snodano, brevi e intensi, come tanti dipinti, scene visual, che giocano con i colori del bianco e del nero, con gusto pittorico e diorama di personaggi, di statue di marmo, di cieli oscuri e tendoni da circo che sovrastano gli spettatori. E anche il lettore. Decisamente, non il libro giusto per chi non ama le descrizioni, perché tutto si basa su esse, nel Circo della Notte.
Descrizioni in luogo di personaggi e azioni, vivide, cangianti. E una trama non banale, mai scontata e con rivolgimenti e colpi di scena mozzafiato.

C’è poco da fare. Bisogna acquistare un biglietto per questo Circo ed entrare quanto prima. Perdersi in questa lettura e prepararsi al profondo senso di solitudine e abbandono, una volta usciti dal Circo della Notte per l’ultima volta.

AND I DARKEN – KIERSTEN WHITE

Risultati immagini per and i darkenDopo aver letto The Poppy War, sapevo che sarebbe stata dura prendere in mano un altro libro e che qualsiasi cosa avrei scelto, avrebbe inevitabilmente risentito del vertiginoso crollo dalle altezze di quel capolavoro che ho tanto amato.
Ho iniziato, dunque, The Conqueror’s Saga di Kiersten White, che comprende i seguenti volumi: And I Darken, Now I Rise, Bright We Burn.

In italiano, il primo volume è stato tradotto col titolo Io sono Buio. Ammetto che era davvero difficile rendere in traduzione il titolo inglese che, adesso che ho terminato, sta a significare qualcosa del tipo “ed è così che io passo al lato oscuro”, nel senso di “incattivirsi” o passare ad azioni negative. Io sono Buio non mi pare la migliore delle traduzione,  ma del resto non ho nulla di meglio da proporre e usare il titolo “Vado al lato Oscuro”, avrebbe creato qualche conflitto di interessi con un’altra ben nota saga!

Detto questo, la trilogia non è un fantasy. Si tratta più della rielaborazione in chiave fantastica, totalmente rivisitata in termini emozionali, della vicenda dei fratelli Radu e Vlad Dracul. Vi dice qualcosa? Esatto. Si fa riferimento a quel segmento storico della Valacchia in cui è comparso il personaggio, poi diventato mito popolare e cinematografico, di Vlad l’Impalatore. Vlad Dracul, che ha poi ispirato la storia del conte Dracula. Dracul infatti, nella lingua rumena, significa drago – lo stemma che fu proprio della famiglia dei Dragwlya.

La scrittrice, quindi, riprende per filo e per segno gli eventi storici di cui i due fratelli si sono fatti protagonisti, il loro incontro – scontro con l’Impero Ottomano di Maometto II e regala una sua rivisitazione romanzata della vicenda, aggiungendo ai protagonisti realmente esistiti, personaggi immaginari e vicende rivisitate, sulla riga di quelle reali.

La più grande prova di rivisitazione della storia ce la da con una trovata straordinaria – nel bene o nel male, per alcuni – cioè trasformare Vlad l’Impalatore in una donna. Per farlo, però, la scrittrice ha lasciato integro il nome del personaggio (Ladislav), dando alla protagonista il nome diminuitivo di Lada. L’incongruenza dei nomi ha scatenato non poche polemiche per i lettori rumeni, sia per l’evidente violazione della storia del personaggio, in Romania molto famoso ancora adesso, sia perché la protagonista avrebbe dovuto chiamarsi al più Vladislava, ricevendo poi il nominativo Vlada, e non Lada.
Tra queste e altre polemiche sul modo in cui la scrittrice ha trattato le descrizioni inerenti la religione musulmana e i rapporti con gli Ottomani, la trilogia è stata ben presto bersagliata e criticata per essere stata molto pretenziosa. Per quell’attitudine che gli scrittori americani hanno di impadronirsi di eventi accaduti in Europa, per poi rimaneggiarli in modo improbabile. Sebbene io non mi senta coinvolta personalmente dalla cosa, in quanto non conoscevo nel dettaglio le vicende di Vlad e Radu prima di informarmi pro lettura, capisco il fastidio provato: lo stesso che ho provato per esempio leggendo gli stereotipi inerenti l’Italia nel recente Vox.

Posta questa rilevante questione sulla violazione di un pezzo di storia della Romania da parte di un romanzo americano, sorrido al pensiero di leggere una storia che possa parlare di RomolA e Remo e sento di comprendere come sarà risultato leggere questo abominio per i lettori vicini alla cultura rumena.

Escluso – se si può escluderlo – questo grosso elemento a sfavore della storia, la lettura a me è piaciuta moltissimo. I personaggi? Li ho semplicemente adorati . I due fratelli, diversi come la notte e il giorno, il loro rapporto di odio amore, la loro solitudine, l’abbandono. Tutti discorsi che a me attirano come la luce fa con la falena e che fanno parte, di fatto, del romanzo che sto scrivendo. Mi è molto piaciuto leggere i loro discorsi, i loro pensieri. Radu, bello ma debole e Lada, incontrastata, forte, con grosse difficoltà ad accettare la sua femminilità e la paura enorme di perdere la libertà, sacrificandola a un uomo. In aggiunta, il romanzo prende piede con la storia politica degli Ottomani e il rapporto dei due fratelli con Maometto II, che dai due fratelli è irrimediabilmente attratto.

Molta politica dunque, molti discorsi, narrazioni e descrizioni di natura militare, la qual cosa mi ha indubbiamente soddisfatta. Una lettura non facilissima, secondo me, perché la scrittrice mette in mostra una prosa densissima. A tratti veloce e spedita, specie nelle azioni veramente coinvolgenti, a tratti lenta e malinconica, specie quando i personaggi principali si lasciano andare a dubbi, ricordi e pensieri oscuri.
La definirei una storia d’amore? Mah, l’amore in questo libro è il nemico, secondo me. E come tale viene combattuto con tutte le armi possibili. Manipolazioni, scelte politiche, allontanamenti, dolore, menzogne. In questo è sicuramente un romanzo Oscuro, come prometteva il titolo e i personaggi ce la mettono tutta per distruggere, loro malgrado, tutto ciò che amano, mettendo a dura prova più di una volta il loro rapporto.

Mi riservo di dare più commenti sulla trama con la lettura dei prossimi due volumi, ma per il momento ne sono molto soddisfatta. Forse, se la scrittrice avesse creato un mondo di sana pianta in cui raccontare la medesima storia senza scomodare quella rumena, si sarebbe guadagnata un plauso maggiore, perché la vicenda ha tutti gli elementi per risultare affascinante e accattivante, anche senza dover necessariamente pensare agli eventi storici realmente accaduti. Proprio come era stato con Poppy War, dove si parla di eventi incorsi in Cina, ma il mondo è totalmente inventato, i nomi cambiati, creando così la giusta distanza dagli eventi storici che portano, inevitabilmente, con sé il peso delle azioni umane.

Ma evidentemente, la scrittrice è molto attratta da questa storia, dimostra di averla approfondita molto anche se è, culturalmente, distante da essa e forse non è riuscita a cogliere appieno il significato di certi eventi, come è normale che sia, supponendo, per dire, che non abbia vissuto in Romania e non abbia parlato con persone del luogo in merito alla vicenda. La sua biografia in rete non menziona nulla in merito!

 

THE POPPY WAR – REBECCA F. KUANG

Risultati immagini per THE POPPY WAR - REBECCA F. KUANGEra da tanto che non terminavo un libro, disperandomi. E pensare che se non fosse stato per un evento casuale, forse non avrei mai letto The Poppy War e non ne avrei sentito parlare.

C’è questa artista vietnamita che seguo su Instagram da un po’, la quale ogni tanto offre delle brevi recensioni sui libri che legge. Le piace il fantasy, divora tutte le novità, ma le sue recensioni sono spesso molto brevi, secche e perentorie: di tutto quello che legge, di rado le piace qualcosa in modo viscerale. E’ molto critica, per lei molte delle cose che legge sono stronzate, letture con personaggi scadenti e banali. A un certo punto però legge The Poppy War e ne resta fulminata, a tal punto da menzionarlo per giorni, a tal punto da cambiare a ribasso tutte le votazioni degli altri libri letti, per poter dare a questo romanzo ben cinque stelle, massimo voto su Goodreads.

Qualcosa di questo romanzo l’ha colpita. A tal punto da arrivare ad adorarlo come non ha fatto con gli altri. Siccome a me piace lei, nel suo essere oscura, dark, cinica e un po’ felina come artista, mi sono immediatamente procurata il romanzo. E, per la ben nota proprietà transitiva, non ho sbagliato: questo romanzo mi ha scioccata, sconvolta e sono assolutamente d’accordo nel dargli quelle cinque stellette.

Ma vi dico la mia. The Poppy War è un fantasy con luoghi, ambientazioni e personaggi totalmente inventati, che però si ispira sotterraneamente, ma nemmeno tanto, alla carneficina di Nanchino, un evento storico macabro avvenuto nei primi anni del 900 tra Giappone e Cina, dove il Giappone ebbe ruolo di carnefice e massacrò, violentò e ammazzò gli abitanti di questa provincia cinese. La scrittrice infatti, su questo argomento, ci ha fatto la tesi di laurea.

Ma il suo romanzo non parla di questo. La scrittrice prende la storia da un punto di vista diverso. La protagonista, Rin, è una ragazza che vuol diventare un soldato e fa di tutto per entrare in una Accademia, che si trova a Sinegard – grande capitale del suo regno – per sfuggire al suo destino orribile di orfana data in matrimonio a qualche vecchio commerciante che l’avrebbe usata solo per far figli.

Tanta è la determinazione, tanto lo studio e la forza di volontà, che Rin riesce a entrare in Accademia, ed è lì che la sua vita vera inizia. Una vita fatta di sacrifici, studi, dolore e molti problemi con gli altri compagni di Accademia, che muovono verso di lei molte accuse di razzismo, sessismo e quant’altro. Ma non finisce qui. In aggiunta alle difficoltà che le si presentano, Rin scopre di avere di fatto anche l’astio di alcuni insegnanti di arti marziali, fatta eccezione per l’enigmatico professore di Cultura e Tradizioni, il quale misteriosamente sembra interessato solo a lei, tra i tanti studenti. E a lei sola insegnerà la sua materia, aiutandola a scoprire sé stessa e l’immenso potere di cui Rin può farsi veicolo grazie alla sua forza di volontà.

A prescindere dalla protagonista – carismatica, ma colma di crisi, femminile nel suo essere forte e resistente al dolore – tutti gli altri personaggi sono da sogno. Possenti veri, ben descritti, non banali, ben caratterizzati. Le ambientazioni sono dettagliate e non lasciate al caso, eppure non eccessive o sproporzionate. La costruzione del mondo alle spalle di Rin è verosimile, proprio perché dietro il mondo inventato dalla scrittrice altro non vi è che la Cina, con le sue tradizioni, i I Ching, la sua musica, i suoi colori e la sua cultura. Solo che a tutto il mondo sono dati nomi nuovi, inventati, fantastici, di modo da poter dire certe cose mantenendo la giusta distanza con i fatti reali della storia sino-giapponese che menzionavo sopra. Indubbiamente, la scrittrice qui non aveva solo l’intento di tirar su un gran fantasy, ma anche muovere una denuncia specifica a determinate consuetudini di guerra, inerenti i fatti storici del suo paese e del Giappone, che fu avversario.

The Poppy War è una storia fortissima, molto cruda, violenta, assolutamente non destinata a un target di giovanissimi. E’ un romanzo maturo e spietato, sulla sopravvivenza, sulla guerra e la morte. Non c’è spazio per l’amore, per i sentimenti, per la melanconia. Tutto è morte e distruzione, e se non è morte allora è fatica, dolore, volontà e senso di autoconservazione per la protagonista e i personaggi, amici e nemici, che la circondano e che sono calati in una vita terribile, in un mondo disumano, dove a piccoli sprazzi di serenità si alternano gigantesche catastrofi e scene da brivido, che più di una volta mi hanno lasciata a bocca aperta per la maestria con cui sono state raccontate. Troppo reali per non essere vere…

E infatti, sono ispirate a Nanchino, come detto sopra.

Questo è il miglior fantasy storico che io abbia mai letto, senza alcun dubbio. E’ parte di una trilogia e il secondo volume sarà pubblicato nell’estate del 2019. Attenderò con trepidazione di poter conoscere la storia di Rin e le evoluzioni della sua gigantesca storia di vita e di guerra!

VICIOUS (Villains #1) – V.E. SCHWAB

Vicious (Villains, #1)Inseguo e caldeggio la lettura di questo romanzo da moltissimo tempo. Parliamo di una uscita, se non vado errando, risalente al 2013 che, per altro, ha già riscosso tutto il suo plauso tra gli appassionati di dark fantasy. Ma si sa, io arrivo sempre tardi su tutte le letture, devo sentire la “chiamata”, quell’impulso o slancio irrefrenabile a leggere un romanzo, quella voglia di tuffarmi in una storia, in un momento personale in cui mi sento pronta ad accogliere nuovi personaggi e nuove idee.

Letto in due giorni. La chiamata è stata così assecondata per una delle più belle letture, voglio sbilanciarmi, fatte nel 2018. La trama è presto detta: Eli e Victor sono due studenti prodigio, entrambi dal carattere decisamente dominante , il primo però molto religioso e l’altro invece nichilista e con una mente molto, anzi troppo, razionale e fredda.
Durante la preparazione di una tesi per un esame, quando entrambi hanno ventun anni, si trovano a discutere della possibilità per l’essere umano di diventare EO: esseri straordinari (Extra Ordinary nella versione inglese). Che, per farla breve, per come la intendono loro, è un tentativo di capire come si diventa X-Man, in parole povere.
Due sono i motivi per cui si diventa EO in ogni storia che si rispetti: per via della natura, come per Superman, o per via di un evento scatenante esterno, come per Spiderman.
Però la scrittrice rielabora il tutto e butta giù davvero in modo originale una materia non nuova, lasciando che a poco a poco si dipani il loro interesse, l’entusiasmo e l’ossessione infine, per questa materia di studio da parte dei due amici, il cui rapporto smosso da questa ricerca di risposte che trascende il reale – e anche l’etico, diciamolo – inizia a incrinarsi pericolosamente, in una linea di fuoco pazzesca tra simbiosi e odio viscerale. Perché, incredibile a dirsi ma vero, assieme i due geni senza limiti riescono davvero a trovare il modo di sviluppare queste potenzialità straordinarie, ma il modo che riescono a scoprire è doloroso, traumatico e non privo di compromessi e sacrifici.

Ora, inutile dire che se avete amato Frankenstein, se amate gli X- Man e siete stati tra quelli che impazzivano ai tempi in cui andava la serie Heroes – come la sottoscritta – questo romanzo fa per voi ed è il caso, se ancora non vi ci siete imbattuti, che lo recuperiate.

Perché in aggiunta alla tematica, forse non originale, si accompagna la prodigiosa penna di Victoria Schwab, che io ho trovato eccezionale. T’acchiappa, t’afferra dal primo istante. Capace in modo sublime di creare personaggi vivi, vividi e che fanno scintille da soli, ma soprattutto quando si incontrano, nei dialoghi e nel loro modo di osservarsi, scrutarsi. La serie di romanzi di Vicious è titolata anche Villains, e questo la dice lunga sui protagonisti del romanzo: personaggi senza scrupoli, malefici? Sì, ma con un buon lavoro psicologico alle spalle.
Il male di cui ci parla la Schwab in questo romanzo è il male vero e puro, fatto di dubbi, compromessi, rimorsi e paure, o agghiacciante assenza di essi. Eli e Victor sono cattivi – nel senso canonico previsto dall’etichetta tipica di un romanzo dark fantasy – ma hanno i loro motivi, il loro mondo interiore cupo e angosciante a muoverli e la scrittrice non lo lascia da parte o in sfondo, anzi fa in modo di metterlo al centro delle loro scelte, sempre presente in ogni situazione e non lasciato a margine di una cornice che prevede solo azione e poco altro.

Di azione ve n’è tanta, ma sempre misurata dai movimenti emotivi e interiori dei due protagonisti, attorno ai quali il mondo e i personaggi minori si muovono con riverenza e assoluto timore.
Sono cattivi, dunque, in un mondo imperfetto fatto di deboli e di persone che non osano, sono superiori non già per le scoperte incredibili che faranno, ma per il loro sentirsi tali già da principio della storia. Diversi – qualcuno direbbe psicopatici? – intenti a distaccarsi da ogni legame emotivo per toccare con mano la conoscenza uno, il divino l’altro. Due facce di una medaglia nera e senza speranza di illuminazione.
Già nei prossimi giorni, incomincio a leggere Vengeful, il seguito uscito quasi due mesi fa, prontamente recuperato dopo essere rimasta a bocca aperta per il finale della prima parte. E non nascondo di voler leggere praticamente tutto quello che ha scritto la Schwab, sento un feeling particolare con le sue tematiche, i suoi contenuti e la sua visione del mondo fatta di ombre, oscurità e machiavellismo senza limiti.

IL DOTTOR ZIVAGO – BORIS PASTERNAK

5221537Finalmente ho terminato la lettura del Dottor Zivago. Questo romanzo è stato scritto da Boris Leonidovič Pasternak e  pubblicato in anteprima mondiale in Italia nel 1957 dalla casa editrice Feltrinelli. Ebbene sì! Sfuggito alla censura russa, questo romanzo fu pubblicato per la prima volta da noi, addirittura non nella propria lingua originale  Il romanzo, a lungo osteggiato dal regime comunista, fu pubblicato in Russia solo nel 1988. Fu l’unico scritto da Pasternak e meritò il premio Nobel per la letteratura pochi anni prima della morte dello scrittore, anche se non gli fu possibile ritirarlo per motivazioni politiche. I servizi segreti britannici tentarono di esportare segretamente una copia in russo dell’opera, fondamentale per ricevere il Nobel, ma il KGB minacciò Pasternak di esilio dalla Russia, ed egli fu costretto a rifiutare appunto il premio, vivendo gli ultimi anni della sua vita tra stenti e povertà, ma senza abbandonare la terra madre.

Fatte queste premesse non molto rallegranti, inizio col dire che questo romanzo deve essere letto. A tutti i costi. Non fosse altro per le drammatiche vicende che hanno riguardato lo scrittore e per la fortuna che questo romanzo ha avuto in Italia.
Indipendentemente dal livello delle vostre precedenti letture in campo letterario, indipendentemente dai vostri gusti di lettura e anche sfidando l’inevitabile mole di tempo che una tale lettura normalmente richiederà, questo è uno dei romanzi che va letto e tenuto in cima alla libreria di casa.
E’ vero, come ho già detto nei post precedenti, i romanzi russi non sono facili. Ma questo, insospettabilmente, si è rivelato non solo non facile, ma difficilissimo. Con tutto il rispetto e l’amore che provo per Dostoevskij, mi trovo costretta ad ammettere che la lettura del più grosso dei suoi romanzi non ha comportato tutte le difficoltà che ho riscontrato nella lettura del Dottor Zivago. E devo dire che non me l’aspettavo. Del resto ci troviamo non casualmente di fronte alla lettura di un Premio Nobel, sicché appare evidente, sin dalle prime righe, come questa storia abbia colpito, in modi diversi, più tipologie umane.

Ma andiamo per ordine. La trama è piuttosto nota e di per sé molto semplice. Seguiamo le sorti e la vita di Yuri Zivago sin dal suo primo battito di vita difficile, alla luce della morte della madre, sino al giorno della sua morte. Yuri Zivago è un ragazzo, poi uomo, dalla sensibilità profonda e dal carattere complesso. Capace di osservare la natura e i fenomeni con l’occhio del presagio e del fascino un po’ romantico da poeta, sin da subito mette in chiaro con sé stesso di volersi dedicare, per lavoro, alla carriera medica, pur non sottovalutando il suo fascino e la sua attrazione per la poesia, suo grande amore. Durante il corso della sua vita e delle sue esperienze e incontri, prima all’università, poi nella famiglia adottiva e infine durante la Rivoluzione russa e la guerra, egli percepirà sempre ogni evento o persona con l’occhio affascinato e attento di un visionario, tracciando indelebili memorie della sua esperienza in una finale opera poetica che gli crea in vita tantissimi problemi e che però lo consacra, nella posterità, come un grandissimo poeta, apprezzato da tutta la Russia. In questo arco di tempo, Zivago sposerà dapprima la quasi sorellastra Tonja, alla quale viene fatto promettere sposo dalla madre di lei ( e donna che lo ha adottato e cresciuto) in punto di morte. Ma il suo cuore batte segretamente e con forza e passione per Lara, o Larisa Antipova, una ragazza cresciuta come lui a Mosca, che Zivago incontrerà più volte nel corso della sua vita senza mai riuscire a parlarle o ad approcciarsi a lei, e sempre in situazioni difficili.
Lara infatti è una sartina che vive con la madre. Sono molto povere e per mantenersi fanno affidamento a un uomo di nome Komarovksij, ricco e lussurioso, il quale non esiterà a usare Lara per i suoi scopi subdoli, mettendola in condizione di doversi vendere a lui per mantenere sé stessa e la donna. Liberatasi finalmente da questa figura scomoda, Lara sposerà un suo amico di infanzia, Pasha Antipov.
Da qui,  e precisamente  a seguito dello scoppio della Rivoluzione, le vite di Lara e Yuri si incroceranno anche sentimentalmente, nonostante i loro reciproci legami, vedendo il loro amore segreto cementato dalla guerra e da numerosi altri ostacoli dovuti al temperamento e alla personalità romantica dei due, che tanto li rende simili e li allontana dal resto del mondo. Naturalmente non dico di più per non rovinare la lettura a chi non ne avesse mai sentito parlare.

Parliamo di personaggi e di atmosfere e ambientazioni. Devo dire di essere rimasta profondamente colpita dalle incredibili capacità di Pasternak di tratteggiare così vividi individui. Il personaggio che sicuramente ho preferito è Strel’nikov, uno degli uomini più spietati a capo della Rivoluzione, del quale val la pena riportare l’emozionante descrizione che ne abbiamo dalla poetica mente di Yuri:

Come era stato possibile fino ad allora, fra tanta folla di conoscenze incolori, non farne una così significativa come con quell’uomo? Perché la vita non li aveva fatti incontrare? Come mai le loro strade non si erano incrociate? Senza sapersene dire il perché, gli appariva subito chiaro che quell’uomo incarnava una compiuta espressione della volontà. A tal punto era ciò che voleva essere, che ogni cosa in lui e addosso a lui sembrava esemplare: la sua testa armonicamente costruita e atteggiata, la rapidità del suo passo, le sue lunghe gambe negli alti stivali, forse anche sporchi ma che apparivano lucidi, la camicia militare di panno grigio, forse anche sgualcita, ma che dava l’impressione di essere di tela e ben stirata. Così si manifestava la presenza del talento, di un talento naturale, che non conoscevano sforzo, che si sentiva a suo agio in qualunque situazione della vita, e per questo soggiogava. Quell’uomo doveva possedere un dono, non necessariamente originale: questo dono, che traspariva da ogni suo movimento, poteva anche essere il dono dell’imitazione. Tutti allora si foggiavano su qualcuno: un celebre eroe della storia; una persona ammirata al fronte o nelle sommosse di città; una figura che aveva colpito l’immaginazione; le autorità più riconosciute, i compagni più in alto; o, semplicemente, un altro qualunque.

Le ambientazioni del romanzo sono curate sino al minimo dettaglio. Ogni descrizione di luoghi, atmosfere, cambiamenti di stagione o di tempo è equiparabile a vere e proprie poesie. Tutto il romanzo è fortemente intriso di questa strabordante capacità lirica dell’autore che rende la lettura difficilissima, ma davvero intensa ed emozionante. Abituata come sono ai romanzi di D., pieni di dialoghi e non di descrizioni, non mi aspettavo tanta forza nelle immagini, forza che quasi tralascia dialoghi e parole, sempre in secondo piano rispetto alle soffuse atmosfere della fredda e nevosa Russia.

Ecco, lei abita lì, all’angolo, sotto il bianco riflesso del cielo di pioggia, fattosi chiaro verso sera. Come le ama quelle casette lungo la strada che porta da lei! Vorrebbe raccoglierle da terra con la mano e baciarle! Quegli abbaini a un occhio solo, calcati sui tetti come berretti! I globi dei lumi e delle lampade riflessi nelle pozzanghere sotto la pallida cortina del cielo piovoso! Là avrebbe di nuovo ricevuto in dono dalle mani del Creatore quella bianca grazia creata da Dio. Gli avrebbe aperto la porta una figura ravvolta di oscurità. E la promessa della sua intimità, contenuta, fredda come la luminosa notte del nord, a nessuno dovuta e in possesso di nessuno, gli sarebbe corsa incontro come la prima onda del mare verso cui accorri nel buio sulla sabbia della riva.

Affascinante in questo romanzo è la dettagliatissima descrizione della guerra. Della Rivoluzione Russa ma soprattutto del senso stesso della rivoluzione, e dei drammi che vengono narrati e che potrebbero parlare alla medesima maniera per ogni guerra scatenatasi nella storia dell’uomo. Agghiacciante è la descrizione dell’inizio della Rivoluzione, che penso da sola possa meritare il premio Nobel, non fosse altro per la sua capacità di penetrare nell’immaginazione e apparire vivida anche nella mente della sottoscritta, o di una qualunque persona che non ha vissuto personalmente questi eventi.

Durante il comizio, aveva cominciato a nevicare. Il selciato era bianco e la neve cadeva sempre più fitta. Quando i dragoni li caricarono, nelle ultime file da principio non se ne ebbe sentore. Poi, all’improvviso, in cima al corteo si levò un clamore crescere, come quando una folla grida “urrà”. Urla di “aiuto” e “assassini” e molte altre si fusero indistintamente. Quasi nello stesso istante, sull’onda di quel frastuono, nello stretto varco apertosi tra la folla che scartava ai lati, passarono irruenti e silenziosi i musi e le criniere dei cavalli e i cavalieri con le sciabole mulinanti. Il plotone passò al galoppo, fece dietrofront, si riordinò e ripiombò alle spalle del corteo. E il massacro cominciò. 
Dopo pochi minuti la via era quasi deserta. La gente correva sperdendosi nei vicoli. Aveva quasi smesso di nevicare. La sera era nitida come un disegno a carboncino. A un tratto il sole, che tramontava là, oltre le case, apparve dietro una cantonata e sembrò additare tutto quello che di rosso vi era nella strada: i berretti scarlatti dei dragoni, il panno di una bandiera rossa abbattuta, e le tracce di sangue che si allungavano sulla neve in rivoli e gocce rossastre. Sull’orlo del selciato strisciava, appoggiandosi sulle braccia e gemendo, un uomo col cranio spaccato. Più in giù avanzavano al passo alcuni dragoni, che tornavano indietro, dopo aver dato la caccia ai manifestanti fino in fondo alla strada.

La storia d’amore riguarda buona parte del romanzo, ma non è tutto. L’intero romanzo può essere letto come una critica sociale e politica, come una affermazione ed esaltazione dell’individualismo condannato dal comunismo russo, ma può anche essere letto come l’epopea drammatica della vita di quest’uomo che, convenzioni e regole a parte, è riuscito a vivere sempre secondo il suo cuore, anche andando a infrangere tradizioni e morali prestabilite, primo fra tutti il legame matrimoniale, vero e proprio bersaglio, secondo me e secondo la chiave di lettura che ne ho avuto, delle critiche di Pasternak.

Le loro conversazione a bassa voce, perfino le più inconsistenti, erano colme di significato, come i dialoghi di Platone. Anche più dell’affinità delle loro anime, li univa l’abisso che li divideva dal resto del mondo. Tutti e due provavano la stessa avversione per quanto è fatalmente tipico dell’uomo d’oggi, per la sua artificiosa esaltazione, per la sua enfasi chiassosa, per quella mortificante inerzia della fantasia che innumerevoli lavoratori dell’arte e della scienza si preoccupano di alimentare, perché la genialità resti un’eccezione. 

Numerosi nel romanzo i rimandi, i collegamenti, gli intrecci simbolici tra capitoli. Sarebbe difficilissimo riuscire a tracciarne una mappa, ma provo a farne un esempio. Durante la notte in cui Lara confessa al suo futuro marito Pasha di essere stata vittima delle violenze dell’uomo che manteneva lei e sua madre, i due parlano alla luce di una sola piccola pallida candela che risplende sul davanzale della finestra della loro misera camera. Il dottor Zivago, passando in quel momento proprio nella strada sulla quale quella finestra affaccia, vede quella candela e ad essa farà spesso riferimento durante il romanzo, pur non avendo ancora avuto alcun contatto con Lara, a questo punto della storia. Le continue modalità di intreccio delle vicissitudini che portano i due a conoscersi e poi ad amarsi sono racchiuse, per Yuri, nella sostanziale apparizione della luce a dispetto delle tenebre della sua esistenza. Per lui, più che per Lara, che resta, fatto salvo la prima parte del romanzo, in disparte nella narrazione, il suo continuo avvicendarsi di eventi drammatici che lo vedono solo e disperato a curare i feriti di una guerra che non approva farà scaturire la simbologia centrale della luce. Che ritornerà a più riprese, sotto forma di pensiero per la donna amata, a fare da padrona nell’architettura lirica del romanzo. Tutto è simbolo nel Dottor Zivago. Le candele, la luce, il sole, la neve, il treno, i lupi. Nessuna parte di questa storia è solo una storia, ma è una completa simbologia colma di significati sul senso della vita e sul perché, soprattutto, della vita a dispetto della sua più grande e invincibile antagonista, la morte, con la quale il romanzo inizia e termina.

In definitiva, uno dei più bei romanzi russi che abbia mai letto. Imparagonabile con gli ottocenteschi, certamente meno carico di riflessioni filosofiche di impianto dialogico (come accade nei romanzi di D.) e certamente più sintetico, nelle sue narrazioni storiche, di Tolstoj. I personaggi hanno il loro grande impatto, il loro ruolo nella vicenda, specialmente i personaggi minori, dei quali consiglio di tenere nota durante la lettura (io a volte mi ci sono persa e non ricordavo più chi fossero e cosa avessero detto o fatto in precedenza, cose che diventa problematica perché ogni singolo personaggio ha un suo preciso ruolo nella rete di intrecci sociali che ruotano attorno a Yuri).

PS: per completezza, ho anche visto il celebre film legato al libro, com Omar Shariff. Ebbene, per quanto si tratti di un bel film dalle classiche atmosfere antiche, assolutamente non è possibile paragonarlo al libro. Totalmente eliminate scene fondamentali della storia, tagliati praticamente tutti i personaggi minori, fondamentali per comprendere l’intensità della storia. E soprattutto trasformata l’intera narrazione in un flashback del fratellastro di Yuri. Quando in realtà la storia del romanzo, a mio avviso, è totalmente incentrata sui pensieri di Yuri e sulla sua percezione personalissima e visionaria delle cose della vita. Insomma, consiglio la visione del film solo dopo avere letto il romanzo.