AND I DARKEN – KIERSTEN WHITE

Risultati immagini per and i darkenDopo aver letto The Poppy War, sapevo che sarebbe stata dura prendere in mano un altro libro e che qualsiasi cosa avrei scelto, avrebbe inevitabilmente risentito del vertiginoso crollo dalle altezze di quel capolavoro che ho tanto amato.
Ho iniziato, dunque, The Conqueror’s Saga di Kiersten White, che comprende i seguenti volumi: And I Darken, Now I Rise, Bright We Burn.

In italiano, il primo volume è stato tradotto col titolo Io sono Buio. Ammetto che era davvero difficile rendere in traduzione il titolo inglese che, adesso che ho terminato, sta a significare qualcosa del tipo “ed è così che io passo al lato oscuro”, nel senso di “incattivirsi” o passare ad azioni negative. Io sono Buio non mi pare la migliore delle traduzione,  ma del resto non ho nulla di meglio da proporre e usare il titolo “Vado al lato Oscuro”, avrebbe creato qualche conflitto di interessi con un’altra ben nota saga!

Detto questo, la trilogia non è un fantasy. Si tratta più della rielaborazione in chiave fantastica, totalmente rivisitata in termini emozionali, della vicenda dei fratelli Radu e Vlad Dracul. Vi dice qualcosa? Esatto. Si fa riferimento a quel segmento storico della Valacchia in cui è comparso il personaggio, poi diventato mito popolare e cinematografico, di Vlad l’Impalatore. Vlad Dracul, che ha poi ispirato la storia del conte Dracula. Dracul infatti, nella lingua rumena, significa drago – lo stemma che fu proprio della famiglia dei Dragwlya.

La scrittrice, quindi, riprende per filo e per segno gli eventi storici di cui i due fratelli si sono fatti protagonisti, il loro incontro – scontro con l’Impero Ottomano di Maometto II e regala una sua rivisitazione romanzata della vicenda, aggiungendo ai protagonisti realmente esistiti, personaggi immaginari e vicende rivisitate, sulla riga di quelle reali.

La più grande prova di rivisitazione della storia ce la da con una trovata straordinaria – nel bene o nel male, per alcuni – cioè trasformare Vlad l’Impalatore in una donna. Per farlo, però, la scrittrice ha lasciato integro il nome del personaggio (Ladislav), dando alla protagonista il nome diminuitivo di Lada. L’incongruenza dei nomi ha scatenato non poche polemiche per i lettori rumeni, sia per l’evidente violazione della storia del personaggio, in Romania molto famoso ancora adesso, sia perché la protagonista avrebbe dovuto chiamarsi al più Vladislava, ricevendo poi il nominativo Vlada, e non Lada.
Tra queste e altre polemiche sul modo in cui la scrittrice ha trattato le descrizioni inerenti la religione musulmana e i rapporti con gli Ottomani, la trilogia è stata ben presto bersagliata e criticata per essere stata molto pretenziosa. Per quell’attitudine che gli scrittori americani hanno di impadronirsi di eventi accaduti in Europa, per poi rimaneggiarli in modo improbabile. Sebbene io non mi senta coinvolta personalmente dalla cosa, in quanto non conoscevo nel dettaglio le vicende di Vlad e Radu prima di informarmi pro lettura, capisco il fastidio provato: lo stesso che ho provato per esempio leggendo gli stereotipi inerenti l’Italia nel recente Vox.

Posta questa rilevante questione sulla violazione di un pezzo di storia della Romania da parte di un romanzo americano, sorrido al pensiero di leggere una storia che possa parlare di RomolA e Remo e sento di comprendere come sarà risultato leggere questo abominio per i lettori vicini alla cultura rumena.

Escluso – se si può escluderlo – questo grosso elemento a sfavore della storia, la lettura a me è piaciuta moltissimo. I personaggi? Li ho semplicemente adorati . I due fratelli, diversi come la notte e il giorno, il loro rapporto di odio amore, la loro solitudine, l’abbandono. Tutti discorsi che a me attirano come la luce fa con la falena e che fanno parte, di fatto, del romanzo che sto scrivendo. Mi è molto piaciuto leggere i loro discorsi, i loro pensieri. Radu, bello ma debole e Lada, incontrastata, forte, con grosse difficoltà ad accettare la sua femminilità e la paura enorme di perdere la libertà, sacrificandola a un uomo. In aggiunta, il romanzo prende piede con la storia politica degli Ottomani e il rapporto dei due fratelli con Maometto II, che dai due fratelli è irrimediabilmente attratto.

Molta politica dunque, molti discorsi, narrazioni e descrizioni di natura militare, la qual cosa mi ha indubbiamente soddisfatta. Una lettura non facilissima, secondo me, perché la scrittrice mette in mostra una prosa densissima. A tratti veloce e spedita, specie nelle azioni veramente coinvolgenti, a tratti lenta e malinconica, specie quando i personaggi principali si lasciano andare a dubbi, ricordi e pensieri oscuri.
La definirei una storia d’amore? Mah, l’amore in questo libro è il nemico, secondo me. E come tale viene combattuto con tutte le armi possibili. Manipolazioni, scelte politiche, allontanamenti, dolore, menzogne. In questo è sicuramente un romanzo Oscuro, come prometteva il titolo e i personaggi ce la mettono tutta per distruggere, loro malgrado, tutto ciò che amano, mettendo a dura prova più di una volta il loro rapporto.

Mi riservo di dare più commenti sulla trama con la lettura dei prossimi due volumi, ma per il momento ne sono molto soddisfatta. Forse, se la scrittrice avesse creato un mondo di sana pianta in cui raccontare la medesima storia senza scomodare quella rumena, si sarebbe guadagnata un plauso maggiore, perché la vicenda ha tutti gli elementi per risultare affascinante e accattivante, anche senza dover necessariamente pensare agli eventi storici realmente accaduti. Proprio come era stato con Poppy War, dove si parla di eventi incorsi in Cina, ma il mondo è totalmente inventato, i nomi cambiati, creando così la giusta distanza dagli eventi storici che portano, inevitabilmente, con sé il peso delle azioni umane.

Ma evidentemente, la scrittrice è molto attratta da questa storia, dimostra di averla approfondita molto anche se è, culturalmente, distante da essa e forse non è riuscita a cogliere appieno il significato di certi eventi, come è normale che sia, supponendo, per dire, che non abbia vissuto in Romania e non abbia parlato con persone del luogo in merito alla vicenda. La sua biografia in rete non menziona nulla in merito!

 

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THE POPPY WAR – REBECCA F. KUANG

Risultati immagini per THE POPPY WAR - REBECCA F. KUANGEra da tanto che non terminavo un libro, disperandomi. E pensare che se non fosse stato per un evento casuale, forse non avrei mai letto The Poppy War e non ne avrei sentito parlare.

C’è questa artista vietnamita che seguo su Instagram da un po’, la quale ogni tanto offre delle brevi recensioni sui libri che legge. Le piace il fantasy, divora tutte le novità, ma le sue recensioni sono spesso molto brevi, secche e perentorie: di tutto quello che legge, di rado le piace qualcosa in modo viscerale. E’ molto critica, per lei molte delle cose che legge sono stronzate, letture con personaggi scadenti e banali. A un certo punto però legge The Poppy War e ne resta fulminata, a tal punto da menzionarlo per giorni, a tal punto da cambiare a ribasso tutte le votazioni degli altri libri letti, per poter dare a questo romanzo ben cinque stelle, massimo voto su Goodreads.

Qualcosa di questo romanzo l’ha colpita. A tal punto da arrivare ad adorarlo come non ha fatto con gli altri. Siccome a me piace lei, nel suo essere oscura, dark, cinica e un po’ felina come artista, mi sono immediatamente procurata il romanzo. E, per la ben nota proprietà transitiva, non ho sbagliato: questo romanzo mi ha scioccata, sconvolta e sono assolutamente d’accordo nel dargli quelle cinque stellette.

Ma vi dico la mia. The Poppy War è un fantasy con luoghi, ambientazioni e personaggi totalmente inventati, che però si ispira sotterraneamente, ma nemmeno tanto, alla carneficina di Nanchino, un evento storico macabro avvenuto nei primi anni del 900 tra Giappone e Cina, dove il Giappone ebbe ruolo di carnefice e massacrò, violentò e ammazzò gli abitanti di questa provincia cinese. La scrittrice infatti, su questo argomento, ci ha fatto la tesi di laurea.

Ma il suo romanzo non parla di questo. La scrittrice prende la storia da un punto di vista diverso. La protagonista, Rin, è una ragazza che vuol diventare un soldato e fa di tutto per entrare in una Accademia, che si trova a Sinegard – grande capitale del suo regno – per sfuggire al suo destino orribile di orfana data in matrimonio a qualche vecchio commerciante che l’avrebbe usata solo per far figli.

Tanta è la determinazione, tanto lo studio e la forza di volontà, che Rin riesce a entrare in Accademia, ed è lì che la sua vita vera inizia. Una vita fatta di sacrifici, studi, dolore e molti problemi con gli altri compagni di Accademia, che muovono verso di lei molte accuse di razzismo, sessismo e quant’altro. Ma non finisce qui. In aggiunta alle difficoltà che le si presentano, Rin scopre di avere di fatto anche l’astio di alcuni insegnanti di arti marziali, fatta eccezione per l’enigmatico professore di Cultura e Tradizioni, il quale misteriosamente sembra interessato solo a lei, tra i tanti studenti. E a lei sola insegnerà la sua materia, aiutandola a scoprire sé stessa e l’immenso potere di cui Rin può farsi veicolo grazie alla sua forza di volontà.

A prescindere dalla protagonista – carismatica, ma colma di crisi, femminile nel suo essere forte e resistente al dolore – tutti gli altri personaggi sono da sogno. Possenti veri, ben descritti, non banali, ben caratterizzati. Le ambientazioni sono dettagliate e non lasciate al caso, eppure non eccessive o sproporzionate. La costruzione del mondo alle spalle di Rin è verosimile, proprio perché dietro il mondo inventato dalla scrittrice altro non vi è che la Cina, con le sue tradizioni, i I Ching, la sua musica, i suoi colori e la sua cultura. Solo che a tutto il mondo sono dati nomi nuovi, inventati, fantastici, di modo da poter dire certe cose mantenendo la giusta distanza con i fatti reali della storia sino-giapponese che menzionavo sopra. Indubbiamente, la scrittrice qui non aveva solo l’intento di tirar su un gran fantasy, ma anche muovere una denuncia specifica a determinate consuetudini di guerra, inerenti i fatti storici del suo paese e del Giappone, che fu avversario.

The Poppy War è una storia fortissima, molto cruda, violenta, assolutamente non destinata a un target di giovanissimi. E’ un romanzo maturo e spietato, sulla sopravvivenza, sulla guerra e la morte. Non c’è spazio per l’amore, per i sentimenti, per la melanconia. Tutto è morte e distruzione, e se non è morte allora è fatica, dolore, volontà e senso di autoconservazione per la protagonista e i personaggi, amici e nemici, che la circondano e che sono calati in una vita terribile, in un mondo disumano, dove a piccoli sprazzi di serenità si alternano gigantesche catastrofi e scene da brivido, che più di una volta mi hanno lasciata a bocca aperta per la maestria con cui sono state raccontate. Troppo reali per non essere vere…

E infatti, sono ispirate a Nanchino, come detto sopra.

Questo è il miglior fantasy storico che io abbia mai letto, senza alcun dubbio. E’ parte di una trilogia e il secondo volume sarà pubblicato nell’estate del 2019. Attenderò con trepidazione di poter conoscere la storia di Rin e le evoluzioni della sua gigantesca storia di vita e di guerra!

VICIOUS (Villains #1) – V.E. SCHWAB

Vicious (Villains, #1)Inseguo e caldeggio la lettura di questo romanzo da moltissimo tempo. Parliamo di una uscita, se non vado errando, risalente al 2013 che, per altro, ha già riscosso tutto il suo plauso tra gli appassionati di dark fantasy. Ma si sa, io arrivo sempre tardi su tutte le letture, devo sentire la “chiamata”, quell’impulso o slancio irrefrenabile a leggere un romanzo, quella voglia di tuffarmi in una storia, in un momento personale in cui mi sento pronta ad accogliere nuovi personaggi e nuove idee.

Letto in due giorni. La chiamata è stata così assecondata per una delle più belle letture, voglio sbilanciarmi, fatte nel 2018. La trama è presto detta: Eli e Victor sono due studenti prodigio, entrambi dal carattere decisamente dominante , il primo però molto religioso e l’altro invece nichilista e con una mente molto, anzi troppo, razionale e fredda.
Durante la preparazione di una tesi per un esame, quando entrambi hanno ventun anni, si trovano a discutere della possibilità per l’essere umano di diventare EO: esseri straordinari (Extra Ordinary nella versione inglese). Che, per farla breve, per come la intendono loro, è un tentativo di capire come si diventa X-Man, in parole povere.
Due sono i motivi per cui si diventa EO in ogni storia che si rispetti: per via della natura, come per Superman, o per via di un evento scatenante esterno, come per Spiderman.
Però la scrittrice rielabora il tutto e butta giù davvero in modo originale una materia non nuova, lasciando che a poco a poco si dipani il loro interesse, l’entusiasmo e l’ossessione infine, per questa materia di studio da parte dei due amici, il cui rapporto smosso da questa ricerca di risposte che trascende il reale – e anche l’etico, diciamolo – inizia a incrinarsi pericolosamente, in una linea di fuoco pazzesca tra simbiosi e odio viscerale. Perché, incredibile a dirsi ma vero, assieme i due geni senza limiti riescono davvero a trovare il modo di sviluppare queste potenzialità straordinarie, ma il modo che riescono a scoprire è doloroso, traumatico e non privo di compromessi e sacrifici.

Ora, inutile dire che se avete amato Frankenstein, se amate gli X- Man e siete stati tra quelli che impazzivano ai tempi in cui andava la serie Heroes – come la sottoscritta – questo romanzo fa per voi ed è il caso, se ancora non vi ci siete imbattuti, che lo recuperiate.

Perché in aggiunta alla tematica, forse non originale, si accompagna la prodigiosa penna di Victoria Schwab, che io ho trovato eccezionale. T’acchiappa, t’afferra dal primo istante. Capace in modo sublime di creare personaggi vivi, vividi e che fanno scintille da soli, ma soprattutto quando si incontrano, nei dialoghi e nel loro modo di osservarsi, scrutarsi. La serie di romanzi di Vicious è titolata anche Villains, e questo la dice lunga sui protagonisti del romanzo: personaggi senza scrupoli, malefici? Sì, ma con un buon lavoro psicologico alle spalle.
Il male di cui ci parla la Schwab in questo romanzo è il male vero e puro, fatto di dubbi, compromessi, rimorsi e paure, o agghiacciante assenza di essi. Eli e Victor sono cattivi – nel senso canonico previsto dall’etichetta tipica di un romanzo dark fantasy – ma hanno i loro motivi, il loro mondo interiore cupo e angosciante a muoverli e la scrittrice non lo lascia da parte o in sfondo, anzi fa in modo di metterlo al centro delle loro scelte, sempre presente in ogni situazione e non lasciato a margine di una cornice che prevede solo azione e poco altro.

Di azione ve n’è tanta, ma sempre misurata dai movimenti emotivi e interiori dei due protagonisti, attorno ai quali il mondo e i personaggi minori si muovono con riverenza e assoluto timore.
Sono cattivi, dunque, in un mondo imperfetto fatto di deboli e di persone che non osano, sono superiori non già per le scoperte incredibili che faranno, ma per il loro sentirsi tali già da principio della storia. Diversi – qualcuno direbbe psicopatici? – intenti a distaccarsi da ogni legame emotivo per toccare con mano la conoscenza uno, il divino l’altro. Due facce di una medaglia nera e senza speranza di illuminazione.
Già nei prossimi giorni, incomincio a leggere Vengeful, il seguito uscito quasi due mesi fa, prontamente recuperato dopo essere rimasta a bocca aperta per il finale della prima parte. E non nascondo di voler leggere praticamente tutto quello che ha scritto la Schwab, sento un feeling particolare con le sue tematiche, i suoi contenuti e la sua visione del mondo fatta di ombre, oscurità e machiavellismo senza limiti.

IL DOTTOR ZIVAGO – BORIS PASTERNAK

5221537Finalmente ho terminato la lettura del Dottor Zivago. Questo romanzo è stato scritto da Boris Leonidovič Pasternak e  pubblicato in anteprima mondiale in Italia nel 1957 dalla casa editrice Feltrinelli. Ebbene sì! Sfuggito alla censura russa, questo romanzo fu pubblicato per la prima volta da noi, addirittura non nella propria lingua originale  Il romanzo, a lungo osteggiato dal regime comunista, fu pubblicato in Russia solo nel 1988. Fu l’unico scritto da Pasternak e meritò il premio Nobel per la letteratura pochi anni prima della morte dello scrittore, anche se non gli fu possibile ritirarlo per motivazioni politiche. I servizi segreti britannici tentarono di esportare segretamente una copia in russo dell’opera, fondamentale per ricevere il Nobel, ma il KGB minacciò Pasternak di esilio dalla Russia, ed egli fu costretto a rifiutare appunto il premio, vivendo gli ultimi anni della sua vita tra stenti e povertà, ma senza abbandonare la terra madre.

Fatte queste premesse non molto rallegranti, inizio col dire che questo romanzo deve essere letto. A tutti i costi. Non fosse altro per le drammatiche vicende che hanno riguardato lo scrittore e per la fortuna che questo romanzo ha avuto in Italia.
Indipendentemente dal livello delle vostre precedenti letture in campo letterario, indipendentemente dai vostri gusti di lettura e anche sfidando l’inevitabile mole di tempo che una tale lettura normalmente richiederà, questo è uno dei romanzi che va letto e tenuto in cima alla libreria di casa.
E’ vero, come ho già detto nei post precedenti, i romanzi russi non sono facili. Ma questo, insospettabilmente, si è rivelato non solo non facile, ma difficilissimo. Con tutto il rispetto e l’amore che provo per Dostoevskij, mi trovo costretta ad ammettere che la lettura del più grosso dei suoi romanzi non ha comportato tutte le difficoltà che ho riscontrato nella lettura del Dottor Zivago. E devo dire che non me l’aspettavo. Del resto ci troviamo non casualmente di fronte alla lettura di un Premio Nobel, sicché appare evidente, sin dalle prime righe, come questa storia abbia colpito, in modi diversi, più tipologie umane.

Ma andiamo per ordine. La trama è piuttosto nota e di per sé molto semplice. Seguiamo le sorti e la vita di Yuri Zivago sin dal suo primo battito di vita difficile, alla luce della morte della madre, sino al giorno della sua morte. Yuri Zivago è un ragazzo, poi uomo, dalla sensibilità profonda e dal carattere complesso. Capace di osservare la natura e i fenomeni con l’occhio del presagio e del fascino un po’ romantico da poeta, sin da subito mette in chiaro con sé stesso di volersi dedicare, per lavoro, alla carriera medica, pur non sottovalutando il suo fascino e la sua attrazione per la poesia, suo grande amore. Durante il corso della sua vita e delle sue esperienze e incontri, prima all’università, poi nella famiglia adottiva e infine durante la Rivoluzione russa e la guerra, egli percepirà sempre ogni evento o persona con l’occhio affascinato e attento di un visionario, tracciando indelebili memorie della sua esperienza in una finale opera poetica che gli crea in vita tantissimi problemi e che però lo consacra, nella posterità, come un grandissimo poeta, apprezzato da tutta la Russia. In questo arco di tempo, Zivago sposerà dapprima la quasi sorellastra Tonja, alla quale viene fatto promettere sposo dalla madre di lei ( e donna che lo ha adottato e cresciuto) in punto di morte. Ma il suo cuore batte segretamente e con forza e passione per Lara, o Larisa Antipova, una ragazza cresciuta come lui a Mosca, che Zivago incontrerà più volte nel corso della sua vita senza mai riuscire a parlarle o ad approcciarsi a lei, e sempre in situazioni difficili.
Lara infatti è una sartina che vive con la madre. Sono molto povere e per mantenersi fanno affidamento a un uomo di nome Komarovksij, ricco e lussurioso, il quale non esiterà a usare Lara per i suoi scopi subdoli, mettendola in condizione di doversi vendere a lui per mantenere sé stessa e la donna. Liberatasi finalmente da questa figura scomoda, Lara sposerà un suo amico di infanzia, Pasha Antipov.
Da qui,  e precisamente  a seguito dello scoppio della Rivoluzione, le vite di Lara e Yuri si incroceranno anche sentimentalmente, nonostante i loro reciproci legami, vedendo il loro amore segreto cementato dalla guerra e da numerosi altri ostacoli dovuti al temperamento e alla personalità romantica dei due, che tanto li rende simili e li allontana dal resto del mondo. Naturalmente non dico di più per non rovinare la lettura a chi non ne avesse mai sentito parlare.

Parliamo di personaggi e di atmosfere e ambientazioni. Devo dire di essere rimasta profondamente colpita dalle incredibili capacità di Pasternak di tratteggiare così vividi individui. Il personaggio che sicuramente ho preferito è Strel’nikov, uno degli uomini più spietati a capo della Rivoluzione, del quale val la pena riportare l’emozionante descrizione che ne abbiamo dalla poetica mente di Yuri:

Come era stato possibile fino ad allora, fra tanta folla di conoscenze incolori, non farne una così significativa come con quell’uomo? Perché la vita non li aveva fatti incontrare? Come mai le loro strade non si erano incrociate? Senza sapersene dire il perché, gli appariva subito chiaro che quell’uomo incarnava una compiuta espressione della volontà. A tal punto era ciò che voleva essere, che ogni cosa in lui e addosso a lui sembrava esemplare: la sua testa armonicamente costruita e atteggiata, la rapidità del suo passo, le sue lunghe gambe negli alti stivali, forse anche sporchi ma che apparivano lucidi, la camicia militare di panno grigio, forse anche sgualcita, ma che dava l’impressione di essere di tela e ben stirata. Così si manifestava la presenza del talento, di un talento naturale, che non conoscevano sforzo, che si sentiva a suo agio in qualunque situazione della vita, e per questo soggiogava. Quell’uomo doveva possedere un dono, non necessariamente originale: questo dono, che traspariva da ogni suo movimento, poteva anche essere il dono dell’imitazione. Tutti allora si foggiavano su qualcuno: un celebre eroe della storia; una persona ammirata al fronte o nelle sommosse di città; una figura che aveva colpito l’immaginazione; le autorità più riconosciute, i compagni più in alto; o, semplicemente, un altro qualunque.

Le ambientazioni del romanzo sono curate sino al minimo dettaglio. Ogni descrizione di luoghi, atmosfere, cambiamenti di stagione o di tempo è equiparabile a vere e proprie poesie. Tutto il romanzo è fortemente intriso di questa strabordante capacità lirica dell’autore che rende la lettura difficilissima, ma davvero intensa ed emozionante. Abituata come sono ai romanzi di D., pieni di dialoghi e non di descrizioni, non mi aspettavo tanta forza nelle immagini, forza che quasi tralascia dialoghi e parole, sempre in secondo piano rispetto alle soffuse atmosfere della fredda e nevosa Russia.

Ecco, lei abita lì, all’angolo, sotto il bianco riflesso del cielo di pioggia, fattosi chiaro verso sera. Come le ama quelle casette lungo la strada che porta da lei! Vorrebbe raccoglierle da terra con la mano e baciarle! Quegli abbaini a un occhio solo, calcati sui tetti come berretti! I globi dei lumi e delle lampade riflessi nelle pozzanghere sotto la pallida cortina del cielo piovoso! Là avrebbe di nuovo ricevuto in dono dalle mani del Creatore quella bianca grazia creata da Dio. Gli avrebbe aperto la porta una figura ravvolta di oscurità. E la promessa della sua intimità, contenuta, fredda come la luminosa notte del nord, a nessuno dovuta e in possesso di nessuno, gli sarebbe corsa incontro come la prima onda del mare verso cui accorri nel buio sulla sabbia della riva.

Affascinante in questo romanzo è la dettagliatissima descrizione della guerra. Della Rivoluzione Russa ma soprattutto del senso stesso della rivoluzione, e dei drammi che vengono narrati e che potrebbero parlare alla medesima maniera per ogni guerra scatenatasi nella storia dell’uomo. Agghiacciante è la descrizione dell’inizio della Rivoluzione, che penso da sola possa meritare il premio Nobel, non fosse altro per la sua capacità di penetrare nell’immaginazione e apparire vivida anche nella mente della sottoscritta, o di una qualunque persona che non ha vissuto personalmente questi eventi.

Durante il comizio, aveva cominciato a nevicare. Il selciato era bianco e la neve cadeva sempre più fitta. Quando i dragoni li caricarono, nelle ultime file da principio non se ne ebbe sentore. Poi, all’improvviso, in cima al corteo si levò un clamore crescere, come quando una folla grida “urrà”. Urla di “aiuto” e “assassini” e molte altre si fusero indistintamente. Quasi nello stesso istante, sull’onda di quel frastuono, nello stretto varco apertosi tra la folla che scartava ai lati, passarono irruenti e silenziosi i musi e le criniere dei cavalli e i cavalieri con le sciabole mulinanti. Il plotone passò al galoppo, fece dietrofront, si riordinò e ripiombò alle spalle del corteo. E il massacro cominciò. 
Dopo pochi minuti la via era quasi deserta. La gente correva sperdendosi nei vicoli. Aveva quasi smesso di nevicare. La sera era nitida come un disegno a carboncino. A un tratto il sole, che tramontava là, oltre le case, apparve dietro una cantonata e sembrò additare tutto quello che di rosso vi era nella strada: i berretti scarlatti dei dragoni, il panno di una bandiera rossa abbattuta, e le tracce di sangue che si allungavano sulla neve in rivoli e gocce rossastre. Sull’orlo del selciato strisciava, appoggiandosi sulle braccia e gemendo, un uomo col cranio spaccato. Più in giù avanzavano al passo alcuni dragoni, che tornavano indietro, dopo aver dato la caccia ai manifestanti fino in fondo alla strada.

La storia d’amore riguarda buona parte del romanzo, ma non è tutto. L’intero romanzo può essere letto come una critica sociale e politica, come una affermazione ed esaltazione dell’individualismo condannato dal comunismo russo, ma può anche essere letto come l’epopea drammatica della vita di quest’uomo che, convenzioni e regole a parte, è riuscito a vivere sempre secondo il suo cuore, anche andando a infrangere tradizioni e morali prestabilite, primo fra tutti il legame matrimoniale, vero e proprio bersaglio, secondo me e secondo la chiave di lettura che ne ho avuto, delle critiche di Pasternak.

Le loro conversazione a bassa voce, perfino le più inconsistenti, erano colme di significato, come i dialoghi di Platone. Anche più dell’affinità delle loro anime, li univa l’abisso che li divideva dal resto del mondo. Tutti e due provavano la stessa avversione per quanto è fatalmente tipico dell’uomo d’oggi, per la sua artificiosa esaltazione, per la sua enfasi chiassosa, per quella mortificante inerzia della fantasia che innumerevoli lavoratori dell’arte e della scienza si preoccupano di alimentare, perché la genialità resti un’eccezione. 

Numerosi nel romanzo i rimandi, i collegamenti, gli intrecci simbolici tra capitoli. Sarebbe difficilissimo riuscire a tracciarne una mappa, ma provo a farne un esempio. Durante la notte in cui Lara confessa al suo futuro marito Pasha di essere stata vittima delle violenze dell’uomo che manteneva lei e sua madre, i due parlano alla luce di una sola piccola pallida candela che risplende sul davanzale della finestra della loro misera camera. Il dottor Zivago, passando in quel momento proprio nella strada sulla quale quella finestra affaccia, vede quella candela e ad essa farà spesso riferimento durante il romanzo, pur non avendo ancora avuto alcun contatto con Lara, a questo punto della storia. Le continue modalità di intreccio delle vicissitudini che portano i due a conoscersi e poi ad amarsi sono racchiuse, per Yuri, nella sostanziale apparizione della luce a dispetto delle tenebre della sua esistenza. Per lui, più che per Lara, che resta, fatto salvo la prima parte del romanzo, in disparte nella narrazione, il suo continuo avvicendarsi di eventi drammatici che lo vedono solo e disperato a curare i feriti di una guerra che non approva farà scaturire la simbologia centrale della luce. Che ritornerà a più riprese, sotto forma di pensiero per la donna amata, a fare da padrona nell’architettura lirica del romanzo. Tutto è simbolo nel Dottor Zivago. Le candele, la luce, il sole, la neve, il treno, i lupi. Nessuna parte di questa storia è solo una storia, ma è una completa simbologia colma di significati sul senso della vita e sul perché, soprattutto, della vita a dispetto della sua più grande e invincibile antagonista, la morte, con la quale il romanzo inizia e termina.

In definitiva, uno dei più bei romanzi russi che abbia mai letto. Imparagonabile con gli ottocenteschi, certamente meno carico di riflessioni filosofiche di impianto dialogico (come accade nei romanzi di D.) e certamente più sintetico, nelle sue narrazioni storiche, di Tolstoj. I personaggi hanno il loro grande impatto, il loro ruolo nella vicenda, specialmente i personaggi minori, dei quali consiglio di tenere nota durante la lettura (io a volte mi ci sono persa e non ricordavo più chi fossero e cosa avessero detto o fatto in precedenza, cose che diventa problematica perché ogni singolo personaggio ha un suo preciso ruolo nella rete di intrecci sociali che ruotano attorno a Yuri).

PS: per completezza, ho anche visto il celebre film legato al libro, com Omar Shariff. Ebbene, per quanto si tratti di un bel film dalle classiche atmosfere antiche, assolutamente non è possibile paragonarlo al libro. Totalmente eliminate scene fondamentali della storia, tagliati praticamente tutti i personaggi minori, fondamentali per comprendere l’intensità della storia. E soprattutto trasformata l’intera narrazione in un flashback del fratellastro di Yuri. Quando in realtà la storia del romanzo, a mio avviso, è totalmente incentrata sui pensieri di Yuri e sulla sua percezione personalissima e visionaria delle cose della vita. Insomma, consiglio la visione del film solo dopo avere letto il romanzo.

LILIANA SEGRE – LA MEMORIA RENDE LIBERI

MentanaSegreMEMORIAesec.inddQuando ero in età scolare, se non erro proprio al tempo delle medie, mi ritrovai al Cinema Galleria di Bari, quello vecchio che ora non esiste più, e lo stuolo di insegnanti per vedere un film. Non so dove fossi, dove avessi la testa. A scuola ero sempre distratta, pensavo ai miei mondi da sognare, non avevo tempo per stare in quel luogo banale e che tanto ho odiato, se non col corpo, di cui potevo allora non curarmi.
E vedemmo un film. Ricordo una proiezione lunga, i miei compagni che parlottavano di altro e pensavano a flirt, amori e intrighi di classe (non c’erano cellulari né internet all’epoca, ma posso assicurare che il livello di distrazione era comunque alto). Io invece quel film lo guardai tutto, dall’inizio alla fine. Senza capire. Capivo, cioè, che era una storia drammatica e da questo ero affascinata. Ma non sapevo a cosa si riferisse tutto questo.

Nessuno dei miei compagni lo vide con attenzione, quel giorno, benché fossimo tutti al cinema. Nessuno ricordava di cosa parlasse.
“Ma come si chiamava il film che abbiamo visto oggi?”
“La balena, qualcosa così…”
Ci ho messo anni per ritrovare il nome di questo film.

Giona che visse nella balena, di Roberto Faenza, ispirato al libro di Jona Oberski, Anni d’infanzia. 

A scuola non se ne parla mai. Sì, certo. Studiammo la guerra mondiale, ma la cosa viene sempre sorvolata in poche righe, crude anche quelle: sterminio di ebrei. Ma cosa tutto questo comportasse, io l’ho imparato da quel film, senza avere gli strumenti per associare questa storia al dato storico dei libri. Non so se riesco a rendere l’idea di quale sia il problema di tanta scuola italiana, oggi. Rara adesione tra teoria e realtà.
Uscita dal cinema ero così triste che mi ripromisi di non guardare più film su quell’argomento, lo ritenevo pesante, inutile, perché pensare a questo mondo lontano, che per me non aveva alcun inquadramento storico?

Ero ignorante. Come può esserlo una ragazzina di quindici, sedici anni al massimo. In un mondo che le cose non le chiama per nome e se possibile le sorvola.

Anni dopo, trasferitami in Inghilterra, sono venuta a contatto con la letteratura di guerra  – che da loro vanta produzione vastissima – e ho scoperto di apprezzare tantissimo i libri sulla Shoah, sugli ebrei, i saggi, le testimonianze, le memorie. Ormai ne ho tantissimi e ancora altri mi aspettano per la lettura. Ho scoperto che non c’è scrittura più viva di questa, nel mondo dei libri. Che non c’è cosa più grande che un libro possa fare che non sia aiutare i sopravvissuti a tramandare i ricordi, gli storici a delineare i fatti nella loro concretezza, scevra il più possibile da forzature politiche.
Ma tutt’ora resto un po’ lontana dalla produzione cinematografica, l’ho sempre avvertita un po’ irreale, un po’ strana, forzata.
E ora, dopo aver terminato il libro di Liliana Segre scopro che anche lei – lei che può testimoniare di persona gli orrori di un campo di concentramento – la pensa così. Non le piacciono i film sulla Shoah, non le piace la Vita è bella, che anche io ho sempre trovato ridicolo, una fiaba impossibile. Mentre ha amato Se questo è un uomo di Levi, libro magistrale – del quale tempo fa ho fatto una recensione proprio nel blog – e del quale si sente, leggendolo, la forza del vero e del reale.

Così è anche il libro di Liliana Segre. Nessuno stupore nelle sue memorie. Un iter riscontrato in tanti altri romanzi di testimonianza, scritti da sopravvissuti. Una vita in famiglia, felice, laica: una distanza pressoché abissale dalle abitudini e consuetudini ebraiche. Una vita di fatto italiana al cento per cento. E poi le leggi razziali. La fuga da Milano, il tentativo fallito di scappare in Svizzera. La breve sosta al carcere di San Vittore e infine il treno della morte verso la Polonia e Auschwitz, assieme al padre.

Liliana Segre è rimasta relativamente poco in quel campo, rispetto a molti altri testimoni. Ma è sopravvissuta, diciamolo, per una serie di botte di culo allucinanti. Forse perché ragazzina, forse perché molto brava a non farsi notare troppo, discreta, sempre per conto suo con questo suo carattere molto dimesso e remissivo, è riuscita a sopravvivere non perché abbia fatto gesti eroici, ma perché è riuscita – ed è cosa terribile – a farsi trasparente in un mondo dove ogni nota di colore, dai capelli, alla malattia, alla stanchezza, al pianto diventavano un rischio di morte certa e immediata.

Ma Liliana non si ferma al campo di concentramento. Si libera, all’arrivo degli americani. E torna in Italia, tentando di riallacciare rapporti con chi è rimasto della sua famiglia, nel cuore l’assenza sempre presente del padre mai più ritrovato, grande figura mitica e adorata della sua esistenza.
Ed è in Italia, a guerra finita, che per Liliana inizia il momento peggiore. Sembra assurdo a dirsi, ma è così. Capisce che è impossibile essere capita da chi non ha vissuto quell’orrore, capisce che la gente poi non ha voglia di stare a sentire le sue tragedie, la gente vuole dimenticare la guerra, godersi la vita, la felicità. Così tace. Tace per anni. E si ammala, come era lecito aspettarsi, di depressione e di ulcere perché si teneva tutto dentro. Troppo.

Per fortuna ha incontrato l’amore, Alfredo. Un soldato italiano che poteva capirla. Si è creata una famiglia. Ha anche iniziato a lavorare, scoprendo la propria identità di donna e di persona al di fuori del contesto matrimoniale. E infine ha deciso di parlare, di raccontare, cosa che fa oggi benissimo con i suoi scritti, nelle scuole, negli incontri per celebrare il Giorno della Memoria. L’ultima comparsata che ho visto, proprio da Alberto Angela. Diventa Senatrice a Vita, nominata da Mattarella, e finalmente l’orrore vissuto trova un senso: raccontare, raccontarsi, regalarci le sue memorie a monito per il futuro.

Sto male al pensiero di come si sentirà ora, che in Italia fa tutto schifo, che al governo abbiamo questa specie di fascisti di bassa lega, ora che altri sono i bersagli e non più gli ebrei. Ora che ondate di assurdo antisemitismo si abbattono di nuovo sulla Germania, che lei dice di non aver purtroppo mai potuto perdonare.
I tedeschi di oggi non sono quelli di ieri, le direi. Ma in realtà la capisco, la paura resta ed è difficile non associarla a questi eventi. Io stessa, che pure non li ho vissuti, sono stata di recente a Berlino per un paio di giorni e ammetto di averci pensato di continuo. Tra reperti storici, musei e il corteo di pace contro il nazismo in cui mi sono imbattuta (assurdo, siamo nel 2018 e ancora si deve ribadire quanto possa fare schifo tutto questo), anche io come Liliana Segre, devo ammettere, ci ho pensato. Non ho ricordi tragici con cui fare i conti, ma sento di capire perché lei non riesce.

Mi chiedo come possa sentirsi una donna come lei, all’alba di tutto questo. Motivo per cui questo libro andrebbe letto, ma non solo, consigliato in scuole, in associazioni, club del libro. Assieme al libro di Primo Levi, per mostrare due possibili facce della realtà, di cosa voglia dire essere perseguitati, incarcerati, essere vittima della crudeltà umana. Nelle parole di Liliana mai rancore, mai odio, mai voglia di vendetta – avrebbe potuto, lo dice nel libro, in un momento di apparente catarsi, possibilità di sparare a un nazista, che l’avrebbe però consegnata a un destino di rimpianto – mai piegata al ricordo doloroso. Inno alla vita il suo. Però lucido, razionale. Mettiamola così: io non le credo sino in fondo quando dice che non ha provato odio, rancore, che ancora non ne prova. Una donna così arguta e intelligente ha saputo semplicemente trasformarlo, secondo me. In altro.

In cosa, lo scoprite semplicemente leggendola. Il suo messaggio è netto, non può sfuggire.

VOX – CHRISTINA DALCHER

Risultati immagini per vox dalcherOk. Ennesimo libro chiacchierato in rete. Gigantesca pubblicità. Un sito internet. Copie inviate agli influencer, miriadi di foto entusiaste su IG.
Ancora una volta quell’irrefrenabile voglia di saperne di più, affascinata dalla presentazione estetica di questo volume, dalle premesse di una distopia in stile Racconto dell’Ancella, dalla freschezza di un romanzo scritto da poco e con riferimenti culturali davvero contemporanei.

Come al solito, le troppe aspettative fregano.
Un romanzo con tantissimo potenziale. Una idea davvero brillante. In una America distopica ambientata in un tempo molto vicino (potrebbe benissimo essere il nostro oggi per quanto ne so), una donna di nome Jane, americana e di origini italiane (wow…) racconta in prima persona le vicende della sua vita all’alba di una legiferazione governativa secondo la quale alle donne è consentito dire solo 100 parole al giorno.

Cioè? Com’è possibile? Come si fa allora a lavorare, socializzare, vivere, etc?
Esatto. Non si fa più nessuna di queste cose. Né lei né le altre donne degli USA, con estensione valida anche a bambine e adolescenti. Questa legge perversa è stata decisa dal Presidente degli USA in collaborazione con una frangia religiosa estremista che vuole la donna sottomessa all’uomo, inadatta a lavorare, pensare, avere opinioni.
Come si fa a cronometrare l’eloquio di tutte queste persone contemporaneamente e accertarsi non sgarrino? E’ presto detto. Le donne hanno al polso un marchingegno – che la protagonista detesta si chiami bracciale, poiché tutto è tranne che un ornamento – che conta le parole. E superate le cento, “premia” il corpo della propria padrona con una atroce scossa elettrica. Scossa il cui voltaggio si alza man mano che le infrazioni si fanno più frequenti. Fino a ucciderti.
Partiamo benissimo, cioè malissimo.

Si aggiunge a questo quadro atroce il fatto che la povera Jane ha un marito che considera smidollato e non ama più, che vuole convincerla ad accettare questa atrocità. E per via delle leggi di cui sopra, che impediscono alle donne di usare contraccettivi (eludendo così l’unico scopo per cui esistono), ha ben quattro figli alla soglia dei quarant’anni! Un figlio maschio, in età liceale, che ha subito un lavaggio del cervello atroce e tratta la madre come una sguattera senza cervello; una coppia di gemelli che fanno i gemelli secondo lo stereotipo dei gemelli in letteratura e parlano solo tra di loro, inutili per buona parte del romanzo, e una bimba piccola, l’unica alla quale Jane sembra davvero legata, che fa pure un po’ pena perché così piccola si è già abituata al mondo silenzioso, senza nemmeno avere, per via della giovane età, un passato da rimpiangere.

Immaginate gestire pranzi in cucina con una famiglia simile e a disposizione solo cento parole al giorno. Già così, per me vale come inferno personale. Infatti, sino a qui, la trama mi stava piacendo moltissimo. Basti dire che la povera Jane, quando ancora poteva lavorare, era una scienziata, una neurolinguista nella fattispecie (proprio come lo è in realtà la Dalcher, scrittrice al suo primo romanzo).
Proprio in virtù di questa sua ex professione molto particolare, un giorno riceve una proposta proprio dagli uomini che le hanno tolto – a lei e ad altre donne – la parola: trovare un siero, una cura, per risolvere un caso di afasia (alterazione di alcune aree del cervello che inibiscono la possibilità di parlare e verbalizzare pensieri in modo coerente)  incorso al fratello del Presidente degli USA.

E qui, un romanzo pieno di potenziale, sia a livello di trama che di possibili sperimentazioni linguistiche (già mi immaginavo invenzioni lessicali o grammaticali, giochi di parole, neologismi arguti per eludere le 100 misere parole), diventa di botto un romanzetto di fantascienza senza pretese.

La storia incalza, appaiono nuovi personaggi che ruotano attorno alla figura perennemente dubitante e in crisi di Jane, primo fra tutti Lorenzo, un ricercatore italiano a cui la donna s’era legata negli anni di lavoro universitario e che spicca nel romanzo come personaggio tanto irreale quanto coacervo di stereotipi sugli italiani e l’Italia, tanto che più volte ho dovuto desistere dal desiderio di defenestrare il libro, non fosse altro che lo stavo leggendo sul Kindle e poi mi si sarebbe rotto!

E qui si conclude la mia recensione. Perché non ho altro da dire. Realmente, dopo l’offerta fatta a Jane, il romanzo che aveva tutta la dignità per mettersi al passo con la grandezza del Racconto dell’Ancella finisce per trasformarsi in una trama ottima per il prossimo filmone americanone, con laboratori segreti, scimmie pazze, marines, soldati assassini, scene di sparatorie e rincorse tra camici bianchi e divise e caschi neri. La riflessione filosofica e culturale sul femminismo, sui diritti delle donne, dei gay, sul diritto all’educazione, alla libertà degli studi va a farsi benedire in nome dell’azione, di calci, pugni e trovate per salvarsi il culo all’ultimo minuto, tipiche dei migliori film di azione americani. Il tempo lento della digestione di un male sociale che s’abbatte contro la donna, e per riflesso sull’intera società, diventa il tempo rapido del dover fare, agire e mandare avanti una trama che, lo dico per dovere di cronaca, non è MAI noiosa.
Ma non è quanto preannunciato dal bombardamento mediatico che ha accompagnato la pubblicazione del romanzo.
Allora, che si faccia pure pubblicità di un romanzo, ma lo si venda per quello che è. Un romanzo di azione, di cui non sentirete la mancanza una volta giunti all’ultima, banale e irritante frase di chiusura del testo che mi ha fatta pentire di averlo pure iniziato, questo romanzo.

 

DIVORARE IL CIELO – PAOLO GIORDANO

downloadQuando ho avuto notizia dell’uscita di un nuovo libro di Paolo Giordano sono letteralmente saltata dalla sedia per mettermi al pc e saperne di più. Con immensa invidia, lo ammetto, ho visto la casa editrice inviare Divorare il Cielo ai booktubers con più iscritti in Italia, molti dei quali notoriamente non grandi estimatori delle precedenti opere di Giordano. Un po’ mi si è spezzato il cuore a vedere che avrei dovuto aspettare, come tutti gli altri esseri umani, il giorno dell’uscita per poterlo acquistare, nonostante anche io abbia un canale youtube, sconosciuto ai più. Ma tant’è…

Questo perché io amo e venero Giordano. Come una divinità letteraria. A dispetto delle critiche sul suo non essere un letterato, o le critiche alle imperfezioni dei suoi romanzi – come se ogni romanzo al mondo non ne avesse, poi – e tutto questo per aver scritto un romanzo, IL romanzo, nel quale per la prima volta dopo anni di letture sono riuscita a rispecchiarmi da cima a fondo: la Solitudine dei Numeri Primi. Il mio grande amore, che ho quasi paura a rileggere nel rischio di dovermene innamorare nuovamente e soffrire al pensiero che si possa scrivere una storia così profonda e triste.

Ho mio malgrado scoperto che Divorare il cielo costava 22 euro, spesa difficile da affrontare in un colpo solo per un libro solo, così ho deciso di affidarmi alla biblioteca online di MLOL, convintissima di aver risolto il mio problema di attesa. Per poi scoprire di essere all’ottantunesimo posto in lista per il download, all’inizio di giugno.

Ho atteso. E atteso. Fino a una settimana fa, dopo aver pregato tutta l’estate per poter ricevere l’autorizzazione di MLOL e leggerlo. E finalmente ce l’ho fatta.

Divorare il cielo. Subito. In tre giorni.
E non puoi far altro con questo romanzo. Cinquecento e passa pagine che volano in un istante, una immersione totale nei personaggi, nelle loro vite sbrindellate, nei loro discorsi. La storia di un rapporto di amicizia e non solo che si protrae dall’infanzia all’età adulta, sullo sfondo per nulla assente di una Puglia vibrante, calorosa ma anche graffiante e cupa, come solo sa essere la Puglia estiva, di campagna, olivi e paesini sul mare.
Romanzo di affetti e rapporti umani che nascono senza un perché e dei quali si scopre il senso soltanto col tempo, con le esperienze, talvolta andando a cercare la verità dietro silenzi, sparizioni e menzogne. Scoprire che dietro l’immagine di chi conosciamo vi è di più, scoprirlo in ritardo, o troppo tardi per poter tornare indietro e far finta che niente sia mai accaduto.
Non è un romanzo facile da digerire, così come lo sono quei romanzi in cui ti affezioni ai personaggi e poi ti incazzi perché non comprendi le loro scelte, perché tu avresti fatto diversamente e allora te la prendi con queste persone inesistenti perché tu pensi di sapere come va la vita, come l’avresti gestita al posto loro.
Ma non è mai così. Divorare il Cielo è un romanzo che mostra in tutto il suo splendore nero cosa vuol dire prendere decisioni senza pensare, per istinto, sull’onda della passione, dell’imperativo volere. E poi passare il tempo a pagarle, quelle decisioni, a trovare la forza di affrontarle.
Divorare il Cielo è il romanzo in cui scopri che la verità ferisce eppure non puoi farne a meno, perché è proprio il di-svelamento delle verità sul conto di chi conosci che ti induce finalmente a capire il senso del tuo rapporto con essi. E se in un mondo cinico e senza dei non ha senso cercare il senso nei rapporti umani, nell’amicizia, nell’amore, se tutto è solo bisogno di colmare vuoti, utile, convenienza e paura di solitudine, allora è bene imparare a saperlo dare noi quel senso, anche quando tutto è finito, anche quando tutto si è perduto per sempre.
Perché di tutto ciò che si perde, solo il senso che noi abbiamo dato è ciò che resta.

Giordano, ti amo! Non c’entra con la recensione, ma volevo dirlo: scrivi esattamente come io penso. Nessuna fatica mai nel leggerti o capirti.