RIFLESSIONI SULLA FEMMINILITA’ NEI ROMANZI

In quest’ultima settimana mi sono fatta assalire dai romanzi femminili e femministi più conosciuti nel panorama letterario. Il mio tragitto nel mondo delle donne non è ancora terminato e sono ancora molte le letture che devo fare, come per esempio i diari di Anais Nin o i romanzi di Simone De Beauvoir… nel frattempo ho letto l’unico romanzo di Silvia Plath, scritto poco prima del suo suicidio; il caso letterario più scandaloso in tempi di guerra cioè La ragazza di nome Giulio di Milena Milani, e alcuni romanzi di Erica Jong. Per concludere un noir moderno e intenso di Paola Calvetti.
Tutti questi libri scritto da un pugno femminile sono decisamente simili tra loro. Benché personaggi e trame si distinguano perfettamente, in tutte le storie ritrovo me stessa e i miei pensieri di ragazza che diventa donna, ma anche considerazioni del tutto femminili sul mondo visto dagli occhi di donne che non riescono a vivere bene molti aspetti della realtà.

Fra gli elementi che accomunano questi romanzi, c’è spesso il rapporto troppo intenso, drammatico e tragico con la propria madre, rapporto vissuto all’ombra di invidie, insensibilità, tristezza e compatimento. I personaggi dei libri vedono la madre come uno spettro che non le abbandona mai, che le opprime con la sua immagine tragica e piena di difficoltà .La madre impedisce alle figlie – protagoniste di sviluppare appieno la propria femminilità e instilla in esse la tremenda idea di essere nate per capriccio o per errore, mai per amore o per desiderio. La madre quindi diventa un mostro, una persona dalla quale non si possono avere consigli né affetto,  ma soltanto uno specchio nel quale scorgere labili lampi di affetto alternati a  lunghi anni di incomprensione, divieti e frustrazioni.

Altro elemento è il rapporto con la verginità. Le donne di questi romanzi vedono la verginità come un qualcosa di sin troppo importante, di cosi pesante, da soffrirne la presenza e sperare al più presto in una sua fine, che a loro dire dovrebbe dar spazio ad una rivelazione portante dell’esistenza. Una sottile membrana di cellule e sangue viene interpretata dalle donne come il simbolo di schiavitù dal sesso maschile o di liberazione mai raggiunta, in epoche in cui la verginità stessa viene vissuta in maniera tragica, silenziosa… quasi come che le donne non dovessero viverla, dovessero nasconderla e nascondersi mentre si perde o si tenta di perderla. Per non parlare delle mestruazioni, del sangue. Un disastro psicologico di portata immensa.

Quindi il rapporto con gli uomini, insoddisfacente, deprimente, spesso angosciante, dove le donne protagoniste si vedono mamme non volute di uomini bambini, o vittime di abbandoni provocati dalle loro stesse paranoie e follie, o addirittura vittime di incesti, di rapporti omosessuali in tenera infanzia, di aborti… Un mondo difficile, quello della donna che non riesce a vivere la propria vita con libertà.

La donna di questi romanzi teme i legami, teme il matrimonio, gabbia della vita, teme i figli e non ne desidera, oppure li vive in maniera complessa, come a sua volta visse in maniera complessa il suo rapporto con la madre. Non c’è serenità nella creazione, ma fine della propria vita, succhiata dalle viscere del nascituro, sempre se il nascituro fa in tempo a nascere…

Per ultimo il rapporto con la propria psiche, sempre in declino, sempre in bilico fra ragione e emozione, fra fare e pensare, fra determinare e subire. Psicosi di varia natura, difficoltà di relazioni, paure, ansie, angoscia, pensieri errati… tutto si mischia nel calderone della mente femminile per fare da degno piatto di una infanzia deviata o triste, fatta di violenze e silenzi incompresi.

Io dico… ma ci sono donne che sono felici di esserlo? E se ci sono, come mai non scrivono romanzi? Forse mi sono spinta troppo in romanzi femministi per sperare di avere un risvolto non dico ottimista ma più sano della vita femminile… in ogni caso, non tutte le donne hanno subito violenze e abbandoni. O comunque non hanno vissuto la cosa in modo così intenso.

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