UBIK – PHILIP K. DICK

Anni fa ho visto questo libro tra le mani di una persona che, a mia domanda testuale:  “Di che si tratta?”, mi rispose: “Non è roba per te!”.
Attualmente, ottenutolo in prestito dal mio ragazzo, finalmente ho potuto leggerlo e constatare che non è così. Si, perchè senza spendere parole superlflue sui molteplici significati che questo romanzo assume in tutti i campi della società ( per i quali rimando a questo link che argomenta il tutto degnamente : http://www.intercom.publinet.it/Dick6.htm ), posso affermare che si tratta prima di tutto di un libro scritto assolutamente per puro divertimento, per gioco, dallo scrittore. La struttura con cui si concatenano i vari episodi è studiata appositamente per creare nel lettore ansia, angoscia e voglia di sapere come andrà a finire questa storia. Fatta eccezione per le prime cinque pagine, che impediscono al lettore distratto di inserirsi facilmente nella vicenda ( immagino già qualcuno che, in cerca di un libro da leggere, nel marasma delle possibilità presenti in libreria, apra Ubik, legga l’incipit e decida di lasciar perdere perché a malapena riesce a pronunciare il nome dei personaggi!), superato questo breve ostacolo, spesso caratteristico dei migliori libri della storia della letteratura mondiale, si entra a far parte del mondo descritto nel romanzo, si entra appieno nella storia, si può godere di personaggi tanto affascinanti quanto originali, se si pensa a quando è stato scritto il libro, e ci si trova inevitabilmente ingarbugliati in questa fantomatica possibilità che lo scrittore sembra dare, di poter capire dai dettagli seminati lungo la storia, come si metteranno le cose. Possibilità illusoria che infatti ci lascia col fiato sospeso sino alla fine.

Dal punto di vista stilistico, non avendolo letto in inglese non saprei cosa dire se non che indubbiamente Dick non aveva molto a cuore descrizioni, ma soprattutto azioni e momenti di pathos, prediligendo l’effetto sorpresa e lo svilupparsi di tematiche surreali, che a volte sfociano anche in strani monologhi filosofici, sui quale sarebbe possibile viaggiare molto più a lungo di quanto lo stesso romanzo possa consentire.

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