A HUMAN PORTRAIT – ROBERT PAYNE

Mi aggiravo stamani nella biblioteca di Lancaster nella sezione letteratura straniera, dove, per inciso, v’è anche la Letteratura Italiana, naturalmente! E ho scovato il reparto Russian! Siccome tra gli scaffali della Letteratura del mio paese erano presenti in maggioranza libri in lingua originale, inizialmente avevo pensato di imbattermi in una serie di tomi antichi in russo e, ahimè, incomprensibili per la sottoscritta! E invece, con mia estrema sorpresa, ho scoperto che sono per la maggior parte libri in inglese. Mi si è spalancata una porta quando, cercando ovviamente QUEL NOME, il nome del mio scrittore preferito in assoluto, F.M. Dostoevskij, mi sono imbattuta in un’intera serie di scaffali a lui destinati!
Ridacchiavo leggendo il titolo tradotto in inglese di romanzi che sono da sempre abituata a concepire in italiano (per quanto anche essi meramente in forma tradotta dell’originale russo), ma la mia attenzione si è soffermata soprattutto sui libri di critica, che ho sempre disperatamente cercato nelle librerie a Bari, avendo ignorato per molto tempo il canale degli acquisti on line nonché la possibilità di poter leggere libri anche in inglese, là dove nessuno si fosse spinto a tradurre testi critici di uno scrittore, a quanto mi sembra, non molto calcolato in Italia. Premetto che, allo stato attuale delle cose, ero riuscita ad acquistare, quando le finanze me lo permettevano, uno dei saggi di Freud su Dostoevskij (ISBN 8833902129) nonché il costoso ma indispensabile saggio di Bachtin, Poetica e Stilistica, con le ben note teorie sulla polifonia (ISBN: 8806163817).

Molti altri libri sono stati scritti su di lui e sulle sue opere, e i diversi rami della critica letteraria hanno decisamente “sguazzato” nella possibilità di ricondurre le tematiche archetipiche dei suoi scritti alle sue vicende personali, bibliografiche e psicologiche, giacché Dostoevskij non può certo fregiarsi di aver vissuto una vita banale (fregio che, a mio avviso, nessuna vita meriterebbe comunque). Primo fra tutti Freud, appunto, la cui passione era decisamente quella di riscontrare nevrosi negli artisti, rintracciandone i segnali nelle opere d’arte (il saggio in questione è davvero eccellente, leggerlo è appassionante, ma ovviamente resta impossibile riuscire a verificarne lo stato di realtà, essendo basato totalmente su teorie che, nel corso del tempo, sono state sostituite da coloro che si sono succeduti a Freud). Comunque, senza dilungarmi nel discorso, che già sento aprirsi in pericolose finestre (una delle quali vorrei si chiamasse tesi all’università), mentre cercavo appunto un nuovo libro di critica letteraria su di lui, mi sono imbattuta nel seguente volume: A Human Portrait di Robert Payne.

E siccome, più di ogni altra cosa, mi premeva partire dalla conoscenza vita di Dostoevskij, essendomi limitata sempre a quella scarna e cristallizzata che precede tutti i suoi romanzi, ho deciso di leggere questo libro. Non ne avevo mai sentito parlare, tra l’altro è del 1958, e non ho mai sentito parlare nemmeno del suo autore che, a quanto dice Wikipedia, ha scritto invece ben 110 opere, tra cui appunto molte biografiehttp://en.wikipedia.org/wiki/Pierre_Stephen_Robert_Payne

Ora, cosa dire? Questo libro mi è piaciuto particolarmente perché l’autore ha fatto di tutto per rendere leggibile la vita dello scrittore servendosi di documenti ufficiali, facenti parte della sterminata produzione epistolare di Dostoevskij, che scriveva specialmente al fratello, suo principale punto di riferimento per tantissimi anni. E poi servendosi di interessanti e non banali riferimenti alle opere letterarie dello stesso, sottolineando senza forzature quelle che possono essere state le sorgenti di ispirazione per personaggi e tematiche dei romanzi. Payne ci porta lentamente e con dolcezza nella vita del giovane Dostoevskij, lasciando non casualmente l’introduzione del libro ad una sapiente panoramica fotografica dell’ assassinio di un uomo in un paesino russo, uomo che dopo poche pagine si rivelerà essere appunto il padre dello scrittore. E questo, per chi ha ben noto il tema del parricidio del suo ultimo romanzo, è già un ottimo segnale per chi cerca tracce di verità e di realtà nella sua biografia. Dostoevskij, come è noto, inizia dapprima una carriera di ingegnere (orrore, ebbene sì) impostagli dal padre, che lo voleva avvezzo ad una vita disciplinata e benestante. Ma col passare degli anni e degli studi, egli si rende conto di non essere portato per quel tipo di vita disciplinata e dura, non ama soprattutto il disegno tecnico, al quale invece contrappone la sua grande e sempre più esplosiva passione per la letteratura. Si appassiona della letteratura francese e tedesca, e inizia anche a proporre diverse traduzioni in russo di esse. Si appassiona a Schiller soprattutto. Per cui, infervorato dalla passione per i libri e dalla crescente e nascente voglia di scrivere (operazione cui dedica notti intere, candele e solitudine, da lui preferita alla vita di società sin da giovane), decide di abbandonare la carriera militare e ingegneristica, e di darsi alla carriera editoriale e di traduzione. Mi è piaciuto il passaggio in cui Payne descrive mirabilmente la scena dell’abbandono, rendendo così lo scrittore umano, vivido nella sua forza, nella sua passione e nel suo vigore (la traduzione è mia): “Per amore di San Pietroburgo e della letteratura, egli abbandonò la carriera militare ottimamente pagata, calandosi in un abisso dal quale soltanto i forti emergono. Sapeva esattamente cosa stava per fare, e aveva messo in conto le conseguenze. Era un giocatore d’istinto, ma questa era la più grande fra tutte le scommesse. Avrebbe espugnato la fortezza della letteratura, o sarebbe perito tentando.”

E ancora: “Era deciso a diventare editore o traduttore e mortalmente stanco di essere un sottotenente tra gli ingegneri. – Annoiato dal mio lavoro,- diceva. – Annoiato a morte.”

Quindi, perseguendo il suo sogno, Dostoevskij si butta nelle traduzioni e scrive anche il suo primo romanzo, Poor Folk (Povera Gente), romanzo che io ritenevo essere assolutamente minore rispetto agli altri, ma che invece a quanto ho letto fu la sorgente del suo successo, grazie alle parole del critico letterario Belinsky (il quale però poi gli si ritorse contro con veemenza, quando ebbe letto i suoi lavori successivi). Ecco cosa Belinsky disse di lui, nella sua critica positiva: “Hai toccato il cuore delle cose. In un solo colpo hai realizzato ciò che è più importante. Noi critici cerchiamo di spiegare ciò a parole ma tu – oh artista – tu l’hai spiegato con una sola immagine tangibile a tal punto da poter essere afferrata con certezza, sicché anche l’ultimo dei tuoi lettori sarà in grado di coglierla immediatamente. Questo è il mistero dell’arte! Questa è la verità dell’arte, e il servigio dell’artista alla verità! Fa’ tesoro del tuo dono, sii ad esso fedele, e diventerai un grande scrittore!”

In questo suo momento di gioia, prima che la vita gli riservasse una serie di prove difficili, che avrebbero reso folle un uomo la cui forza interiore non fosse stata sufficientemente elevata, Dostoevskij comprese realmente che tutto ciò che voleva fare davvero, nella sua vita, era scrivere, e questo sogno folgorante, questo fuoco ardente nel suo cuore lo spinse a vivere una vita memorabile, nei suoi momenti alti come in quelli bassi, per amore della scrittura: ” Ammirai i cieli, il fulgore del giorno, i passanti, e sentii con tutta la mia anima che era arrivato un momento solenne nella mia vita, cambiandola per sempre. Che qualcosa di interamente nuovo era iniziato in me, qualcosa che non mi sarei mai aspettato, nemmeno nei miei sogni più appassionati (ed io ero un sognatore davvero appassionato). Può esser mai?, domandavo a me stesso, – che io sia così grande?,  e pronunciai queste parole impaurito, in una sorta di timorosa estasi..”

Dostoevskij fece sempre tesoro del suo dono, e la sua vita irta di avvenimenti difficili contribuì notevolmente a far si che il diamante grezzo della sua genialità narrativa si trasformasse negli anni in un diamante di immenso valore, ma dal colore delle tenebre, il nero.   A lungo nella sua vita fu tormentato dai debiti, che egli contraeva spesso per via della sua passione nel gioco d’azzardo. Fu mandato ai lavori forzati in Siberia, dopo aver respirato l’alito della morte durante una falsa esecuzione regale, ordita dallo Zar di Russia per spaventare i rivoltosi socialisti (tra i quali Dostoevskij prese parte non spinto precisamente da chiari ideali). Rimase lontano dalla sua amata città, Pietroburgo, per molti anni prima di potervi rientrare e riprendere le redini della sua ascesa all’olimpo dei grandi scrittori.

Uomo dal carattere passionale, non poté inoltre non avere anche grandi e tormentatissimi amori. Prima Maria, una donna inizialmente sposata, che non lo amò e che egli decise di sposare (dopo la morte del marito) più per folgorazione che per reale conoscenza, pentendosene. Poi la Suslov, dal carattere vespifero e capace di tenere sul filo lo scrittore, di suo già avvezzo a complicazioni mentali e giochi psicologici, e infine la segretaria Anna, che divenne la sua seconda moglie, donna di cui non poté più fare a meno, per via della sua intelligenza, dolcezza e capacità di donarsi allo scrittore con tutta l’anima e la passione che egli richiedeva da una donna. Insomma, a quanto pare da questo libro, Dostoevskij piaceva tanto e affascinava, pur avendo un carattere ombroso e scontroso, ma egli era attratto in prima persona da situazioni difficili, donne sposate, spoState, malate o incapaci di amarlo totalmente. Fatta eccezione appunto per la seconda moglie che, come è noto, lo aiuto tantissimo sia economicamente che nella stesura dei suoi romanzi, primo fra tutti The Gambler (Il giocatore).

Per quanto riguarda gli spunti stilistici delle sue opere, Payne lascia qui e lì nel libro delle fruibili immagini di quella che è l’originalità nella penna di Dostoevskij, consentendo anche a chi ne possiede una lettura più superficiale, di coglierne i tratti distintivi (al contrario della lettura di Bachtin… da fare rigorosamente con i romanzi alla mano!): “Il suo punto forte risiede nelle descrizioni delle anime umane colte nel momento della crisi, in quegli strani e pericolosi movimenti dell’anima durante i suoi turbamenti, ogni qual volta essa si scontra con qualcosa di più grande di lei”.

“Molto raramente i suoi personaggi portano nomi di persone ordinarie e riconoscibili”Infatti ogni nome dato ai personaggi possiede in sé un preciso significato, basti pensare alla parola Kara nei Fratelli Karamazov, che significa appunto “nero”.“Più spesso i suoi personaggi apparivano come personaggi anonimi, in tragico ed implacabile movimento attraverso una città anonima”.

Payne coglie perfettamente, quindi, nella costruzione di questo ritratto d’artista, lo scopo che il Dostoevskij scrittore ma anche uomo perseguì con tutta la sua anima e con vigorosa passione per tutta la vita:  esplorare la natura umana, e i suoi più segreti, oscuri e perversi anfratti, in una eterna oscillazione tra misticismo divino e tormentato ateismo, chiave degli atroci dubbi che sempre lo colsero nei momenti difficili, dalla quale non poté mai liberarsi per natura di uomo ingegnoso.

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