IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI FIORI – VANESSA DIFFENBAUGH

Ho scoperto dell’esistenza di questo esordiente romanzo per caso, mentre giocavo a dadi col mio tempo, in una delle tante attese vissute, e che ancora mi spettano, dei miei viaggi di andata e ritorno dall’Inghilterra. Precisamente ero in una libreria della stazione ferroviaria di Rimini. Fuori quaranta gradi ed io col cappotto, non avendo avuto modo di cambiarmi dopo esser scesa dall’aereo, mi aggiravo in essa alla ricerca di qualcosa di estemporaneo da leggere.

Mi colpisce immediatamente questo tomo, non so nemmeno io per quale motivo. Ne leggo solo la prima pagina e penso che dovrei proprio comprarlo e leggermelo tutto. Guardo in copertina e sbianco: il libro costa quasi venti euro. Poco male, penso, lo comprerò da internet in Inghilterra, sono certa che lo pagherò almeno la metà.
Detto fatto, dopo una attesa di alcuni mesi (misteriosamente il libro era uscito prima in Italia che altrove), a sole cinque sterline, mi aggiudico una copia con copertina rigida, per l’appunto in inglese, e inizio la lettura.
La trama. Semplice ma diretta e sapiente. Non c’è da aspettarsi alcuno svolgimento intricato o incomprensibile. Sia che si parli del passato che del futuro della protagonista, la giovane Victoria, ci si trova dinanzi con semplicità alla comprensione delle sue vicende e delle vicende dei personaggi che la circondano. Victoria è una foster child, una ragazza senza genitori che necessita di adozione ma, per via del suo carattere ai limiti del delinquenziale e dell’irrequieto, viene sempre rispedita al mittente da famiglie insoddisfatte e non propense a cercare di aprire una breccia di affetto in lei. Victoria non è particolarmente brava in nulla, eccetto una cosa: sa fare dei fiori l’asse portante, nonché unico, della sua comunicazione. Rimasta per la strada senza casa né lavoro a diciotto anni, decide di dedicarsi solo ad essi, e la sua dedizione sarà anche l’arma per una crescita personale e una svolta di cambiamento nella vita.
Vorrei soffermarmi sui punti di valore e non di questo romanzo. Prima di tutto, lo schema con cui è snocciolata la trama. Un continuo rimbalzo fra passato e presente, di capitolo in capitolo, con evidenti collegamenti non casuali a seguirsi. Piuttosto che optare per una trama lineare intrisa di ricordi, la scrittrice, forte della sua laurea in Creative Writing (beata lei, è il caso di dirlo), salta sapientemente da un capitolo all’altro del romanzo giocando con il passato e il futuro della protagonista in maniera  ammirevole, tant’è che a meno della metà di esso ho iniziato ad avere il panico da lettura, e non riuscivo più a staccarmene, risultando evidente che i segreti che il personaggio porta nel suo cuore saranno sicuramente rivelati non prima di quella metà.

Essendo io una fissata dei romanzi classici ottocenteschi formato mattone, ovviamente non ho apprezzato la quasi totale assenza di descrizioni, di minuziose attenzioni alla caratterizzazione fisica dei personaggi e soprattutto non ho apprezzato la carenza dialogica del romanzo. Che però, proprio per definizione di titolo, non poteva che esserne carente. Victoria si esprime con i fiori, e il linguaggio di epoca vittoriana ad essi legato, e si tratta di un personaggio che non ama parlare, non ama dialogare e non ama avere rapporti e relazioni. Per cui la resa del suo personaggio è riuscita al cento per cento, nel momento in cui la scrittrice evita davvero di farla parlare. Decisamente la lettura di questo romanzo è scorrevole, ideale per chi non ama i grossi mattoni pieni di concetti, dialoghi e descrizioni interminabili. Per me è un  punto di svantaggio, ma suppongo che sarà proprio questo dettaglio a fare la fortuna di questo romanzo, per altro già vendutissimo.
C’è da aggiungere che i personaggi secondari sembrano avere un ruolo soltanto in funzione del principale, di Victoria appunto. Si muovono su uno sfondo di carta (si, è San Francisco, ma a parte ponte e nebbia, potrebbe davvero essere una città qualunque, o potrebbe anche non essere una città), e non sembrano avere vita propria se non quando evocati dalla presenza nervosa e atona di Victoria, che li costringe a piegarsi spasmodicamente su di lei per uno straccio di interazione umana. E’ decisamente un romanzo che si accentra sulla protagonista, unico vero personaggio della trama.

Detto questo, senza girarvi intorno, passo immediatamente a relazionare il punto di totale sfavore che, per quanto mi riguarda, mina senza ombra di dubbio la bellezza innegabile del romanzo: il finale. Sempre tenendo presente i gusti personali, devo ammettere di non amare i finali buoni e buonisti. Quei finali in cui si giunge a descrivere una situazione di pace e armonia, quando per tre quarti del romanzo vi sono state solo catastrofi e pessime intenzioni da parte dei protagonisti. In natura questo non avviene quasi mai, e se avviene vi è sempre un compromesso alle spalle di tutto, una perdita, una amputazione di una fetta di realtà ceduta nelle mani dell’illusione dello stare bene. Ecco, questo libro non viene a patti con nulla e nessuno.  A mio avviso, sarebbe stato logico mantenere coerenza con la vita disastrata del personaggio, sino alla fine, e invece a poche pagine dal termine, accade il miracolo. Miracolo che per tante pagine prima del libro non avevo nemmeno considerato come possibile finale, data la banalità di esso.

Sulla copertina, come sottotitolo si legge: “Anyone can grow into something beautiful”, e questo già avrebbe dovuto mettermi in guardia sul finale possibile, in effetti. Diciamo che un senso di realtà maggiore, avrebbe reso questo romanzo fresco e che consiglio comunque a chi voglia vivere un piccolo pathos privato, davvero perfetto. Ma si sa, troppa perfezione infastidisce.

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