NON SOLO MALE DI VIVERE. EUGENIO MONTALE

A differenza delle opere in prosa, dinanzi alle quali mi trovo sempre spiazzata da una moltitudine di significati stracolmi di fascino, coinvolta da storie e personaggi, quando mi imbatto in poesie mi domando sempre se non mi stia sfuggendo qualcosa. Inoltre, mi fido poco dei commenti critici (o meglio, riesco poco a seguirne il filo, sinceramente) , nel senso che la prosa secondo me è facilmente commentabile anche senza un apparato extratestuale di rimando, anche mediante forzature del testo. Il bagaglio espanso di nozioni che offre la prosa rende anzi l’operazione di interpretazione affascinante e aperta a molte finestre originali. Ma la poesia va esattamente nel verso opposto, rispetto alla prosa: è un’opera intima, chiusa, protesa verso l’interno, sugellata dall’oscurità dei sintagmi e dei collegamenti e rimandi interni,, anche nel migliore dei casi. Non è diretta realmente a qualcuno anche quando il “tu” lascia pensare ad un destinatario preciso o fittizio. E’ la parabola della vitalità dei ricordi separati dal tempo e associati all’esperienza emotiva in una cristallizzazione della forma. C’è poco cervello nelle poesie, fatta eccezione per la costruzione della struttura poetica e della versificazione, quando essa sussiste. Il loro contenuto è  un guizzo di eterno spremuto da una regione troppo remota della mente umana. Quindi come è davvero possibile giungere ad una interpretazione basilare, salvo commento comunicato dallo stesso autore? Se ne possono dedurre i temi principali, le ricorrenze lessicali, la poetica, alcuni eventi della biografia. Ma il vero moto da cui una poesia scaturisce da dove nasce? E’ puro contesto E’ invenzione? E’ sogno? Chi può dirlo? E’ raccolta di eternità in un numero ridotto di parole, questo è certo. E se si legge una poesia di Montale, ad esempio, o se la si dovesse leggere tra altri 50 anni, se ne ricaveranno sicuramente pensieri sempre molto diversi. Non possiamo più parlarci, come possiamo davvero capire? Possiamo solo immaginare…

I libri di critica, uno di Luperini (che è quello che mi convince di più) e uno di Casadei, puntano sul contesto, sulla vita di Montale, sulle esperienze fatte, il rapporto con le donne, con la guerra, con la difficoltà di trovare lavoro, con la figura dell’intellettuale e della poesia al sorgere della società di massa, che determina appunto la morte annunciata della letteratura. Si, molto allegro e confortante.

Ma per lui cosa significava davvero tutto quello che ha scritto? In Satura, ultima silloge poetica, si appresta a demistificare addirittura la sua stessa opera giovanile. Lo credo bene: si cambia. E in effetti posso dire che la silloge delle Occasioni è quella che mi è piaciuta meno, mentre Ossi di Seppia e Satura, quindi i due estremi della sua produzione, sono davvero affascinanti ed emozionanti. Bufera ha delle zone di ubriachezza emotiva, ma lo ritengo comunque molto, troppo ermetico in certe sue posizioni per colpirmi come ha fatto D’Annunzio che, scusate se è poco, qualunque cosa facesse, prosa o poesia, vi inseriva una tale carica di erotismo, di effetti di dissoluzione, etc… da suonarmi sempre perfetto ( sono gusti personali ovviamente, quelli che ho espresso, non certo giudizi qualitativi).  Cito D’Annunzio perché Montale in qualche modo voleva contrapporsi con la sua poetica a quella dei poeti laureati, anche per motivi storici. Lo capisco, è facile sparare sui laureati quando non lo sei, (era perito tecnico, per altro costretto ad iscriversi a tale studio dal padre che lo voleva a lavorare con sé) ( due balle!), ed ebbe due lauree honoris causa ( beato lui, però così non vale 😀 ). Mentre D’Annunzio studiò al Collegio Cicognini ( mica l’Ateneo di Bari eh!), non si laureò mai nemmeno lui, pur essendosi iscritto a Lettere, ma certo, non aveva tempo per dare gli esami, doveva scrivere e ubriacarsi di amore, sesso e quant’altro ( vabbè, lo adoro, c’è poco da dire), quindi quando pubblicò il Piacere, spesatissimo dal padre che, nonostante tutto, credeva nelle sue doti letterarie, mi sa che la Laurea non gli servìva più.  Se tuo padre ti dice: -Scordati l’università, vieni a vendere prodotti chimici con me, che non vali una cippa!, ti capisco se spari sui laureati. Ma non lo apprezzo. Svevo non lo faceva. Credo.

Bla bla bla, tutto questo per dire che non ritengo facile comprendere le opere poetiche, con tutte queste variabili che distanziano da un significato sopraelevato, non dico unico ma almeno privilegiato. C’era questo critico di nome Sergio Solmi, che lo conobbe dal vivo, si mandavano lettere e quindi è presumibile che le sue opere di critica siano nettamente superiori in quanto ad affidabilità. Mi informerò.

In foto, Irma Brandeis “Clizia”, grande amore lontano di Montale

Nel frattempo, persa tra un pensiero e l’altro, rileggo nella solita sonnacchiosa biblioteca dell’Ateneo, tra un boccheggio di caldo e l’altro, quella che considero una delle mie preferite sino a quanto letto ora, di Eugenio Montale. Naturalmente delle poesie che sto per citare, non vi è traccia nel programma di studi canonico, non avevamo dubbi.

Non ho molta fidu­cia d’incontrati

nella vita eterna.

Era già pro­ble­ma­tico par­larti

nella ter­rena.

La colpa è nel sistema

delle comu­ni­ca­zioni.

Se ne sco­prono molte ma non quella

che farebbe ridi­cole non­ché inu­tili

le altre.

Questa poesia è tratta dalle Poesie Disperse, quindi non fa parte delle raccolte principali. Allora, io che nasco in piena esplosione dell’epoca telematica, in questa poesia vedo l’espressione ineffabile e perfetta della realtà attuale.

1 -2 Totale sfiducia nella possibilità di giungere ad un punto in cui sarà possibile esprimersi con amore e con verità, con le persone cui teniamo. La vita eterna, che per me non esiste, e la cui idea non provoca molta fiducia nemmeno nel poeta, è un limbo desiderato di pace e comunione tra gli uomini, in cui sarà eventualmente possibile riallacciare rapporti che il quotidiano opposto all’eterno non consente.

3 -4 Infatti, nella vita terrena, la quotidiana appunto, era problematico parlare con la persona cui il poeta fa riferimento. Una distanza? Conversazioni interrotte ad una linea telefonica, non perfettamente funzionate. Ma possiamo introdurvi anche il moderno. Una chat che va e viene, fraintendimenti causati dall’erroneo uso delle parole, dei caps lock, delle emoticons, delle decontestualizzazioni di un dialogo telematico che elimina il mondo dei segni, delle espressioni facciali. Non per tutti è facile comunicare via internet. I giovani ci riescono meglio, gli adulti meno, chissà, dipende un po’ dalla predisposizione naturale. Ma il segreto della padronanza nello scrivere e nel comunicare è nella capacità di rendere lucidi di concetti interiori. E se ci riesci meglio con le parole come la metti? Come si conclude questa situazione quando non è fattibile riuscire a comunicare la propria interiorità? Fraintendimenti, sempre dietro l’angolo.

5 -6 Questo mi sembra evidente. La comunicazione diventa rapida, essenziale. Restano indietro i lenti, i timidi, i prolissi, i tradizionalisti. non c’è spazio per loro. Come comunicare grandi emozioni, grandi passioni, grandi drammi, con un sms? Non è meglio la voce, esserci di persona? Ma poi, basta essere uno di fronte all’altro, per capirsi davvero? Il problema è irrisolvibile.

7-9 Se ne scoprono ancora e se ne scopriranno molti altri. Sms e foto, mail e video, combo di espressioni audiovisive che mostrano tutto senza che la sensibilità emotiva possa essere stimolata sensorialmente, tutto è distaccato e raggiungibile, ma non si tocca. E’ freddo. Cosa manca a tutti i metodi di comunicazione moderni? E’ chiaro. manca la connessione empatica delle emozioni, la “puzza” delle emozioni. Manca il filo diretto che dal tuo cuore arriva al mio, che dal tuo cervello arriva al mio. Empatia in scatola, chi la inventerà? Comprensione illimitata, non sarebbe più nemmeno necessario parlare. Ma solo essere, ed immergersi col proprio essere e con la mente spalancata in un mondo di esseri a loro volta con la mente aperta. Sarebbe bello poter essere sempre sé stessi e altro da sé quando lo si vuole. Empatia, questa scoperta tecnologica e un po’ biologica che ancora tarda nei nostri negozi. Fatto salvo trovarne piccole fialette nelle mansarde di chi se la costruisce da sé, con anni di duro lavoro, di ascolto, di aperture mentali, anche forzate, stentate, con quei pochi ma buoni che ci circondano.Infine, siamo destinati alle nostre classiche isole di incomunicabilità, l’unico ponte a venirci incontro è l’immaginazione.

Poi c’è un’altra poesia che mi fa impazzire.

Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri

che paralleli slittano

spesso in senso contrario e raramente

s’intersecano. È quando si palesa

la sola verità che, disvelata,

viene subito espunta da chi sorveglia

i congegni e gli scambi. E si ripiomba

poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo

solo i pochi viventi si sono riconosciuti

per dirsi addio, non arrivederci.

Qui ci vorrebbe davvero un disegno per esprimere quanto sia geniale questo componimento. Quanto sia forte  drammatico il senso. Questi nastri, questi percorsi… ognuno di noi scivola su un nastro parallelo a quello altrui. Ancora una volta non c’è possibilità di vera comunicazione, nemmeno di condivisione temporale! Si va, ognuno preso dal suo tempo, dal suo nastro. Capita raramente, eppure capita, che ci si intersechi per un breve istante. Che ci si riconosca come anime viventi, anime affini, rare, poche. Ma per quanto possa essere forte l’istinto di riconoscimento, il tempo unico che svrintende gli individui prende il sopravvento. non c’è spazio per le vite singole, non c’è spazio per il rivedersi ancora, il curare i rapporti, l’arrivederci, per creare conoscenze stabili, pilastri sui cui poggiarsi quando si è stanchi. C’è solo il tempo del riconoscimento. Gli occhi si aprono nel buio, si riconoscono ( come quando si gioca a Lupus), si  innamorano e poi addio, addio per sempre, ognuno nella sua direzione, unica, diversa, irraggiungibile. Sola.

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