I DEMONI – FEDOR DOSTOEVSKIJ

Si pensa sempre ai romanzi russi come a degli insuperabili mattoni di noia. Certamente, li si vede libri di grosse dimensioni e si pensa che non si sarà mai in grado di finirli e che forse nemmeno ne val la pena visto che si tratta di un libro classico e non contemporaneo. Eppure, quando ci si imbatte in questo romanzo, uno dei principali di Dostoevskij, tutte queste supposizioni si rivelano davvero errate. Così come per tutti i suoi altri libri del resto.
Proprio ieri, mentre ero da Feltrinelli, ridacchiando dinanzi all’illustrazione di copertina fatta dai Mammut della Newton Compton per i Fratelli Karamazov, ho visto una ragazzina prendere in mano i Demoni e sfogliarne le prime pagine. Ero lì, attonita, avrei voluto dirle di prenderlo perché ne valeva la pena, ma ero una estranea. Perché mai avrebbe dovuto ascoltarmi? Ho anche pensato che fosse rimasta colpita dal titolo. In un periodo storico letterario in cui vanno di moda vampiri e altre creature demoniache, magari avrà pensato che quel romanzo parlasse di chissà che genere di demoni o di creature cattive, venute dall’oltretomba per disturbare il sonno o i sentimenti della Bella Swan di turno!

Invece, meraviglia delle meraviglie, questo romanzo non parla affatto di quel genere di demoni. Tratta invece della storia di una congrega di atei terroristi, capeggiati dal giovane assassino machiavellico Petr Verchovenskij, e di tutte le figure che inevitabilmente ruotano attorno a lui e ai suoi giochi di potere, non per ultimo il suo compare più vicino, il misterioso e oscuro Nicolai Stavroghin. Entrambi sono figli di due famiglie piuttosto note nella città russa in cui si svolge la storia. Di conseguenza, le loro azioni e le loro malefatte vengono descritte inevitabilmente non secondo il loro punto di vista ma secondo il punto di vista di chi li conosce, di chi ha potuto carpire dalle loro vite e dalle loro fugaci apparizioni al sole della società, i loro progetti o le loro oscure intenzioni. Da un lato, la madre di Stavroghin, la Generalessa Varvara Petrovna. Dall’altra, il povero Stepan Verchovenskij, padre di Petr, uomo nutrito di velleità letterarie, con un temperamento drammatico e sempre pronto a fare di tutto una tragedia.

Leggendo questo romanzo è impossibile non ridere. Sembra assurdo ma è così. Nel tratteggiare sempre più distintamente gli avvenimenti della losca trama della congrega di atei mossi alle loro azioni di protesta da parte di Nicolai, se ne ricavano ritratti divertentissimi e teatrali di tutti gli altri personaggi che lo attorniano. Dostoevskij trascina il lettore all’interno di case, giardini e salotti, ti fa accomodare alla poltrona assieme ad altri dieci e passa personaggi, facendoli parlare e interagire in modo sensazionale. Sicché, la lettura non risulta mai noiosa, ma sempre più appassionante e si inizia a guardare ai personaggi come a dei curiosi vicini di casa in vena di pettegolezzo.
Lo stratagemma narrativo di rilievo, rispetto ad altri romanzi, è dovuto al personaggio “finto”, ovvero lo stesso scrittore e io narrante, Anton, uno dei servi del povero Stepan, che durante tutto il racconto avrà modo di mostrare, narrando in prima persona, la concatenazione degli eventi, tracciata come una sorta di catena di anelli. Infatti, poiché i personaggi principali, i due giovani atei, si muovono sempre nell’ombra e le loro azioni sono sempre celate agli occhi di tutti, il “finto” personaggio creato da Dostoevskij riesce, col suo occhio acuto, a ricostruire le situazioni, facendo di volta in volta affiorare sensazioni e impressioni su quanto accade realmente, dai personaggi di contorno e costruendo una trama che pagina dopo pagina si infittisce e si rivela, sino ai due determinanti a mio avviso, colpi di scena finali.
Si potrebbe quasi dire che gran parte del romanzo si svolge con atmosfere simili a quelle di un giallo, dove il gusto della ricostruzione degli avvenimenti e delle situazioni macchinose e intrecciate si unisce all’astuzia dello scrittore nel disseminare l’intero romanzo di trappole e di indizi che lasciano al lettore il compito di intuire cosa succede, senza che egli vi faccia più di un breve accenno.

Alcuni trovano che questo sia il romanzo migliore di Dostoevskij, non a torto. A suo tempo, lo trovai invece il più difficile da leggere, proprio perché non fui in grado di comprendere tutta la trama di misteri che si svolge sotto l’apparente costruzione reale della storia. Ci ho messo infatti, nonostante in genere sia di rapida lettura, un sacco di tempo per finirlo (anche perché leggevo poche pagine al giorno per via dello studio). In ogni caso lo consiglierei davvero a chi ama i romanzi gialli e di mistero, nel caso non vi siate mai appassionati ai romanzi russi, perché in questo caso la vostra curiosità sarà completamente appagata.

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BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE – ALESSANDRO D’AVENIA

Ho recentemente scoperto che, per invogliare i ragazzi alla lettura durante il periodo scolastico, molti professori hanno iniziato ad assegnare la lettura di “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia, che ora che ci penso, è anche su Facebook e Twitter. Spesso mi sono trovata a leggere i suoi commenti letterari, è molto seguito su entrambe le piattaforme!  Ora però, a questo  suo libro non ci sarei mai arrivata probabilmente, seguendo la mia scia di letture. Ma quando ho chiesto un po’ in giro, tramite social network, a un campione di ragazzini quale fosse il loro libro preferito, ho ricevuto due risposte unanimi. Una è stata “io non leggo ahahahahah”, l’altra è stata il titolo di questo libro “perché è l’unico che sia mai riuscito a finire e me lo ha consigliato la professoressa”.


Sicché, viste tali premesse, mi sono detta che dovevo leggerlo e sapere quale fosse la sua magia. Infatti, nonostante stia ancora rileggendo l’Idiota di Dostoevskij (vedi post precedente per capire di che problemi mentali soffro), ho preso subito questo libro e l’ho divorato in poche orette. Ribadisco che è un libro cui non sarei mai arrivata da sola, forse perché si tratta di una storia palesemente scritta per i ragazzi. Ho tuttavia apprezzato l’intento dello scrittore di inserire citazioni e passi di letteratura classica e antica. Ho infatti letto che D’Avenia non è certo il primo venuto: dottorato in Letteratura Greca, se non erro, e tesi incredibile a proposito del rapporto con le Muse! Sarebbe bello poter leggere questa tesi.

Insomma, è chiaramente visibile il motivo per cui questo libro piace. Storia di un ragazzo a scuola, si toccano tematiche piuttosto note, lo studio, il calcetto, gli amici, i problemi con la famiglia, ne ho letti tanti simili all’epoca. Comunque, non mi tiro mai indietro dal leggere libri ritenuti “noti”, così come non mi tirai indietro dal leggere “Tre metri sopra il cielo” (che mi piacque, non fosse altro che finiva fottutamente male, anche se era scritto coi piedi).

Dunque, un punto di originalità di questo testo risiede certamente nella coraggiosa scelta di Leo di perseguire sino alla fine il suo sogno d’ amore per Beatrice. Io credo che nessuno lo farebbe mai. Non alla sua età. Non QUELLA scelta. Però se mai fosse accaduto per davvero ciò che lui fa per lei, allora ci sarebbe davvero da restarne sorpresi. Inoltre, mi ha fatto piangere tantissimo la serie di incontri che ha con lei: il primo in assoluto, mi ha sconvolta. Io credevo che lui non sarebbe mai riuscito a “toccarla” davvero, che sarebbe rimasta davvero impalpabile come la Beatrice del Dante. E invece no, lui sfonda il muro e ce la fa. E per questo ha tutta la mia ammirazione.
La figura di Beatrice poi, è davvero la più bella di tutta la storia. Attaccarsi al divino per terrore della morte è una scelta apparentemente banale, e da me non condivisibile. Ma cosa poteva fare una ragazza di 17 anni, così indifesa se non questo? Sapere di non avere alcuna possibilità ti fa aggrappare naturalmente a quelle illusorie, temo.

Ho ancora il magone addosso, dato che l’ho appena terminato. Ma devo ammettere che a me i libri così piacciono. Sono semplici e mi piacciono. Perché nella loro semplicità commuovono e mi fanno riflettere sul fatto che talvolta ci vuole un volo semplice per nutrire la nostra immaginazione. Non penso sia una contraddizione leggere libri di peso e libri semplici e trovare di amarli entrambi. Poco ma sicuro, non sarò mai un critico letterario e semmai lo diventassi, certamente non sarei una delle migliori. Mi schiero comodamente dalla parte degli scrittori. Sicché, trovo il bello in tutti libri che leggo perché intravedo l’anima di chi li ha scritti e rinvengo un pezzo di cuore lasciato lì, sotto le parole, pronto per essere donato in forma di scritti a qualcuno che lo prenda. Visto che, prima che quel libro esistesse, qualcuno quel cuore, lo rifiutò.

Ecco cosa mi ha suggerito questo romanzo. E’ un piccolo cuore donato, con chiarissimo intento, a dei lettori semplici, che si approprino del ricordo della povera Beatrice e si portino in petto l’idea che c’è un modo di rendere belle, seppur per poco, anche le cose più orride e ingiuste della vita. Se tutti avessero il coraggio di Leo, forse, nonostante il brutto, qualcosa di positivo in più si riuscirebbe a seminare. Lo spiacevole della nostra esistenza non si cancella e un dio, purtroppo, non esiste se non in un libro di mitologia che è stato scambiato per qualcosa che non è. Ma esistiamo noi, e noi possiamo tutto finché ci siamo e il tutto comprende anche l’essere originali e l’essere capaci di donare indipendentemente da ciò che riceviamo.

E’ difficile, specie quando si cresce, riuscire a farlo ancora. Ecco cosa pensavo, mentre leggevo. Leo è piccolo, non ha nemmeno diciotto anni e io a diciotto anni, come lui, scrivevo moltitudini di lettere che non avevo il coraggio di consegnare. E se le consegnavo, non ricevevo mai una singola risposta. Ora ho quasi trent’anni e non scrivo più nessuna lettera e ciò che scrivo lo tengo ben stretto per me. Che un giorno qualcosa di mio possa volare lontano, come è volato questo romanzo che, senza ombra di dubbio, tanti ragazzi che altrimenti nemmeno leggerebbero mai, hanno amato e compreso per la semplice verità che si porta dentro.