LA VITA CHE TORNA – LAURA PRETE

Scrivere di sé risulta spesso facile, da un lato, perché le parole possono scorrere liberamente dalla mente alla carta, perché la tematica emotiva è sempre preponderante rispetto ad un assetto descrittivo o analitico, che richiede più tempo e forza per essere impostato. Dall’altro lato, vi è il rischio che scrivere di sé impedisca al lettore di comprendere la realtà oggettiva dei fatti, specie se l’intento del racconto è quello di darci, come Laura Prete fa, un resoconto preciso di un periodo della sua vita, quello in cui,vittima di una emorragia cerebrale, diventa afasica, quindi dato danneggiamento di cellule del cervello, perde il movimento della parte destra del corpo e la facoltà del linguaggio ( fortunatamente solo per articolazione e non per comprensione del medesimo ) ed è costretta successivamente ad un lungo periodo di sforzi e fatica per riottenere salute e autonomia. In questo caso, forte suppongo dei suoi studi, è riuscita pienamente nell’intento di fornire i dettagli precisi della narrazione, senza troppe caramelle o al contrario troppi momenti malinconici. Per quanto, sarebbe stato facile incorrere in questo genere di narrazione, vista la gravità della storia, gravità evidente a tutti sin dalle prime pagine.

Il racconto è davvero ben scritto, stile asciutto, secco, poco prolisso, diretto al punto. I personaggi, essendo veri, appaiono perfettamente tali. E vi è anche un profondo momento di riflessione possibile per tutti i lettori nel momento in cui si consuma la fine, annunciatissima a mio avviso in più dettagli ( che forse la donna non seppe vedere a suo tempo poiché innamorata ), della relazione sentimentale con il giovane ma debole Claudio, direi specchio eclatante di una tipologia umana, l’inetto, senza alcuna offesa sia bene inteso, ovvero l’incapace ad affrontare situazioni difficili con le cosiddette “palle”, in virtù di un legame che, se pur destinato a finire per via delle difficoltà che nessuno aveva mai negato, non meritava di sporcarsi con la falsità. E la cattiveria. Finale in parte piacevole, in parte realistico e un po’ doloroso ( la guarigione non risulterà completa al 100%), ma sicuramente soddisfacente dal punto di vista umano. Un racconto che va dritto al punto, da leggere, per pensare, per conoscere.

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