IL DOTTOR ZIVAGO – BORIS PASTERNAK

Finalmente ho terminato la lettura del Dottor Zivago. Questo romanzo è stato scritto da Boris Leonidovič Pasternak e  pubblicato in anteprima mondiale in Italia nel 1957 dalla casa editrice Feltrinelli. Ebbene sì! Sfuggito alla censura russa, questo romanzo fu pubblicato per la prima volta da noi, addirittura non nella propria lingua originale 🙂 Il romanzo, a lungo osteggiato dal regime comunista, fu pubblicato in Russia solo nel 1988. Fu l’unico scritto da Pasternak e meritò il premio Nobel per la letteratura pochi anni prima della morte dello scrittore, anche se non gli fu possibile ritirarlo per motivazioni politiche. I servizi segreti britannici tentarono di esportare segretamente una copia in russo dell’opera, fondamentale per ricevere il Nobel, ma il KGB minacciò Pasternak di esilio dalla Russia, ed egli fu costretto a rifiutare appunto il premio, vivendo gli ultimi anni della sua vita tra stenti e povertà, ma senza abbandonare la terra madre.

Fatte queste premesse non molto rallegranti, inizio col dire che questo romanzo deve essere letto. A tutti i costi. Non fosse altro per le drammatiche vicende che hanno riguardato lo scrittore e per la fortuna che questo romanzo ha avuto in Italia.
Indipendentemente dal livello delle vostre precedenti letture in campo letterario, indipendentemente dai vostri gusti di lettura e anche sfidando l’inevitabile mole di tempo che una tale lettura normalmente richiederà, questo è uno dei romanzi che va letto e tenuto in cima alla libreria di casa.
E’ vero, come ho già detto nei post precedenti, i romanzi russi non sono facili. Ma questo, insospettabilmente, si è rivelato non solo non facile, ma difficilissimo. Con tutto il rispetto e l’amore che provo per Dostoevskij, mi trovo costretta ad ammettere che la lettura del più grosso dei suoi romanzi non ha comportato tutte le difficoltà che ho riscontrato nella lettura del Dottor Zivago. E devo dire che non me l’aspettavo. Del resto ci troviamo non casualmente di fronte alla lettura di un Premio Nobel, sicché appare evidente, sin dalle prime righe, come questa storia abbia colpito, in modi diversi, più tipologie umane.

Ma andiamo per ordine. La trama è piuttosto nota e di per sé molto semplice. Seguiamo le sorti e la vita di Yuri Zivago sin dal suo primo battito di vita difficile, alla luce della morte della madre, sino al giorno della sua morte. Yuri Zivago è un ragazzo, poi uomo, dalla sensibilità profonda e dal carattere complesso. Capace di osservare la natura e i fenomeni con l’occhio del presagio e del fascino un po’ romantico da poeta, sin da subito mette in chiaro con sé stesso di volersi dedicare, per lavoro, alla carriera medica, pur non sottovalutando il suo fascino e la sua attrazione per la poesia, suo grande amore. Durante il corso della sua vita e delle sue esperienze e incontri, prima all’università, poi nella famiglia adottiva e infine durante la Rivoluzione russa e la guerra, egli percepirà sempre ogni evento o persona con l’occhio affascinato e attento di un visionario, tracciando indelebili memorie della sua esperienza in una finale opera poetica che gli crea in vita tantissimi problemi e che però lo consacra, nella posterità, come un grandissimo poeta, apprezzato da tutta la Russia. In questo arco di tempo, Zivago sposerà dapprima la quasi sorellastra Tonja, alla quale viene fatto promettere sposo dalla madre di lei ( e donna che lo ha adottato e cresciuto) in punto di morte. Ma il suo cuore batte segretamente e con forza e passione per Lara, o Larisa Antipova, una ragazza cresciuta come lui a Mosca, che Zivago incontrerà più volte nel corso della sua vita senza mai riuscire a parlarle o ad approcciarsi a lei, e sempre in situazioni difficili.
Lara infatti è una sartina che vive con la madre. Sono molto povere e per mantenersi fanno affidamento a un uomo di nome Komarovksij, ricco e lussurioso, il quale non esiterà a usare Lara per i suoi scopi subdoli, mettendola in condizione di doversi vendere a lui per mantenere sé stessa e la donna. Liberatasi finalmente da questa figura scomoda, Lara sposerà un suo amico di infanzia, Pasha Antipov.
Da qui,  e precisamente  a seguito dello scoppio della Rivoluzione, le vite di Lara e Yuri si incroceranno anche sentimentalmente, nonostante i loro reciproci legami, vedendo il loro amore segreto cementato dalla guerra e da numerosi altri ostacoli dovuti al temperamento e alla personalità romantica dei due, che tanto li rende simili e li allontana dal resto del mondo. Naturalmente non dico di più per non rovinare la lettura a chi non ne avesse mai sentito parlare.

Parliamo di personaggi e di atmosfere e ambientazioni. Devo dire di essere rimasta profondamente colpita dalle incredibili capacità di Pasternak di tratteggiare così vividi individui. Il personaggio che sicuramente ho preferito è Strel’nikov, uno degli uomini più spietati a capo della Rivoluzione, del quale val la pena riportare l’emozionante descrizione che ne abbiamo dalla poetica mente di Yuri:

Come era stato possibile fino ad allora, fra tanta folla di conoscenze incolori, non farne una così significativa come con quell’uomo? Perché la vita non li aveva fatti incontrare? Come mai le loro strade non si erano incrociate? Senza sapersene dire il perché, gli appariva subito chiaro che quell’uomo incarnava una compiuta espressione della volontà. A tal punto era ciò che voleva essere, che ogni cosa in lui e addosso a lui sembrava esemplare: la sua testa armonicamente costruita e atteggiata, la rapidità del suo passo, le sue lunghe gambe negli alti stivali, forse anche sporchi ma che apparivano lucidi, la camicia militare di panno grigio, forse anche sgualcita, ma che dava l’impressione di essere di tela e ben stirata. Così si manifestava la presenza del talento, di un talento naturale, che non conoscevano sforzo, che si sentiva a suo agio in qualunque situazione della vita, e per questo soggiogava. Quell’uomo doveva possedere un dono, non necessariamente originale: questo dono, che traspariva da ogni suo movimento, poteva anche essere il dono dell’imitazione. Tutti allora si foggiavano su qualcuno: un celebre eroe della storia; una persona ammirata al fronte o nelle sommosse di città; una figura che aveva colpito l’immaginazione; le autorità più riconosciute, i compagni più in alto; o, semplicemente, un altro qualunque.

Le ambientazioni del romanzo sono curate sino al minimo dettaglio. Ogni descrizione di luoghi, atmosfere, cambiamenti di stagione o di tempo è equiparabile a vere e proprie poesie. Tutto il romanzo è fortemente intriso di questa strabordante capacità lirica dell’autore che rende la lettura difficilissima, ma davvero intensa ed emozionante. Abituata come sono ai romanzi di D., pieni di dialoghi e non di descrizioni, non mi aspettavo tanta forza nelle immagini, forza che quasi tralascia dialoghi e parole, sempre in secondo piano rispetto alle soffuse atmosfere della fredda e nevosa Russia.

Ecco, lei abita lì, all’angolo, sotto il bianco riflesso del cielo di pioggia, fattosi chiaro verso sera. Come le ama quelle casette lungo la strada che porta da lei! Vorrebbe raccoglierle da terra con la mano e baciarle! Quegli abbaini a un occhio solo, calcati sui tetti come berretti! I globi dei lumi e delle lampade riflessi nelle pozzanghere sotto la pallida cortina del cielo piovoso! Là avrebbe di nuovo ricevuto in dono dalle mani del Creatore quella bianca grazia creata da Dio. Gli avrebbe aperto la porta una figura ravvolta di oscurità. E la promessa della sua intimità, contenuta, fredda come la luminosa notte del nord, a nessuno dovuta e in possesso di nessuno, gli sarebbe corsa incontro come la prima onda del mare verso cui accorri nel buio sulla sabbia della riva.

Affascinante in questo romanzo è la dettagliatissima descrizione della guerra. Della Rivoluzione Russa ma soprattutto del senso stesso della rivoluzione, e dei drammi che vengono narrati e che potrebbero parlare alla medesima maniera per ogni guerra scatenatasi nella storia dell’uomo. Agghiacciante è la descrizione dell’inizio della Rivoluzione, che penso da sola possa meritare il premio Nobel, non fosse altro per la sua capacità di penetrare nell’immaginazione e apparire vivida anche nella mente della sottoscritta, o di una qualunque persona che non ha vissuto personalmente questi eventi.

Durante il comizio, aveva cominciato a nevicare. Il selciato era bianco e la neve cadeva sempre più fitta. Quando i dragoni li caricarono, nelle ultime file da principio non se ne ebbe sentore. Poi, all’improvviso, in cima al corteo si levò un clamore crescere, come quando una folla grida “urra”. Urla di “aiuto” e “assassini” e molte altre si fusero indistintamente. Quasi nello stesso istante, sull’onda di quel frastuono, nello stretto varco apertosi tra la folla che scartava ai lati, passarono irruenti e silenziosi i musi e le criniere dei cavalli e i cavalieri con le sciabole mulinanti. Il plotone passò al galoppo, fece dietrofront, si riordinò e ripiombò alle spalle del corteo. E il massacro cominciò. 
Dopo pochi minuti la via era quasi deserta. La gente correva sperdendosi nei vicoli. Aveva quasi smesso di nevicare. La sera era nitida come un disegno a carboncino. A un tratto il sole, che tramontava là, oltre le case, apparve dietro una cantonata e sembrò additare tutto quello che di rosso vi era nella strada: i berretti scarlatti dei dragoni, il panno di una bandiera rossa abbattuta, e le tracce di sangue che si allungavano sulla neve in rivoli e gocce rossastre. Sull’orlo del selciato strisciava, appoggiandosi sulle braccia e gemendo, un uomo col cranio spaccato. Più in giù avanzavano al passo alcuni dragoni, che tornavano indietro, dopo aver dato la caccia ai manifestanti fino in fondo alla strada.

La storia d’amore riguarda buona parte del romanzo, ma non è tutto. L’intero romanzo può essere letto come una critica sociale e politica, come una affermazione ed esaltazione dell’individualismo condannato dal comunismo russo, ma può anche essere letto come l’epopea drammatica della vita di quest’uomo che, convenzioni e regole a parte, è riuscito a vivere sempre secondo il suo cuore, anche andando a infrangere tradizioni e morali prestabilite, primo fra tutti il legame matrimoniale, vero e proprio bersaglio, secondo me e secondo la chiave di lettura che ne ho avuto, delle critiche di Pasternak.

Le loro conversazione a bassa voce, perfino le più inconsistenti, erano colme di significato, come i dialoghi di Platone. Anche più dell’affinità delle loro anime, li univa l’abisso che li divideva dal resto del mondo. Tutti e due provavano la stessa avversione per quanto è fatalmente tipico dell’uomo d’oggi, per la sua artificiosa esaltazione, per la sua enfasi chiassosa, per quella mortificante inerzia della fantasia che innumerevoli lavoratori dell’arte e della scienza si preoccupano di alimentare, perché la genialità resti un’eccezione. 

Numerosi nel romanzo i rimandi, i collegamenti, gli intrecci simbolici tra capitoli. Sarebbe difficilissimo riuscire a tracciarne una mappa, ma provo a farne un esempio. Durante la notte in cui Lara confessa al suo futuro marito Pasha di essere stata vittima delle violenze dell’uomo che manteneva lei e sua madre, i due parlano alla luce di una sola piccola pallida candela che risplende sul davanzale della finestra della loro misera camera. Il dottor Zivago, passando in quel momento proprio nella strada sulla quale quella finestra affaccia, vede quella candela e ad essa farà spesso riferimento durante il romanzo, pur non avendo ancora avuto alcun contatto con Lara, a questo punto della storia. Le continue modalità di intreccio delle vicissitudini che portano i due a conoscersi e poi ad amarsi sono racchiuse, per Yuri, nella sostanziale apparizione della luce a dispetto delle tenebre della sua esistenza. Per lui, più che per Lara, che resta, fatto salvo la prima parte del romanzo, in disparte nella narrazione, il suo continuo avvicendarsi di eventi drammatici che lo vedono solo e disperato a curare i feriti di una guerra che non approva farà scaturire la simbologia centrale della luce. Che ritornerà a più riprese, sotto forma di pensiero per la donna amata, a fare da padrona nell’architettura lirica del romanzo. Tutto è simbolo nel Dottor Zivago. Le candele, la luce, il sole, la neve, il treno, i lupi. Nessuna parte di questa storia è solo una storia, ma è una completa simbologia colma di significati sul senso della vita e sul perché, soprattutto, della vita a dispetto della sua più grande e invincibile antagonista, la morte, con la quale il romanzo inizia e termina.

In definitiva, uno dei più bei romanzi russi che abbia mai letto. Imparagonabile con gli ottocenteschi, certamente meno carico di riflessioni filosofiche di impianto dialogico (come accade nei romanzi di D.) e certamente più sintetico, nelle sue narrazioni storiche, di Tolstoij. I personaggi hanno il loro grande impatto, il loro ruolo nella vicenda, specialmente i personaggi minori, dei quali consiglio di tenere nota durante la lettura (io a volte mi ci sono persa e non ricordavo più chi fossero e cosa avessero detto o fatto in precedenza, cose che diventa problematica perché ogni singolo personaggio ha un suo preciso ruolo nella rete di intrecci sociali che ruotano attorno a Yuri).

PS: per completezza, ho anche visto il celebre film legato al libro, com Omar Shariff. Ebbene, per quanto si tratti di un bel film dalle classiche atmosfere antiche, assolutamente non è possibile paragonarlo al libro. Totalmente eliminate scene fondamentali della storia, tagliati praticamente tutti i personaggi minori, fondamentali per comprendere l’intensità della storia. E soprattutto trasformata l’intera narrazione in un flashback del fratellastro di Yuri. Quando in realtà la storia del romanzo, a mio avviso, è totalmente incentrata sui pensieri di Yuri e sulla sua percezione personalissima e visionaria delle cose della vita. Insomma, consiglio la visione del film solo dopo avere letto il romanzo.

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