DUNE – FRANK HERBERT

Dune è il romanzo che detiene il record di vendite nel genere fantascientifico: ben 12 milioni di copie. L’intera serie di Herbert ha influenzato profondamente l’immaginario fantascientifico dei più grandi scrittori e registi, a partire da Guerre Stellari, come più volte il suo ideatore George Lucas ha ammesso.
Nel 1984 è stato inoltre prodotto il bel noto kolossal, diretto da David Lynch, che ha cercato di condensare in 137 minuti l’intera vicenda del primo romanzo.
Scritto nel 1965, vincitore nello stesso anno del premio Nebula e l’anno successivo del premio Hugo, i massimi riconoscimenti della narrativa fantascientifica, è il primo dei sei romanzi che formano la parte centrale ed originaria del Ciclo. A questi si è aggiunta, dopo la scomparsa dell’autore, una seconda serie di romanzi scritti dal figlio Brian Herbert con Kevin J. Anderson, il Preludio a Dune.
Tuttavia la lettura del primo volume della serie, che stando a quanto sentito anche in molti gruppi di lettura, si  conferma il migliore tra quelli scritti dal medesimo autore, mi ha lasciata sorpresa.
I premi sono meritatissimi, perché dal punto di vista tecnico e scientifico l’universo di Dune è complesso e ben costruito, quindi non posso dire che il mio arricciare il naso derivi dall’impianto del romanzo. Si tratta più di una questione di gusto personale, che nulla può in confronto al valore dell’opera, ma che mi chiama in causa più a discutere di gusto personale che di valore effettivo, indiscusso.

Originariamente pubblicato in due parti tra il 1963 e il 1965 sulla rivista Analog (ex Astounding Magazine) con i titoli di Dune World e The Prophet of Dune, il romanzo di Herbert narra la storia della sfida tra la dinastia Atreides e quella Harkonnen per il controllo del pianeta Arrakis, una landa desertica, unico luogo di produzione, raccolta e raffinazione del Melange (o Spezia), una preziosissima sostanza fondamentale per la struttura della società galattica per motivi che vengono descritti nel romanzo stesso e approfonditi nei libri successivi.
I personaggi di Dune vengono tratteggiati in maniera molto promettente. Sono potenzialmente aperti a qualsiasi tipo di futuro. Se ci si sofferma a immaginare sin da subito che piega potrà prendere la storia, non è difficile ipotizzare decine di risvolti possibili, proprio grazie all’innumerevole presenza di tratti caratteriali con cui vengono presentati. Sono fisicamente ben tratteggiati, possiamo vederli con gli occhi della mente. Inoltre, tutti indistintamente, buoni o cattivi che dir si voglia, posseggono una strabiliante facoltà di osservazione e capacità analitica degli eventi e della realtà.
Sono tutti incredibilmente intelligenti, sono tutti contraddistinti da una forza di carattere che in qualche modo li ha forgiati a diventare ciò che sono. In questo senso, possiamo dire che i nostri occhi sono costantemente puntati nelle loro menti, nei loro pensieri.
Difatti, questo romanzo è da considerarsi un lungo e difficile sforzo di pensiero, che si costruisce nella mente dei personaggi principali, piuttosto che un romanzo fatto di colpi di scena. La storia è nella mente e nel flusso di tempo che trascorre nella maturazione del personaggio principale, Paul Atreides.
Ciò che non ho apprezzato dei personaggi, ma che certamente non toglie nulla alla grandiosità e complessità della storia, è che nonostante questa ricchezza interiore di sfaccettature che Herbert dona loro, i personaggi vengono lasciati un po’ al caso durante la storia. Fatta eccezione per quelli che ritengo essere i tre protagonisti.
Per dovere di trama, personaggi ottimi vengono poco utilizzati e soppressi quasi prima che abbiano potuto dare il meglio di loro. Naturalmente, il solo pensare di dare più spazio a ciascuno di essi avrebbe previsto un lavorio e un aumento del numero delle pagine esponenziale. Si può asserire dunque che Herbert fosse molto abile nel tratteggiare i personaggi, a tal punto da avermi fatto credere che alcuni di essi, palesemente di contorno, fossero poi fondamentali per il susseguirsi delle vicende finali.
Tra i personaggi meglio riusciti c’è sicuramente il Duca Leto, padre di Paul Atreides e capo famiglia. E’ un personaggio che sin da subito incute timore e rispetto, riverenza e adorazione. Siamo i suoi soldati e la sua famiglia, impotenti, quando da ordine di trasferirsi ad Arrakis e di abbandonare il pianeta natio. Siamo i suoi nemici, quando attentiamo alla sua vita e ci rendiamo conto di avere di fronte una persona astuta e implacabile, oltre che un grande uomo e un esempio di eccellente umanità.

Altro personaggio che mi è piaciuto molto è Piter De Vries, il Mentat geniale e perfido degli Harkonnen, ed è proprio a questo personaggio che penso quando mi rendo conto che non a tutti è stato dato il giusto spazio in questo romanzo. Per non parlare di Fehyd Rautha, che viene annunciato come il giovane nelle mani del quale si concentreranno tutte le glorie della casata nemica, gli Harkonnen. Infatti, lo troviamo magnificamente descritto in una scena di combattimento a circa metà della storia che ce lo mostra per quello che è, un sadico bugiardo e menzognero, capace di rivoltarsi anche contro i membri della sua stessa famiglia pur di ottenere il proprio tornaconto.
Il figlio prediletto del barone H, FR, per quanto immaginario antagonista di Paul, non riesce a superarlo né per numero di pagine né per possibilità di far valere il suo personaggio, anche in negativo, se non in due scene principali, una delle sole in presenza dello stesso Paul.
Invece, tra i personaggi letteralmente insopportabili, ci sono i buoni. Io ho una predilezione tutta mia per i cattivi, sia nei romanzi che nei film, ma in questo caso devo ammetterlo senza riserve, i buoni sono oggettivamente deludenti.
In primo luogo è deludente Lady Jessica, la Bene Gesserit madre di Paul. Non ho complessi antimaterni: eppure lei si comporta come la più insopportabile delle madri. Soffocante, inutilmente protettiva, giacché il figlio la sa ben più lunga di lei e di tutte le altre Bene Gesserit messe assieme. Non apprezza le sue scelte sentimentali, lo critica a più riprese. Insomma, viene descritta davvero come una classica mamma di cui si lamenterebbe un qualunque nostro amico. E tu non te lo aspetti da una Bene Gesserit.

Ogni volta che la storia passava la parola alle sue idee e ai suoi pensieri, mi sentivo davvero sconfitta e non mi spiegavo come fosse possibile che qualcuno non la facesse fuori, vista la facilità con cui son stati fatti fuori personaggi molto migliori. Ma naturalmente, all’interno della trama ha un ruolo fondamentale, e quindi si tratta solo di personale antipatia. Purtroppo i personaggi femminili non ne escono benissimo da questa storia, anzi sono praticamente tutti piuttosto soffocati all’ombra di una costante presenza maschile che, non necessariamente più intelligente di loro, comunque le appiattisce e le rinchiude nel loro ruolo.

E poi arriviamo a lui, a Paul. Credo sia il motivo centrale per cui, pur riconoscendo a Dune la grandezza della storia, a me non è piaciuto.
A me Paul non piace per nulla. Intanto non mi piace il nome. Sarà una mia fissa ma i nomi dei personaggi per me sono fondamentali per il processo di immedesimazione, e io non riesco a immedesimarmi in uno che si chiama Paul. All’inizio è un ragazzino frettoloso, un po’ presuntuoso, annoiato e allo stesso tempo non genuinamente curioso delle cose.
Combatte benissimo, è già istruito, e ha chiaramente molti più poteri di quanto egli stesso sappia. Eppure non riesco a immedesimarmi in lui. E’ importante che il lettore si immedesimi nel personaggio o in uno dei principali. E siccome i principali sono proprio Paul e Lady Jessica, è evidente che con me questa operazione di identificazione è fallita. Suppongo che qualcun altro invece si sia trovato a suo agio.
A metà della storia, circa, Paul cresce, ottiene grandi insegnamenti dai Fremen, il  popolo natio di Arrakis, un po’ selvaggio e un po’ santo, e inizia a prendere coscienza del proprio potenziale, degnamente. Eppure anche qui, non riesce a colpirmi.
Si innamora di Chani, una dolce Fremen, ma anche qui non sento l’amore. Lui è distante, da tutto da tutti, dalla madre, dalla sua donna, dal suo popolo. E in questo Herbert riesce magnificamente a far si che lo si percepisca esattamente per quello che è, una specie di Messia, atteso per cambiare la storia di Arrakis, un personaggio che vive in un mondo in cui nessun altro vive, che vede allo stesso tempo come un unico flusso, passato presente futuro, e quindi è ben più in là del presente in cui i suoi compagni vivono. Di qui ne deriva il giusto modo di descriverlo con distacco, che si adatta al suo ruolo, ma allo stesso tempo me lo fa percepire pesante.
L’ambiente/ le descrizioni
Qui invece, non ho nulla da eccepire. Dune eccelle senza ombra di dubbio, motivo che certamente gli ha dato credibilità nel genere fantascientifico e ha fatto sì che l’opera si avvalesse dei premi. Herbert, molti anni prima di scrivere Dune, fece delle ricerche antropologiche e biologiche a Florence, nell’Oregon, e di qui partì a cercare materiale per la sua opera. La sua idea era di ricreare le premesse storiche, che egli aveva potuto osservare mediante analisi antropologica dei popoli che vivevano e vivono in simbiosi con luoghi aridi e deserti, e ricreare un mondo di fantascienza dove i personaggi fossero intimamente legati alla propria terra, che vivessero per lei e non contro di lei, per amarla e non per distruggerla o violentarla.

La storia si svolge su Arrakis, pianeta arido, privo di acqua, dove fa sempre caldo, abitato da questo popolo Fremen, sfruttato dalle casate per via della spezia, questo potente ingrediente attorno al quale si muove il grosso del commercio spaziale. Chi controlla Dune, controlla la Spezia e quindi ha il potere totale tra le mani.
L’azione
Davvero molto difficile parlare di azione in questo romanzo. Come ho già detto, tutto si svolge nella mente dei personaggi, Paul in primis. Tuttavia è possibile rintracciare ottime scene di movimento e di pathos più o meno all’inizio, all’arrivo degli Atreides ad Arraken, città capitale di Arrakis, dove la famiglia subisce il pianificatissimo attacco degli Harkonnen. C’è una bellissima scena in cui viene descritto dettagliatamente come Paul apprende e masterizza l’arte di cavalcare i vermi delle Sabbie. E poi naturalmente, i capitoli finali in cui l’estenuante pensiero preparatorio del romanzo giunge alla sua degna conclusione, per me anche sin troppo affrettata, sempre se non si tiene in conto che poi ci saranno altri libri e quindi poi così affrettata non è.

I dialoghi sono eccellenti. Anche qui, come per la descrizione dei personaggi, propendo per l’affermare che tutti i personaggi parlano con fare molto aulico ed elevato. Sono dunque tutti molto acculturati, intelligenti, capaci di preparare astuzie e di essere irriverenti e sfottenti (tranne Paul che parla pochissimo e pensa dieci volte più di tutti, quindi non parliamo più di dialoghi ma di monologhi). Io propendo per una costruzione più diversificata dei personaggi, è bello costruirli anche socialmente diversi. Ma trattandosi tutti di condottieri, capi di famiglie belligeranti, Mentat e Bene Gesserit di cultura eccezionali e di profonde conoscenze del mondo, della vita e dei segreti del cosmo, difficilmente ci imbattiamo in dialoghi vuoti, di poco spessore o scritti giusto per riempire. Ogni dialogo ha il suo perché, ogni frase rivela a poco a poco la trama del romanzo e ogni personaggio, importantissimo, non parla mai a vanvera. Tempi e modi dei discorsi sono pensati a puntino da Herbert, ricamati. Forse anche troppo.

L’assoluta precisione che lo scrittore ha di mostrare, non solo di descrivere, il funzionamento dell’ecosistema di Arrakis. Se a più riprese, non perde tempo a mostrarci tutti gli strumenti con cui i Fremen sopravvivono in un postaccio simile, rischiando sempre di rimanere disidratati o divorati da grossi vermi pericolosissimi, a più riprese ci mostra proprio vere e proprie descrizioni antropologiche, puramente inventate, sulla vita della natura ribelle di Arrakis, sui piani dei suoi abitanti per far fiorire un nuovo equilibrio di cose sul pianeta. Il modo di raccontarci di questo luogo è stupefacente, e la cura del dettaglio è talmente elevata che ci si sente asfissiati e circondati da questo deserto inospitale, anche se stiamo leggendo il romanzo seduti in riva a un fiume in un prato verde.

La capacità dello scrittore, la peculiarità, è essere stato capace di creare, con le sue descrizioni, una vera e propria immersione psicologica, prima ancora che fisica, nell’ambiente di Arrakis. Immersione che a tratti risulta difficile da sostenere, ma rende pienamente l’idea di come sia la vita dei Fremen, delle difficoltà che essi devono superare per vivere.
Trattandosi di un romanzo di fantascienza, l’elemento caratterizzante, che infatti si ricorda bene anche dopo aver visto il film, è la tuta che i Fremen usano per riciclare l’umidità del proprio corpo. Questi tubi costantemente infilati nel naso, una specie di seconda pelle dalla quale essi non possono liberarsi mai. Ma anche il Gom Jabbar, una cubo mostruoso capace di generare un inferno psicologico di torture nella mente di chi vi infila la mano, e che però rivela tutta la forza di Paul e la sua resistenza alle prove difficili della vita.

Lo consiglierei sicuramente agli appassionati di fantascienza che ancora non lo hanno letto. Se avete iniziato il vostro ingresso nel mondo della fantascienza con Hunger Games o con il Gioco di Ender, perché siete stati al cinema e vi hanno colpito, e state pensando di approfondire il genere, iniziate da questa pietra miliare, e poi mettetela da parte perché la fantascienza moderna ha decisamente virato verso altri lidi, ma voi dovete conoscerlo assolutamente, se non altro per completezza; ai biologi e agli appassionati di scienze naturali, perché sicuramente troveranno pane per i loro denti per immaginare e fantasticare sull’intricata costruzione di questo pianeta; a chi ha molta pazienza e non è spaventato al pensiero di leggersi lunghe elucubrazioni filosofiche di personaggi, quindi, come previsto, a coloro che hanno una passione viscerale per i classici della letteratura, specie quella ottocentesca, perché troverete pane per i vostri denti.

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