“I Nazbol” (estratto da Limonov, Emmanuel Carrére)

“Sebbene fosse un organo di partito, più che di politica “Limonka” si occupava di rock, di letteratura e soprattutto di stile. Che stile? Quello fuck you, bullshit e gesto dell’ombrello. Il punk in tutto il suo splendore. Ora, dice Zachar Prilepin, bisogna cercare d’immaginarsi che cosa sia una città russa di provincia. La lugubre vita dei giovani, il loro futuro senza sbocchi e la disperazione che assale chi sia appena un po’ sensibile e ambizioso. Bastava che un solo numero di “Limonka” arrivasse in uno di questi posti e capitasse in mano a uno dei ragazzi sfaccendati, imbronciati, tatuati, che strimpellavano la chitarra e bevevano birra sotto i loro preziosi poster dei Cure o di Che Guevara, ed era fatta. Ben presto furono in dieci, venti, tutta la compagnia di poco rassicuranti sfaticati che ciondolavano nei giardinetti pubblici, pallidi con i jeans neri strappati, gli usual suspects, i clienti abituali della stazione di polizia. Adesso avevano una nuova parola d’ordine e si passavano “Limonka” di mano in mano. Era una cosa loro, si rivolgeva proprio a loro. E dietro tutti gli articoli c’era quel tipo, Limonov, e Zachar e gli amici cominciarono a leggere avidamente i suoi lbri, e Limonov divenne insieme il loro autore preferito e il loro eroe nella vita reale. Aveva l’età per essere loro padre ma non somigliava a nessuno dei padri che conoscevano.  Non aveva paura di niente, aveva avuto la vita avventurosa che fa sognare tutti i ventenni, ai quali diceva (cito): “Sei giovane, non ti piace vivere in questo paese di merda. Non vuoi diventare un anonimo compagno Popov, né un figlio di puttana che pensa soltanto al denaro, ne un cekista. Sei uno spirito ribelle. I tuoi eroi sono Jim Morrison, Lenin, Mishima, Baaser. Ecco sei già un nazbol”. Essi hanno rappresentato la controcultura della Russia. L’unica: tutto il reso era menzogna, irreggimentazione e compagnia bella. Quindi è chiaro che potevano esserci tipi violenti, altri che il servizio militare aveva reso nervosi o skin che andavano in giro con cani lupo e si divertivano a fare il saluto nazista per mandare in bestia le persone perbene. Ma c’era anche quanto di meglio potessero dare le cittadine della Russia profonda in fatti di fumettisti autodidatti, per formare un gruppo, gente che ci sapeva fare coi video, timidi che scrivevano poesie di nascosto struggendosi per ragazze troppo belle e sognavano cupamente di compiere una strage a scuola e poi farsi saltare le cervella, come succede in America.”

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TRILOGIA DELLA CITTA’ DI K – AGOTA KRISTOF

Mi capita di rado di piangere dopo la lettura di un libro o la visione di un film.
Per esempio, un film che mi ha fatta, e ancora mi fa, commuovere ogni volta che lo guardo (oltre a farmi ridere come una matta) è Totò, Peppino e la Malafemmina. La scena che più mi manda nel disastro emotivo è quella in cui la sorella di Totò e Peppino, nonché madre del protagonista (interpretato da Teddy Reno), incontra finalmente “la Malafemmina”(dalla quale erano andati a Milano, scrivendole la famosa lettera sgrammaticata in cui chiedono alla soubrette di lasciar perdere suo figlio e la tacciano di essere una poco di buono).
La sorella di Totò invece scopre che tutto è questa donna, fuorché quello che loro avevano immaginato. Che non è affatto una donnaccia, bensì ama la famiglia, lascerebbe il suo lavoro per avere dei figli, farebbe tutto per l’amore. Soprattutto, che è grazie a lei che il protagonista studia per la laurea, perché altrimenti lei non vorrebbe nemmeno vederlo se invece di realizzarsi pensasse solo ad amare lei.
Per non parlare di un altro film che mi ha fatto davvero soffrire e proprio per questo è stato rapidamente eletto tra i miei preferiti, What dreams may come. Questo film è tutto, descrive precisamente la mia visione della vita come nessuno aveva mai fatto prima.

Non so perché solo determinate storie, o parole, facciano scaturire irrimediabilmente una miriade di lacrime in un cielo emotivo altrimenti sereno, ma fatto sta che funziona così. C’è un meccanismo nascosto che si cela dietro le pieghe della nostra pelle e delle nostre emozioni, e talvolta un’opera d’arte lo mette in moto, inaspettatamente.
Vado ad aggiungere un nuovo tassello di lacrime e stavolta la causa è un libro. Prima, solo Dostoevskij è riuscito a strapparmi lacrime vere per i suoi personaggi e per i suoi finali mai troppo annunciati. Stavolta è il turno di Trilogia della città di K, di Agota Kristof.

b1caff4953261cc909f51bf4d7200eAgota Kristof è una scrittrice ungherese che, dopo la sua fuga dall’Ungheria assieme al marito in tempi di guerra contro l’Unione Sovietica, si è trasferita con lui in Svizzera. La scrittrice non ha mai amato la vita in quei luoghi, ma si è ugualmente rimboccata le maniche, ha imparato il francese, pur definendosi “analfabeta” per via della sua impossibilità di padroneggiare totalmente la seconda lingua e ha iniziato a usarla per i suoi propositi letterari. Il romanzo di cui vi parlo valse il suo successo nel 1987, ed è suddiviso in tre parti: il Quaderno, la Prova e La Terza Menzogna.
Ci troviamo sin dalle prime pagine immersi in un clima di guerra e di pericolo, ma non abbiamo alcuna coordinata geografica precisa che ci possa indirizzare a proposito dello specifico momento storico. Tuttavia la trama rivela le situazioni e gli accadimenti politici simbolici tipici di un epoca di guerra e dittatura incombente, che in tutto e per tutto si confà alle vicende storiche e politiche vissute dalla scrittrice.
I personaggi principali sono rapidamente annunciati: due gemelli vengono portati via dalla Grande Città, dove la guerra dilaga, nella campagna limitrofa non molto distante da una base militare vicina al confine. Lì, si trova la casa della loro Nonna, dalla quale la Madre intende lasciarli in attesa di un futuro miglioramento della situazione. Presso di lei si svolgerà gran parte della trama della prima parte di questo romanzo.
Questa prima parte è narrata interamente da una duplice personalità che si esprime al plurale, una sola anima interna ai due fratelli gemelli che fanno riferimento a sé stessi, dandosi del “noi”. Non sappiamo chi dei due parli e chi no, non ci viene mai detto o spiegato, e del resto non ci vengono rivelati immediatamente i loro nomi.
Immersi in un clima di sofferenza, povertà, disagio e negazione di ogni piacere vitale, i due gemelli si muovono in questa città di cartone, costruendo fragili e disperate relazioni umane con gli esseri più borderline e disagiati, tutti con un elemento in comune: un disperato bisogno di essere amati e accettati per ciò che sono, anche nelle loro aberrazioni o difficoltà fisiche.

La narrazione è totalmente paratattica. Solo frasi principali, brevissime ed essenziali. Sembra davvero di leggere il quaderno scritto di pugno da un bambino, con affermazioni crude, spesso difficili da accettare e gestire emotivamente, che lasciano trapelare tutta la difficoltà dei due fratelli ad incanalarsi in un sistema sociale fatto di convenzioni. I due gemelli non hanno alcun senso del sociale e covano in loro una rabbia e una ribellione che li porta, col passare del tempo, ad agguantare con tutte le loro forze la vita e ciò che essi credono gli spetti.
Poi, un giorno, un tristissimo giorno, la narrazione del Quaderno si arresta.

la-trilogia-della-citta-di-kDalla seconda parte, la Prova, alla rapida e straziante terza parte, la Terza Menzogna, tutto si ribalta, rapidamente. Lasciando senza fiato il lettore. La narrazione si fa più profonda, più analitica. Più descrizioni, più emozioni, più dialoghi. Emerge a poco a poco, con una inquietudine spiazzante, la realtà che si cela alle spalle degli eventi narrati nel Quaderno.
La Kristof scrive e riscrive la sua storia in nuovi livelli, sempre più profondi, sempre più intimi, evocando scenari onirici e amalgamandoli con l’assurdità del reale. Penetra nel petto del lettore, scardinando ogni possibile certezza sui personaggi e sulla storia, dapprima lasciandolo colmo di interrogativi su cosa stia esattamente leggendo, poi dilaniandone ogni speranza per il futuro, infine derubandolo di ogni traccia di ottimismo.

E’ una storia capace solo di togliere, che non dona niente al lettore se non la certezza di un peso ineliminabile chiamato vita. Non rinfranca, non rincuora, anzi contribuisce a cancellare ogni minimo spiraglio di bontà e di affetto, sradicate come vecchie radici da un terreno arido.
E’ un romanzo senza vita, che nega la vita, e i suoi personaggi conoscono le amare conseguenze di questa negazione, della solitudine e del dolore, mentre cercano se stessi e l’amore, in un vagabondaggio tetro tra vite nelle quali essi non riescono a lasciare un segno.
La lettura di una simile storia è destinata davvero a lettori capaci di imbarcarsi su una nave pronta a solcare un oceano di mostri e di orrori. di inquietudini e ossessioni. Ben più destabilizzante di una seduta psicanalitica, ben più asfissiante di un incubo nell’attimo prima del risveglio. Troppo crudo, e proprio per questo semplicemente vero. Scuro, nero, privo di colore.
Nero era tutto ciò che vedevo mentre leggevo, e mi piaceva e mi ci ritrovavo in pieno. Il nero di chi, come i personaggi del racconto, vive una vita nell’eterna attesa di un ritorno, di un incontro capace di spezzare una vita di dolore e di frustrazione.
Impossibile, per un cuore sensibile, giungere all’ultima pagina di questa storia e non versare una lacrima.
E allora perché mai lo si dovrebbe leggere, chiederete. Perché Trilogia della città di K. è forte come la morte, e parla della morte con le parole ideali per descriverla per ciò che è: oscura signora e dominatrice di ogni intimo desiderio umano.

TROPPO AMORE – ALMUDENA GRANDES

In periodi di buona ispirazione, mi faccio prendere da shopping compulsivo di libri. Da quando ho il Kindle, questi periodi aumentano a dismisura dato che ho settato Amazon.it e Amazon.co.uk per farmi inviare mail e mail di offerte quotidiane, notizie di sconti e proposte di lettura di ebook.
Il Kindle è una miniera inesauribile di felicità per la sottoscritta, specie quando riesco a reperire i libri usati online, che mi arrivano dopo pochi giorni e sono come nuovi, nonché quando riesco a trovare ebook a poco prezzo e talvolta anche gratis per qualche giorno. Deve essere stato così che Troppo Amore è giunto nel mio apparecchio. Non ricordavo di averlo però cercato. L’autrice è Almudena Grandes, scrittice spagnola nata a Madrid.

Ho chiesto alle mie amiche lettrici su Fb se fossero state loro a consigliarmelo ma nessuna ne aveva sentito parlare. Cerco in rete e scopro che è stato pubblicato in Italia da Guanda nella collana Classici Erotici, non capisco per quale motivo.
Infine, su Goodreads qualcuno ha fatto notare che era girata su Fb una citazione di questo romanzo che aveva colpito molta gente e mi sono quindi ricordata che la stessa cosa era successa anche a me. La citazione in questione è la seguente:

“Era troppo amore. Troppo grande, troppo complicato, troppo confuso, e azzardato e fecondo e doloroso. Era tutto quello che potevo dare, più di quanto mi convetroppo_amorenisse. Per questo s’infranse. Non si esaurì, non finì, non morì, semplicemente s’infranse, crollò come una torre troppo alta, come una scommessa troppo alta, come un’aspettativa troppo ambiziosa.”

Troppo Amore è la storia di Maria José, una donna che si occupa di una casa d’arte, non con grandissimo coinvolgimento ma con adeguata perizia, che un giorno riceve una telefonata inaspettata da un suo vecchio compagno della scuola di Belle Arti, tale Jaime, il quale si trova, suo malgrado, a doverle comunicare che un loro comune amico dell’epoca, Marcos, è purtroppo deceduto.

Da questa notizia tragica, la narrazione in prima persona fatta da Maria Josè subisce un balzo indietro nel tempo. Maria rammenta gli anni in cui frequentava la scuola di Belle Arti, carica di sogni, di aspirazioni artistiche e di ideali per un futuro d’artista di successo. Durante questo percorso, conosce Jaime, bravissimo nell’arte del disegno e capace di riprodurre opere di qualsiasi stile.
Conosce inoltre Marcos, il migliore amico di Jaime, dalle fattezze angeliche e dalla carismatiche doti pittoriche da tutti già riconosciute e apprezzate. Maria inizia a frequentarli, illuminata dalle loro personalità artistiche così cariche di promesse, ma anche affascinata dalla bellezza di Marcos e dai modi di fare suadenti di Jaime.
Quest’ultimo, gradendo non poco la compagnia di Maria e intuendo l’interesse di lei per il suo amico, riesce abilmente a manipolare i fili del loro rapporto, trovando il modo di stringerli tra le sue mani in maniera indissolubile.
Nasce tra i tre un sodalizio intimo profondo, non soltanto artistico, che muta definitivamente le sorti dei tre artisti, portandoli verso una prima spirale di godimento della vita e di piacere, consapevoli e, nonostante questo sprezzanti, della naturale caduta che li attende.

Il tempo di lettura minimo di questo romanzo è di circa due orette. E’ davvero molto breve, molto scorrevole e la prosa si fa leggere con piacere senza creare mai stanchezza o incomprensioni. La narrazione è delicata, mai eccessiva, sfiora spesso punte poetiche con accattivante leggerezza e un costante occhio femminile sensibile e critico, quello di Maria José, abile a descrivere il passato di ieri come fosse presente, senza mai lasciar intuire i dettagli che, disseminati tra le pagine, non per ultima la notizia della morte di Marcos contenuta già nell’incipit del romanzo, già preludono a un finale affatto scontato e dalle tinte oscure.

Troppo amore si può definire una storia d’amore non canonica.
Se da un lato il legame che si crea tra i tre giovani può essere considerato come un cliché della letteratura, posso affermare con cognizione di causa che poco scontata o banale è la modalità con cui Almudena Grandes tratta la materia, strutturando una lettura che non pretende di sconvolgere o scandalizzare. Ma che preferisce limitarsi alla narrazione essenziale di emozioni e sentimenti, per donarci il ritratto sfumato del ricordo di un’epoca passata, quella della giovinezza della protagonista e dei suoi due amici.

Per rammentare al lettore come certi legami che hanno rappresentato tutto in una determinata epoca, finiscano poi per spezzarsi anche se non lo si desidera, perché la vita non vuole o non può concedere proroghe a quel percorso fatto insieme alle persone che una volta erano tutto. Un percorso che si instrada su un ponte fragile di desideri, interrotto dall’inevitabilità della morte.

LIMONOV – Emmanuel Carrère

Ho letto Limonov di Emmanuel Carrère su consiglio dei lettori di un gruppo di lettura su FB che sono solita frequentare da qualche tempo. Stavo pensando a un modo originale per introdurre la recensione di questo libro, ma mi sono resa conto che trovo molte difficoltà a farlo, per un semplice motivo: Limonov non è un romanzo, ma è il racconto biografico, in parte romanzato, che Emmanuel Carrère scrive, previa autorizzazione dello stesso Limonov.
Per spiegare questo libro, dunque, è necessario chiarire chi siano Carrère e Limonov, piuttosto che tentare di accennare alla trama.

org_12203_img1Emmanuel Carrère è uno scrittore e sceneggiatore francese.
Premetto che prima di leggere Limonov non ne avevo mai sentito parlare (sono stata così impegnata con i classici russi, da perdermi quello che è successo di recente a livello letterario da quelle parti), ma non appena ho appreso che il romanzo trattava di un poeta e attivista politico, ho deciso immediatamente di colmare la mia lacuna.
Ho inoltre spulciato, come sono sempre solita fare, tra le notizie riguardanti Carrère e ho scoperto che tra i suoi scritti annovera anche un saggio su Philip K. Dick, “Io sono vivo e voi siete morti” (che cita all’interno del libro di cui vi sto parlando, spiegando le motivazioni della sua passione per il noto autore di romanzi fantascientifici).
Carrère si intende molto di politica e di storia, è nato in una famiglia molto colta e culturalmente elevata di Parigi e grazie alla madre, studiosa di storia, scrittrice e membro dell’Académie française (che se non vado errando, è una specie di Accademia della Crusca francese), si è trovato più di una volta a contatto con gli ambienti e le persone giuste per poter sviluppare le sue doti di scrittore e osservatore del mondo.
Oltre alla passione per Dick e per i romanzi russi, che affiora così chiaramente dalle pagine del suo libro, è molto coinvolto dall’analisi interiore della sua vita e ne trae profonda ispirazione per i suoi scritti, spesso autobiografici.

main_largeLimonov invece, è il fondatore del partito politico NazBol (Nazional Bolscevico), nonché poeta e scrittore. Nasce in Russia nel 1943, a Dzeržinsk. Si trasferisce con la famiglia, non propriamente benestante, in Ucraina e dopo aver vissuto una infanzia piuttosto tormentata, inizia a desiderare per sé una vita migliore e si trasferisce a Mosca, poi a New York e a Parigi in cerca di fortuna, certo di riuscire a farsi conoscere con i propri scritti. Vive una vita fatta di alti molto eclatanti e bassi paurosi. Povertà, separazioni affettive e incapacità di farsi apprezzare lo spingono più volte a toccare il fondo con acuta disperazione. Ma egli, sempre certo del proprio valore, e non privo di tenacia e mordente, si rialza in ogni circostanza, tuffandosi di petto in situazioni di conflitto in società, oltrepassando mode, gruppi sociali, conflitti armati, partecipando a guerre e dedicandosi poi totalmente alla sua attività politica di rivoluzionario.
Il diario di un fallito, il Libro dell’Acqua e le Memorie di uno Scrittore in Prigione, testimonianze concrete di queste esperienze, gli valgono la fama che per molto tempo ha inseguito.
Oltre alla sua attività poetica, si è distinto anche per la sua attività politica col partito Nazional Bolscevico nel quale per molto tempo si è voluto dipingere come feroce oppositore di Putin.

Apparentemente questi due personaggi hanno ben poco in comune e anche le rispettive carriere letterarie sembrano tenerli molto distanti. Carrère è uno scrittore di famiglia agiata, incentrato su sé stesso, un po’ intimista se vogliamo. Limonov è un uomo che ha cercato, contro tutte le difficoltà della vita, di farsi da sé, anche scendendo a compromessi con la sua vita.
Nonostante queste differenze, Carrère decide di tirarne su una storia, affascinato e allo stesso tempo sorpreso dalle vicende che hanno portato lo scrittore russo dalle stalle alle stelle, nel corso della sua vita. Nella biografia romanzata Carrère ci racconta la vita di Limonov in base alla lettura delle sue opere, alle parole che sono state spese su di lui da parte di noti intellettuali ancora in vita, di persone che hanno collaborato con lui o che lo hanno conosciuto da giovane. Traccia un percorso sempre molto dettagliato, in cui non tralascia mai di affiancare agli episodi significativi della vita del poeta anche la descrizione storica, con tanto di precisazioni e informazioni di natura politica e sociale che, devo ammetterlo, mi hanno lasciata senza parole per la loro chiarezza informativa.
Pregiatissima la prima parte del romanzo, dove tutte le atmosfere sono dipinte in perfetto stile da romanzo russo dell’ottocento. Meno efficace, più attenta al dettaglio storico che a quello biografico, e di presa minore la seconda parte che, tuttavia, racchiude gli eventi salienti della vita di Limonov, gli eventi che il clima e le atmosfere della prima parte della sua vita avevano solo contribuito a intavolare.

Inoltre, parlando di Limonov e delle sue aspirazioni letterarie, Carrère accosta i suoi tentativi di diventare scrittore a quelli che possiamo considerare i tentativi riusciti dei suoi contemporanei scrittori russi.
Qui Carrère è per me impareggiabile, quando sciorina uno dopo l’altro l’elenco dei più bei romanzi russi moderni e contemporanei, contestualizzandoli e raccontandoli con estrema semplicità, senza perdersi in chiacchiere: mostra ogni opera o movimento letterario, nominandolo nella sua veste storica.
Infatti, pur non avendo ancora letto molte delle opere da lui citate, ho preso nota di tutto perché davvero affascinata dal suo modo di presentare altri capolavori, con l’occhio dello scrittore ma soprattutto dell’attentissimo lettore avido. Cito testualmente, di seguito:

“Ve ne consegnano una copia, e voi ne fate qualche altra. Con questo sistema è circolata più o meno tutta la parte viva della letteratura sovietica. Bulgakov, Mandel’stam, la Achmatova (di cui devo assolutamente parlare più in là visto che l’adoro), la Cvetaeva, Pil’njak, Platonov…”

E ancora:

“C’era la letteratura ufficiale. Gli “ingegneri dell’anima”, come una volta Stalin aveva definito gli scrittori.”

E qui, magistrale:

Mosca sulla Vodka è il grande poema dello zapoj, l’ubriacatura russa di lungo corso a cui, sotto Leonid Breznev, tendeva ad assomigliare la vita intera. La squallida, catastrofica odissea dello sbronzo Venedikt fra la stazione Kurskaja a Mosca e Petuski, un centro sperduto all’estrema periferia; centoventi chilometri in quarantott’ore, senza biglietto ma con l’aiuto di un imprecisato numeri di litri di alcolici: vodka, birra, vino e soprattutto cocktail inventati dal narratore, che ne fornisce ogni volta la ricetta – la Lacrima della Komsomolka, per esempio, è una miscela di birra, white spirit, limonata e deodorante per piedi. Protagonista alcolizzato, treno ubriaco, passeggeri avvinazzati: sono tutti sbronzi in questo libro basato sulla convinzione che “tutti gli uomini di valore, in Russia, bevono come spugne”. Per disperazione, e perché in un mondo di menzogne soltanto l’ubriachezza non mente. Lo stile, volutamente enfatico e burlesco, è una parodia del politichiese sovietico, le frasi sono citazioni storpiate di Lenin, di Majakovskij, dei maestri del realismo socialista. Tutti gli “under”, come gli appartenenti all’underground chiamavano se stessi, si sono riconosciuti in questo trattato del fatalismo e del coma etilico.”

E anche:

“Solzenicyn ha passato dieci anni a raccogliere in segreto le testimonianze di duecentoventisette ex zek – occultando i manoscritti riempiti dalla sua minuta grafia e ricavandone microfilm da far passare clandestinamente in Occidente -, a erigere quel monumento, Arcipelago Gulag, che viene pubblicato in Francia e negli Stati Uniti all’inizio del 1974, e di cui Radio Liberté inizia a trasmettere la lettura.”

Ma di Solzenicyn cita anche “Una giornata di Ivan Denisovic”, o  il gruppo che girava intorno alla Achmatova, assieme al marito Gumilev e agli acmeisti. Cita ovviamente “Il Dottor Zivago”, e si perde il conto dei riferimenti che fa, anche all’interno di narrazione, a Dostoevkskij.

La vita di Limonov scivola così, a volte centralissima nella narrazione, a volte solo di sfondo e accennata a tratti, così come a tratti la vita dello stesso poeta si è tenuta in sfondo ai margini della società che conta, da lui disperatamente ricercata e infine raggiunta e scalata.
Non manca, all’interno di questa biografia, l’occasione per Carrère di parlare di sé.
Dal momento che non lo conoscevo come scrittore e figura intellettuale, all’inizio ne ero rimasta perplessa. Come mai, mi domandavo durante la lettura, costui finisce per narrare interi episodi della sua vita (contemporanei a quelli della vita di Limonov), quasi dimentico di star trattando la storia della vita di un altro?
Venendo poi a sapere che ama molto parlare di sé e scrivere opere ispirate alla propria vita, non mi è sembrato poi così strano.
Carrère ammira Limonov, a tratti né è anche terrorizzato. Più volte, ci dice all’interno della sua opera, ha pensato di lasciare quest’opera incompleta, di non portarla avanti, proprio a causa del contraddittorio carisma che risulta dagli eventi della vita del poeta russo. Ma ne emerge soprattutto il fascino che lo scrittore francese subisce nei confronti di questa vita così avventurosa.
Una vita colma di zone oscure, di solitudine e di povertà, ma anche di rabbia repressa e di voglia di primeggiare sul dilagante senso di inferiorità e la perenne sensazione di sentirsi un fallito, invisibile e allo stesso tempo incompreso, che caratterizzano la vita di Limonov.

CREATIVE WRITING E DISGUIDI LINGUISTICI

Da quando sono in Inghilterra, mi capita spesso di imbattermi in annunci altisonanti di corsi di Creative Writing, molto in voga da queste parti e, mi pare di capire, anche in America. Sin tanto che sono stata in Italia ho avuto modo di sentir parlare di qualcosa del genere soltanto a proposito del progetto di Baricco,  la scuola Holden, o di altri progetti a pagamento, sempre ambientati nel Nord del mio Paese. Al sud, ovviamente, manco a parlarne.

Una volta approdata in questi lidi tanto paradisiaci quanto attualmente irraggiungibili per me, ho scoperto che esiste anche un master in Creative Writing qui a Lancaster, che introduce al mondo della scrittura e degli scrittori, previa presentazione di un’opera sulla quale si lavorerà durante tutta la durata del master. Pensavo che se fossi stata madrelingua inglese, certamente mi sarei catapultata in quella direzione dopo la laurea triennale, con molto più stimolo a finire di quanto ne abbia avuto in questi lenti anni. Eppure, col tempo, riflettendoci, ho avuto la sensazione che questi corsi siano, di base, un po’ inutili.

Era una mia impressione, forse dovuta al voler ripiegare su una scusa da mandare giù per non potervi partecipare in grande stile, come vorrei aver avuto modo di fare in Italia. O forse, più probabilmente, la presa di coscienza sempre più evidente che la scrittura è un’arte che non può essere insegnata. Tuttavia, mi ero ripromessa, qualora mi fosse capitata l’occasione di seguire un corso di CW a buon mercato, o meglio ancora gratis, di viverlo sulla mia pelle e vedere di cosa si tratta.

E l’occasione si è presentata proprio oggi quando, nella biblioteca cittadina di Lancaster, si è tenuto un corso gratuito, di un paio di ore, probabilmente introduttivo di una serie di lezioni future da progettare assieme alla biblioteca stessa.
Così, sono andata a studiare in biblioteca e alle 14 in punto mi sono diretta al luogo del corso.
Seduto a un tavolo bianco con varie sedie vuote intorno, c’era un signore, vestito in modo dimesso, occhialini, capelli spettinati, dinanzi a lui uno sciame di fogli sparsi e pennarelli colorati. Mi sono avvicinata e gli ho chiesto se si tenesse presso di lui il corso di CW e lui mi ha confermato la cosa e mi ha invitata a sedermi.
Poco dopo è giunto un signore giovane, che avevo già visto in biblioteca e che sembrava incuriosito dalla sottoscritta (non ha fatto che fissarmi per tutto il tempo mentre studiavo). Questi, pur non sapendo del corso, si è fatto convincere dal signore con gli occhialini ed è rimasto con noi.

Morale: al corso introduttivo c’eravamo solo io e questo giovane signore. L’insegnante, che si è poi rivelato anche scrittore e per giunta poeta, non deve essere rimasto troppo contento di sapere, di lì a poco, che i suoi unici “studenti” erano una straniera e un signore capitato per caso, di Liverpool (si tende a essere un po’ reticenti verso quelli di Liverpool, specie se, come nel caso del poeta, si è nordisti ormai trapiantati stabilmente nel sud Inghilterra) (sì, funziona al contrario che in Italia, insomma).

L’insegnante, tale William P., ha iniziato prontamente a spiegarci in cosa consisteva la sua lezione, sottolineando che  lui non segue manuali e corsi predefiniti, ma ama fare di testa sua. E qui ho iniziato a subodorare che il corso non sarebbe andato a parare dove speravo. Io speravo di parlare di come si costruisce una trama, un personaggio, una ambientazione, di come si centra il punto di un genere letterario, o cose così… E invece, no.
Ci ha proposto tre esercizi abbastanza elementari, durante i quali le ore sono volate. Io ero piuttosto imbarazzata al pensiero di dover scrivere in inglese, cosa che non faccio praticamente mai, dato che non ne ho alcuna occasione né necessita attualmente (pur sapendo che invece dovrei). Tuttavia, le tre prove, che non prevedevano giudizio o votazione, sono andate bene.

La prima consisteva nello scrivere parole a caso che ci venivano in mente, argomenti di pensieri e spunti. Poi, sotto le migliori tra queste parole scelte tra quelle da noi elencate, dovevamo scrivere delle frasi. Io ero piuttosto perplessa dall’apparente senso mistico che William voleva dare alle nostre frasi e al collegamento simbolico che, secondo lui, doveva esserci tra i nostri pensieri. Ma ho svolto la prova ugualmente.

Nella seconda prova, William ci ha chiesto di scrivere tre parole in cima a tre colonne di un foglio, per poi elencare sotto ciascuna parole che fossero attinenti a quella in cima, o per assonanza o per significato. Ma una volta svolto l’esercizio, lo scrittore si è limitato a leggerci le sue liste, spiegandoci quali erano stati i suoi collegamenti mentali, ignorando le nostre.

Infine, ci ha chiesto di pensare a delle parole che potessero esprimere interi concetti o eventi in un solo termine, portando l’esempio di quella popolazione (della quale non ricordava nome o altri dati) che conosce numerosi nomi per definire la neve. Gli ho prontamente rammentato che si tratta degli eschimesi o inuit e che le parole si ottengono soprattutto mediante suffissi, numerosi in quella lingua (sono le basi di un qualunque studio, anche fatto all’acqua di rose, di Linguistica generale che, se seguite il mio blog personale, sapete già che ho sostenuto tempo addietro) (e che lui, con un MA in Writing and Poetry dovrebbe sapere!). Così, si è messo a pensare alle parole che gli venivano in mente, senza interpellarci su quanto pensassimo noi.

Il signore di Liverpool, diversamente da me, ha cercato molte volte di intervenire, e da quanto scriveva e diceva, ho intuito che doveva essere anche un uomo piuttosto fantasioso e dalle idee interessanti. Nella lista del primo esercizio ha tirato fuori parole come “suicide”, “space travels” e “reasons to be in a library”, mentre io mi sono limitata ai rassicuranti “landscapes”, “memories” e “animals”.

Tuttavia, non mi pareva che lo scrittore/poeta fosse troppo interessato a noi e a ciò che avevamo da dire. Era un uomo molto caotico, molto pronto a parlar di sé, e a più riprese sono rimasta sconvolta da una osservazione. Notavo che, durante la conversazione, il poeta e  l’uomo di Liverpool spesso non si capivano. E’ normale che quando io parli, molte parole sfuggano alla comprensione del madrelingua inglese. Perché io parlo inglese come una italiana, quale sono. Ma tra l’uomo di Liverpool e il poeta scrittore, a parità di lingua, vi erano incomprensioni ancora maggiori, allorché più volte l’uomo di Liverpool si è trovato a fare lo spelling delle parole, perché il poeta non lo capiva.

Osservatrice attenta del fenomeno linguistico, per me inconcepibile, a causa del quale gli inglesi che ascoltano parlare altri inglesi, non appena si varia di poco la pronuncia delle vocali, iniziano a non capire più niente di quanto si dice, mi rendevo conto che io invece capivo benissimo entrambi. Per me non vi è differenza se la parole “done” viene pronunciata “dan” o “dun” (pronuncia del sud nel primo caso e del nord nella seconda), perché tanto conosco la prima pronuncia in quanto imparata a scuola, tanto conosco la seconda per abitudine, stando qui dove l’inglese vero è ben altro che quello imparato in precedenza.

Ma come è possibile che due inglesi abbiano difficoltà a capirsi? Per intendersi, è come se io, barese, parlassi con un torinese e dicessi: “Allora!”, e lui non capisse perché dalle sue parti “Allora”, si pronuncia “ “Ellure”. Da noi è molto più facile non capirsi se uno dei due parlanti in un dialogo usa il dialetto e l’altro l’italiano. Ma i fenomeni che regolano la pronuncia delle vocali qui, non smetteranno mai di stupirmi!

A conclusione di questo breve corso, dal quale ritengo di non aver imparato niente e di aver avuto conferma che i corsi di CW sono una buona occasione per lo scrittore insegnante di parlare un po’ di sé, farsi pubblicità ed eventualmente raccimolare denaro, il poeta ci ha chiesto cosa stessimo leggendo, e io gli ho detto che sto leggendo Limonov (finito stasera, per altro) di uno scrittore francese. Lui mi ha chiesto se ci fosse una traduzione in inglese (you don’t say!), interessato all’idea che Limonov, come gli ho detto, sia stato uno dei detrattori di Putin.  Ma, per misteriose trame nascoste, anche l’uomo di Liverpool stava leggendo la storia di un russo, anche se non mi ha saputo dire come si chiamasse lo scrittore (ricordo solo che finisce in “vich”, mi ha detto). Ma in realtà si sbaglia, ho cercato e fa riferimento a The Long Walk di Sławomir Rawicz che, stando a Wiki, è polacco e non russo. Naturalmente, lo metto in lista: non perdo l’occasione di leggere storie di reduci di guerra, di situazioni disperate al limite.

Se devo essere sincera, mi aspettavo di più da un corso di CW, quand’anche si trattasse, come in questo caso, di una lezione introduttiva. Se pensi di tenere un corso più approfondito, devi dare il meglio di te nella lezione introduttiva, e io non sono stata molto colpita da questo senso di creatività new age che dovrebbe scaturire dall’associazione di idee, dalla cooperazione tra persone che si trovano nello stesso corso (suppongo che se invece che due fossimo stati dieci, si sarebbe ancor più messa in luce questa necessità creativa di influenzarci costruttivamente).

Sarò snob, sarò diversa… ma per me la scrittura è solitudine.

E i consigli che mi sentirei di dare a chi volesse portare avanti la carriera di scrittore, sono gli stessi che furono dati a me da una persona conosciuta secoli fa, alla quale, io piccina dissi di voler diventare scrittrice.

“Allora”, mi disse “devi leggere. Devi leggere tantissimo, datti da fare già da adesso.”

E io mi diedi da fare. Credo sia stato e sia sempre il miglior consiglio. Assieme a quello, che mutuerei anche da una certa precettistica dei classici greci e latini, secondo i quali è sempre bene parlare di ciò che si sa, di ciò che si conosce, senza mai smettere di documentarsi e cercare. Solo così, non si può mai sbagliare. Tutto il resto è fuffa inutile.

ULTIMA: LA CITTA’ DELLE CONTRADE – CARLO VICENZI

Da quando ho aperto le mie porte al mondo delle letture contemporanee, ammetto che trovo molto piacere e soddisfazione anche nel leggere le opere nuovissime, quelle degli scrittori emergenti. Di tutti coloro che si barcamenano in un ambiente, quello dell’editoria italiana, in cui è molto difficile farsi strada, sia per un certo limite imposto ad alcuni generi letterari, sia perché un autore non conosciuto non porta con sé le garanzie di un autore affermato.

Tuttavia, bisognerebbe tener conto del fatto che leggere è soprattutto la possibilità di entrare in un mondo che non conosciamo, un mondo in cui qualcuno ha infuso tutti i propri sogni e le proprie speranze, il proprio lavoro e il proprio sacrificio personale, fatto di notte e giorni interi spesi dinanzi a un foglio bianco, fatto di rinunce, poiché il lavoro letterario non è notoriamente redditizio, fatto anche di notti insonni e di incubi che attanagliano il povero scrittore in erba che spera di comunicare qualcosa e desidera essere letto con tutte le sue forze.

Questa sembra proprio essere la storia di Carlo Vicenzi e del suo romanzo, Ultima. Viene incontro a lui e a tutte le difficoltà del caso, e a noi lettori squattrinati ma avidi di novità, il fatto che il suo romanzo sia reperibile anche per e-book, a un costo molto più contenuto di quello cartaceo. Quasi a voler dire che non si hanno scuse per non leggerlo, specialmente quando si apprende che il suo romanzo in questione affronta di petto il genere steampunk italiano. E qualcuno doveva pur accollarsi i primi passi di questo sporco lavoro, diciamolo!
Infatti, questo genere letterario, come anche i molti altri filoni del fantasy e della fantascienza, è parecchio snobbato dalle nostre parti. Fatta salva la pubblicazione del noto e complicatissimo ( e a tratti, diciamolo, pesantissimo e illeggibile) The Difference Engine, del duo bomba Gibson – Sterling, e le opere di Wells (e se vogliamo, anche del sommo Verne, per estensione temporale all’indietro), in Italia il genere non è molto ben noto, se non nelle sottoculture che hanno fatto di questo genere letterario un vero e proprio spunto e slancio passionale che attraversa il mondo dei fumetti sino ad arrivare a quello del cosplay.
Invece all’estero e specialmente in Inghilterra, complice anche l’interesse che questo genere narrativo ha per l’epoca vittoriana e il culto della macchina a vapore interpretata in un futuro alternativo e spesso distopico, è possibile rintracciare numerose opere in merito, molto apprezzate dai lettori. A tal punto che ci troviamo a distinguere anche tra vari tipi di narrativa steampunk.

Il romanzo di Vicenzi fa decisamente parte del filone apocalittico. Ci troviamo in un’epoca futura, siamo sulla Terra, anche se il dato non viene mai specificato con dovizia di dettagli, in una fase storica piuttosto delicata successiva allo scoppio della Terza Guerra Mondiale che, come è ben facile immaginare, non ha lasciato traccia della civiltà come noi la conosciamo. Ci si muove in un periodo di regressione storica, in cui non bisogna dare per scontate molte delle cose che oggi ci sembrerebbero normali e dove i macchinari e la tecnologia funzionano esclusivamente a vapore.

Il contesto storico del romanzo non determina in maniera totale la storia, anzi è accennato solo qui e lì brevemente. Ciò che conta di questo romanzo è indubbiamente il cammino individuale del protagonista, Demetrio Deisanti, in un percorso epico, spesso tragicomico, di risalita dagli inferi di un passato non propriamente pulito e felice. La storia ci catapulta in un rapido incipit, nel quale ci troviamo alle spalle di Demetrio e seguiamo i suoi passi colmi di adrenalina mentre attende di sfidare un contendente al Palio della città di Ultima, dove i campioni delle Contrade si sfidano per mettere in mostra il loro valore e tenere alto lo stendardo della propria Cerchia di appartenenza. Apparentemente vittorioso, il povero Deisanti scopre che l’arma che sta per renderlo campione del Palio contro il povero malcapitato contendente, è stata modificata. All’interno di un grosso bastone da combattimento è stata posta un’arma da taglio che ferisce quasi a morte l’avversario, azione considerata proibita dal regolamento del Palio stesso.

Demetrio, trascinato da questo momento in poi in una spirale discendente di umiliazione e privazione della dignità, oltre che dei beni personali e dello status di cittadino di Ultima, si trova da solo ai margini della città, etichettato come farabutto Senza Cerchia, privato del simbolo della sua individualità, rimuginando senza sosta nel tentativo di capire chi abbia tentato di incastrarlo e rovinarlo. Unico indizio nella sua memoria offuscata da rabbia e furia è il ricordo di una donna dai capelli rossi che, poco prima della gara, gli ha consegnato l’arma che è stata causa del suo fallimento.

Umiliato dai cittadini, picchiato selvaggiamente dai soldati e dalle guardie di Ultima, il povero Demetrio viene insperatamente intercettato da due donne, Veronika e Miranda, le quali sembrano avere ben più di una opinione a proposito di ciò che gli è accaduto, e gli propongono di aiutarlo in cambio della sua collaborazione per comprendere cosa si nasconde dietro il suo, e dietro altri inspiegabili e oscuri avvenimenti che incorrono nella città di Ultima e che riguardano anche i campioni delle altre cerchie, ingiustamente ostracizzati.

La storia si snoda quindi, in un turbine di avvenimenti avvitati uno dopo l’altro in maniera rapida e coerente, attraverso i vicoli, i luoghi e le strade della città. Veniamo trasportati rapidamente tra le Contrade, ognuna con il proprio colore distintivo, con le proprie architetture urbane e sociali, con la propria sottocultura inerente il gruppo di abitanti che ci vive, separato da quelli delle altre contrade da una soffocante linea di mancato rispetto e di latente razzismo tra cittadini di una medesima città.
Si delinea, a poco a poco, il profilo di un complotto ben più ampio, che non tange soltanto l’onore del campione Demetrio, sempre più affamato di rivalsa e vendetta per quanto accaduto, ma porta lui e le due donne che sono accorse in suo aiuto in una sequela di avvenimenti che li metteranno in contatto con una parte poco nota della città, ma chiaramente rilevante, quella dei Senza Cerchia che, prima di lui, hanno affrontato l’esilio dalle trame ufficiali della società di Ultima.

In che modo l’ambiente steampunk si inserisce in questa trama di epica vendetta tangente una leggera ma efficace linea di giallo? Miranda, una delle due donne incorse in aiuto del protagonista, è un ingegnere specializzato in costruzione di macchinari a vapore e ha ideato il Braccio, una guaina protettiva in metallo che potenzia la forza di Demetrio e gli consente di avvalersene per farsi strada tra le ingiustizie e le avversità subite, mentre si appresta a venire a capo del mistero che si cela dietro il volto misterioso della donna dai capelli rossi, la chiave di volta per comprendere la trama della cospirazione che si nasconde alle spalle della città di Ultima.
Steampunk è anche la città, con le sue esalazioni di vapore, con le sue vecchie case circondate da tubature, con i rottami di un passato storico che tutti conoscono ma il cui quasi assoluto silenzio in merito durante la storia getta una luce drammatica e inquietante sulle sorti della civiltà umana, con i suoi sotterranei maleodoranti e oscuri che nascondono il segreto del riscatto di Demetrio.

La storia è narrata in prima persona, alternativamente, da Demetrio e dai personaggi principali della compagnia di borderline di Ultima. Tuttavia, la narrazione in prima persona ha in sé una nota lama a doppio taglio. Consente un’agile resa dell’apparato emotivo, ma allo stesso tempo rende affatto scontata la medesima resa in parole scritte.
In passi come: “Tracannai la bevanda rimasta in un solitario brindisi alla fortuna”, ci troviamo nei panni del personaggio ma stentiamo a immaginare che pensi davvero in un modo a tal punto altisonante. In genere, i pensieri in prima persona sono più gestibili quando resi semplici e talvolta anche sconnessi, come solo può essere una narrazione istintiva fatta in prima persona. Ossia, quando non si soffermano tanto sull’osservazione minuta e descrittiva delle proprie azioni da un punto di vista ancor più interiore, dato per scontato poiché è da quello che si parte, ma sull’osservazione delle circostanze e delle azioni altrui.
Ben riuscito è il personaggio di Iago Alfonsi, a tratti molto più reale e nutrito di passione rispetto al protagonista, che è ostentatamente preda di una furia le cui cause, analizzate in un resoconto stringato del suo passato burrascoso, non vengono però spiegate e descritte in maniera ampia (forse a causa, suppongo, di barriere di spazio imposte da eventuali paletti editoriali).

Non di facile lettura i dialoghi tra i personaggi. Il narratore utilizza volutamente un linguaggio particolare, a volte ostentatamente volgare, nel tentativo di connotare tutta la rabbia dei suoi personaggi vilipesi dal destino. Tuttavia l’eccessivo utilizzo di questa terminologia suona un po’ artificioso alle orecchie del lettore, come anche l’esplosiva rabbia e voglia di rivalsa di Demetrio. Rabbia che, pur comprensibile, attende almeno metà romanzo prima di poter decollare nei fatti, senza doversi trovare necessariamente a sgambettare scomoda in continue imprecazioni pensate, che perdono il loro valore proprio perché solo descritte e non mostrate.

Stessa osservazione per le descrizioni dei personaggi, che insistono eccessivamente sulla descrizione estetica degli stessi, con uno strano soffermarsi sull’abbigliamento e sui colori di scarpe e pantaloni, andando oltre quanto richiesto dal chiaro tentativo di comunicare i colori delle varie Contrade, dando a tratti la sensazione che il narratore abbia immaginato la sua storia più in una storyline di un fumetto, che in un intreccio puramente romanzesco.
Graditissimo sarebbe stato un apparato di pagine a corredo dell’opera che elencasse i nomi e i colori delle Contrade, in quanto più volte si rischia di perdersi nella lettura proprio a causa dei nomi delle Cerchie. Solo la Cerchia dei Corsari, in definitiva, risulta essere, per contrasto netto di descrizione e linguaggio adottato per i personaggi in esso inscritti (dialetto tipico della città dello scrittore), facilmente memorizzabile a una prima lettura.

In aggiunta, troppo tecniche e artificiose risultano anche certe descrizioni di luoghi che più che essere lasciate all’immaginazione, vengono rappresentate in maniera ingegneristica. In passi come: “Il combattimento si sarebbe tenuto all’interno di una grande vasca dismessa: uno spazio dalle pareti striate di ruggine, di forma circolare, del diametro di una decina di metri”, “dopo aver parcheggiato l’enorme motrice, lunga più di dieci metri” o in altri come: “Sbucammo in una grande stanza circolare dal diametro di più di quaranta metri.”, l’immaginazione tanto invocata dall’epicità dell’azione subisce una brusca frenata.
Immaginare numericamente l’ampiezza dei luoghi è una operazione non particolarmente attinente la narrazione romanzesca e ben diversamente sarebbero risuonati tali passi se per descrivere il senso di grandezza e di dispersione della stanza fosse stato fatto appello al suo essere indefinito, ai suoi contorni vibranti e sfumati da “le grosse candele sistemate su ogni spazio libero”, piuttosto che ai richiami geometrici.

Certi passaggi di scena sono resi lenti dal mancato rapporto tra immagini mostrate, come in questo caso esemplare, in cui il narratore dice: “Stretto in quegli abiti eleganti mi sembrava di soffocare. Anche se il sole era quasi tramontato, l’aria era afosa e umida.”, costringendoci a fare un breve passo indietro per collegare le due scene, quando l’inversione delle due frasi sarebbe stata sufficiente a ricostituire un intero visivo.
Invece, le parti d’azione dei personaggi sono davvero ben costruite e circostanziate e ci danno l’idea che questo romanzo si affidi molto più a scene di lotta e di forza per emergere, piuttosto che al molle adagiarsi su analisi psicologiche o sentimentali, cosa che velocizza la narrazione ma un po’ lascia con l’amaro in bocca chi avrebbe voluto saperne di più del profilo interiore dei protagonisti.
La descrizione dei numerosi combattimenti in cui Demetrio si trova invischiato scorrono lasciandoti addosso un senso di ansia crescente. Gli scontri tra i personaggi sono credibili e raggiungono il culmine nell’ultima parte del romanzo dove, nuovamente ritrovatosi al Palio, che si tiene ogni anno, Demetrio si troverà costretto a sfidare tutti i suoi nemici, in un consumarsi dettagliato e infuocato del senso di vendetta che ha covato per tutta la storia.

Con un occhio al senso allegorico dell’opera, aggiungo che l’intera ambientazione della storia riprende simbolicamente le fattezze di una città realmente esistente, quella di Finale Emilia in provincia di Modena, nella quale ogni anno si svolge realmente un Palio, la Finalestense, dove è possibile girare per le città del borgo, immergersi nei colori e nei sapori locali, tra rappresentazioni storiche accuratissime che rievocano fatti realmente accaduti. Un’occasione imperdibile di vedere dal vivo tornei di tiro con l’arco e con la balestra, i tornei di combattimento storico a piedi e le esibizioni degli sbandieratori e per essere catapultati tra i costumi e gli usi narrati in questo romanzo, con una dovizia di dettagli che chiaramente strizza l’occhio, in cotanta vividezza, alla realtà davvero sentita e vissuta dal narratore.

Il romanzo si configura quindi non solo come un tentativo riuscito di sfondare la barriera dello steampunk italiano, ma come la possibilità di celebrare il senso storico e culturale della città di appartenenza dello scrittore, anche alla luce del recente terremoto del 2012 che ha lasciato una ferita non ancora rimarginata nella città di Finale. Città che fornisce allo scrittore l’occasione di narrare il proprio vissuto cittadino storico in chiave fantasy, analizzando il peso e la difficoltà di una lacerazione che non è solo architettonica, ma scava in profondità in una ricerca antropologica a volte spietata, ma necessaria, che non si permette mai l’errore di apparire trasognata e disincantata, anzi ci appare in tutta la sua viva crudezza.
La città dunque, non solo sfondo della narrazione, ma vivo personaggio principale dell’opera, ci consente di godere e apprezzare questo romanzo, al di là delle imperfezioni tecniche dello stile, conferendoci il senso tutto personale della visione e della percezione di Carlo Vicenzi per la sua città di appartenenza e per il senso di riscatto chiesto alla vita stessa, che emerge dalle pagine del libro come un pugno dritto in volto e che sorvola il capo di Deisanti per giungere al lettore come netto movente principale che sta alla base della fiammella narrativa di Ultima.
Vivamente consigliato.

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