LUCANO – LA FARSALIA

Quando intendiamo entrare nella vita di uno scrittore per cercare di leggere le sue opere con un senso di consapevolezza in più, ma formandoci anche una idea personale di esso, non necessariamente vincolata da ciò che la critica letteraria ha già detto, dobbiamo porci alcune semplici domande: che tipo di vita faceva lo scrittore dell’opera che intendiamo leggere? Era ricco, o povero? Lavorava a tempo pieno come scrittore, oppure per mantenersi doveva fare altri lavori e scriveva per passione, nel tentativo di essere letto? Scriveva per soldi o per necessità? Che tipo di letture gli piacevano? Che autori conosceva e ammirava? Com’era la sua vita intima, sentimentale, sociale?

Una buona biografia, mediamente dettagliata, risponde pienamente ai dubbi rivelati da queste domande e ci aiuta anche a leggere le opere in maniera più umana, se possibile sentendo meno la distanza temporale, sociale e mentale che intercorre tra noi che viviamo in questa epoca così moderna, frenetica e vitale rispetto a persone vissute in epoche ben diverse, meno complesse da un certo punto di vista ma più difficoltose da altri. Inizio questo post, parlando di un testo che mi ha molto colpita, durante l’esame di Letteratura Latina, la Farsalia (o Pharsalia) di Lucano. Parliamo quindi di un classico della Letteratura Latina. Il PDF in italiano è qui: Lucano Pharsalia

Chi è Lucano?

Marco Anneo Lucano è un poeta romano nato nel 39 d.C., vissuto alla corte di Nerone, nonché nipote del bel noto Seneca, a sua volta autore di tragedie, filosofo e politico. Le sorti, ma anche le ispirazioni, della vita di Lucano furono quindi strettamente legate a quelle dell’imperatore Nerone, l’immagine del quale è stata recentemente rivalutata, smentendone la presunta follia e la colpa dell’incendio di Roma.

Nonostante questo, indubbiamente la vita alla corte di un imperatore, in un epoca di crisi dei valori morali che tanto erano stati cari ai romani, non fu molto facile per questo poeta. Si consideri inoltre che la dinastia giulio-claudia, quella che si conclude con la morte per suicidio di Nerone, fu contraddistinta più che in passato da una serie di vicende oscure e criminose, da assassini, suicidi imposti, tradimenti, sotterfugi, tutti mirati al passaggio di consegna del dominio dell’impero romano. Quindi la vita di un poeta vissuto in questo contesto ci consente di prefigurarsi un’ idea di come potrebbero apparire eventualmente opere da lui create: certamente nulla di equilibrato, di pacato e di soave o celebrativo. Infatti Lucano visse soltanto 25 anni, quindi si pensi a quanto giovane sia stato mentre faceva il poeta, inizialmente fu molto amico di Nerone e declamava versi per lui dinanzi a tutti, anche nel tentativo di elogiarlo. Poi, a seguito di dissidi con l’imperatore, forse per motivi politici o si dice anche per l’invidia di Nerone nei confronti delle arti poetiche di Lucano, i due videro interrompersi il rapporto. Lucano quindi decide di partecipare alla congiura Pisoniana: circa 40 membri della corte di Nerone, tra militari, letterati, etc.. che avevano ognuno un buon motivo per farlo secco, si organizzarono per accoltellarlo durante i ludi, i giochi indetti da Nerone. Ma la congiura fu scoperta e Nerone costrinse molti dei partecipanti ad uccidersi. Fra essi appunto, vi era anche Lucano.

Nella breve ma, a quanto se ne evince, intensa vita di questo poeta, risulta interessantissima da leggere la Farsalia, ovvero un poema storico- tragico- si potrebbe definire anche antiepico riguardante la battaglia di Farsàlo

che aveva visto scontrarsi Giulio Cesare e Pompeo, condottieri del primo triumvirato che, alla morte di Crasso, avevano smesso di mantenere rapporti diplomatici tra di loro, scatenando appunto una guerra civile.

La discorde concordia ebbe breve durata e la pace venne stipulata non per  volere dei capi: l’unico ostacolo che si frapponeva alla futura guerra era Crasso. Come il sottile istmo, che taglia le acque e separa i due mari e non consente che i flutti si fondano (se la terra si ritirasse, lascerebbe infrangere il mare Ionio nell’Egeo), così, non appena Crasso – che teneva separate le crudeli armi dei capi – con la sua miseranda morte macchiò di sangue latino l’assiria Carre, il disastro partico scatenò il furore

romano.

Il poema doveva essere composto da 12 libri, ma ne furono fatti solo 10 e pubblicati ancor meno, considerato quanto era giovane Lucano quando dovette suicidarsi. Ci sono numerosi motivi dal punto di vista letterario che fanno della Farsalia un’opera notevole. Primo fra tutti è che viene comunemente considerato come il Dark side of the Moon dell’Eneide. L’Eneide di Virgilio, testo altamente celebrativo della nascita e fondazione della città di Roma, si specchia come ispirazione da cui prendere le distanze nei passi della Farsalia, rivelando invece la narrazione tragica, violenta e sanguinaria di un episodio di guerra civile, sempre riguardante la città di Roma, che quindi ha ben poco di celebrabile ma piuttosto di deprecabile. L’oscurità di questo poema sta appunto nel fatto che non vi è alcun intento celebrativo nei confronti delle gesta del popolo romano, non esiste in esso alcun monito di speranza per il futuro né la fiducia nelle gesta degli uomini, tutti argomenti che in qualche modo ritroviamo nell’Eneide. La Farsalia è all’opposto: è un canto funebre che condanna il dramma in arrivo alla fine della repubblica, la distruzione dei valori che erano stati tanto cari al popolo romano dell’età arcaica, gli antichi mores, la tragedia di una guerra civile fratricida (già preannunciata dalla legenda di Romolo e Remo) che si rispecchia nel destino del mondo intero, destinato al tracollo e alla distruzione.

Nella Farsalia, infatti, mancano gli eroi, i personaggi che si sacrificano per il bene comune. Ogni personaggio persegue i suoi scopi. E soprattutto manca l’intervento divino, capace di muovere sapientemente i fili delle vite umane. Eroi e divinità sono gli elementi distintivi di un poema epico, è sempre grazie a queste figure che il destino di un popolo, di una civiltà, si dipana in una serie di eventi che meritano di essere narrati e ricordati. Di divinità si parla spesso nella Farsalia, ma esse sono assenti, si sono volutamente dimenticate di Roma, non hanno alcun interesse a salvarla né un piano divino pronto per lei e per esaltare la gloria che fu del suo passato, non vi è alcun concilio di dei in quest’opera ( il concilio era il vero è proprio dialogo tra divinità, presente in tutti i poemi epici): é il male a fare da padrone incontrastato del suo destino.

Allora, perché neanche una qualche speranza del futuro potesse essere di sollievo agli spiriti timorosi, si aggiunsero segni inequivocabili di un destino ben più tremendo e gli dèi minacciosi riempirono di prodigi la terra, il cielo, il mare. Le oscure notti scorsero astri sconosciuti e il cielo in fiamme e videro fuochi scorrere obliquamente nell’etere attraverso il vuoto e la coda della stella spaventevole, la cometa, che sovverte i regni sulla terra. Fulmini balenarono frequenti nell’ingannevole sereno e il fuoco disegnò le forme più strane nell’aria

 densa: ora con una lunga luce comparve un giavellotto, ora, con bagliore diffuso, una lampada. Il fulmine brillò silenziosamente in un cielo privo di nubi e, strappando il fuoco dalle zone nordiche, colpì la cima laziare e stelle più piccole, che solitamente scorrono attraverso il vuoto durante la notte, comparvero in pieno giorno e Febe, mentre, riuniti i corni, rifletteva con l’intero suo disco la luce del sole, si oscurò improvvisamente, colpita dall’ombra della terra.

Invece si parla molto di magia, di riti occulti, di stregoneria. L’intero poema si giostra intorno ad oscuri presagi, sogni ed incubi temibili che assalgono i personaggi, come succede a Pompeo in partenza per la guerra. Considerato punto di assoluta opposizione all’Eneide è l’atto di necromanzia, raccontato a mio avviso in maniera spettacolare, che si oppone alla nota catabasi virgiliana, la discesa negli inferi da parte di Enea, praticato da una maga oscura su richiesta del discendente di Pompeo, desideroso di sapere se la guerra si sarebbe conclusa a danno o favore dello stesso:

      Ed a lei rivolge per primo la parola l’inetto figlio di Pompeo: «O decoro delle Emònidi, tu che sei in grado di svelare i destini alle genti e puoi sviare il futuro dal suo cammino, ti prego di farmi sapere con sicurezza quale fine la fortuna della guerra ci sta apprestando. Non sono certo l’ultimo componente della folla romana, io, famosissima discendenza di Pompeo, sia che debba essere il dominatore del mondo o l’erede di un’immane sventura. Il mio spirito, percosso dall’incertezza, è in preda al timore, ma è pronto a sopportare paure di cui abbia contezza: strappa agli accadimenti il diritto di abbattersi improvvisi e ciechi. Tortura i numi oppure risparmia gli dèi e tira fuori dai Mani la verità: schiudi le

sedi dell’Elisio, invoca la Morte in persona e costringila a confessarmi chi fra noi essa vuole cogliere. (…)»

La sacrilega Tèssala esulta che la sua fama sia così diffusa e ribatte: «Se tu, o giovane, chiedessi di conoscere fati meno importanti, sarebbe agevole rendere disponibili gli dèi – anche contro la loro volontà – a compiere ciò che vuoi. È consentito alla nostra arte magica, allorché le stelle hanno stabilito con i loro raggi la morte di una singola persona, frapporre indugi e noi siamo in gradi di spezzare con erbe velenose il fiore dell’età di qualcuno, anche se gli astri gli hanno permesso di raggiungere la vecchiaia. Ma – allorquando la concatenazione

delle cause deriva dalla prima origine del mondo e, se si vuol mutare qualcosa, tutti i destini ne risentono, e tutti gli uomini sono soggetti al medesimo colpo del fato – allora (e questo lo ammettiamo anche noi, la

 folla delle maghe tessaliche) la Fortuna possiede un potere più grande.

Però, se ti contenti di conoscere anticipatamente gli eventi, sono molte e facili le strade di accesso alla verità: ce le sveleranno la terra, l’etere, il caos, i mari, i campi e le rocce del Ròdope. È facile, dal momento che c’è un’abbondanza così grande di morti recenti, far risorgere

 dai campi tessalici un solo corpo, in modo che la bocca del cadavere morto da poco e ancora tiepido possa parlare con voce piena e non sia un’ombra

spettrale, appartenente ad un corpo le cui membra siano completamente rinsecchite dal sole, a mormorare all’orecchio parole inintellegibili».

Aveva così parlato e raddoppiate, con la sua arte magica, le tenebre della notte, vagava, con il capo ferale coperto da un’orrida nube, tra i corpi degli uccisi, abbandonati e insepolti. Di colpo fuggirono i lupi, fuggirono gli avvoltoi, dopo aver tolto gli artigli dalla preda ed aver interrotto il loro pasto, mentre la maga tessalica sceglie il corpo, che

dovrà pronunciare la profezia: osservando le parti interne rese gelide dalla morte, rinviene i lobi di un polmone, che non era stato ferito, tesi e rigidi e cerca di far risuonare la voce nel corpo morto. (…)

Eritto indossa un abito di vari colori e di strana foggia, al modo delle Furie; la chioma, tirata indietro, fa apparire il volto e gli irti capelli sono stretti da serti di vipere. Non

appena ella scorse gli accompagnatori di Sesto sbigottiti e lui stesso tremante con gli occhi sbarrati nel volto sbiancato dalla paura, esclamò:«Deponete il timore sorto nel vostro animo terrorizzato: ecco, proprio

adesso una nuova vita sarà infusa in una persona reale, sì che – per quanto atterriti – possiate sentirla parlare. Se io vi mostrassi le paludi dello Stige e le sponde crepitanti di fiamme, se, grazie a me, potessero apparirvi le Eumènidi e Cèrbero, che scuote il collo pieno di serpenti, e

i Giganti con le mani incatenate sulla schiena, quale paura, o vili, sarebbe allora quella di contemplare ombre, che a loro volta mi temono?».

A questo punto Eritto, per prima cosa, riempie il petto del morto con sangue caldo – infondendovelo attraverso nuove ferite da lei stessa inferte -, pulisce le parti interne dalla putredine e vi aggiunge spuma lunare in abbondanza. A questa mistura mescola insieme tutto quel che la natura produce con parti sinistri: non mancano bava di cani affetti da idrofobia, viscere di lince, vertebre di iena feroce, midolla di cervi, che si sono nutriti di serpenti, la remora, che è in grado di tener ferma

una nave in alto mare, anche quando l’euro tende le corde, occhi di serpente, le pietre, che emettono suoni quando sono riscaldate da un’aquila che cova, il serpente volante degli Arabi, la vipera nata presso le acque del Mar Rosso e che custodisce le conchiglie preziose, la pelle di un rettile libico ancora vivo, le ceneri della fenice deposta sull’altare orientale. Dopo ch’ebbe mescolato a tutte queste cose, ingredienti velenosi sia di poco conto che rinomati, aggiunse fronde impregnate da un sacrilego incantesimo, erbe, sulle quali, al momento della nascita, la maga aveva sputato con la sua bocca spaventosa, e tutti i veleni, che lei aveva apprestato per il mondo. Allora la sua voce, più potente di ogni filtro ad evocare gli dèi infernali, emise in un primo momento mormorii confusi e molto differenti dalla lingua degli uomini: in quella voce erano presenti latrati di cani, gemiti di lupi, i lamenti del gufo pauroso e del notturno barbagianni, strida e ululati di fiere, sibili di serpenti, perfino il frastuono delle onde, che si infrangono sugli scogli, il rumore dei boschi e il tuono delle nuvole squarciate: quell’unica voce era composta di tanti elementi.

Personaggi centrali dell’opera sono Cesare, Pompeo e Catone l’Uticense.

(…)né Cesare può sopportare che qualcuno venga prima di sé né Pompeo che qualcuno gli stia accanto. Non è lecito sapere chi dei due abbia dato di piglio alle armi per motivi più giusti: ciascuno adduce a propria giustificazione un giudice importante: la causa del vincitore piacque agli dèi, quella del vinto a Catone.

Di Cesare si è detto tanto, è  un personaggio storico tra i più noti. Nella Farsalia viene descritto come un uomo crudele, cattivissimo, malvagio, che persegue i suoi scopi crudeli e che gode anche personalmente e intimamente del dolore e della sofferenza che lascia dietro di sé:

In Cesare non era soltanto il nome o la fama del condottiero, ma un valore incapace di riposo e la sola vergogna vincere senza combattere: aspro e indomabile, scatenava la sua violenza dovunque lo chiamasse la speranza o l’ira, non risparmiava mai le sue armi

impugnate empiamente, incalzava da presso i suoi trionfi, forzava la benevolenza accordatagli dagli dèi, scagliandosi contro tutto ciò che fosse di ostacolo al suo desiderio di dominio totale e soddisfatto di aprirsi la via con la rovina. Così il fulmine, provocato dai venti

attraverso le nubi, brilla con il risuonare dell’etere percosso e con il fragore dell’universo, fende il giorno e atterrisce i popoli sgomenti, costringendoli a chiuder gli occhi con la sua fiamma obliqua: infuria nel

cielo e, dal momento che nulla è di ostacolo al suo sprigionarsi, provoca, precipitando e risollevandosi, stragi per gran tratto e ricompone gli sparsi fuochi.

Pompeo, dietro il quale si cela in qualche modo il favore di Lucano, per quanto sia personaggio positivo, che si contrappone quindi al malvagio Cesare, altro non è che l’ombra di sé stesso. Aveva avuto un passato glorioso, ma si rende conto che gli onori conferiti dalle sue azioni passate a nulla valgono, in questa guerra che, come è noto, viene vinta da Cesare e provoca l’irrimediabile fine della repubblica a Roma nonché la sua morte:

Nel frattempo il Grande, mentre le armi lo colpivano sulla schiena e sul petto, manteneva inalterata la bellezza del suo decoro, degno di rispetto e di venerazione, mentre l’espressione del suo viso manifestava sdegno contro gli dèi: non mutarono affatto – pur nell’istante della morte – né il suo volto né l’atteggiamento, come possono testimoniare coloro che videro il capo troncato. Difatti lo spietato Settimio, mentre sta perpetrando il delitto, ne escogita uno ancora più nefando: strappa il velo, mettendo allo scoperto il volto venerando di Pompeo moribondo, afferra il capo in cui è ancora presente il respiro ed appoggia il collo,ormai abbandonato, di traverso su uno dei banchi dei rematori. Tronca poi i nervi e le vene e spezza con reiterati colpi le vertebre: essi non conoscevano ancora il modo di spiccare, con un sol fendente della spada, la testa dal busto. Ma, dopo che il capo, troncato dal corpo, rotolò via, il cortigiano fario reclamò per sé la prerogativa di mostrarlo con la sua

destra. O romano degenere, capace solo di svolgere le mansioni più basse, tronchi con l’aborrita spada il sacro capo di Pompeo, ma poi non lo porti tu stesso? O destino di un’onta suprema! Affinché il sacrilego adolescente

potesse osservare il Grande, quella chioma piena di ricci onorata dai re, quei capelli resi più belli dalla nobile fronte vennero ghermiti con violenza da una mano e – mentre il viso conservava ancora tracce di vita,

rantoli facevano mormorare la bocca e gli occhi si irrigidivano spalancati – fu conficcata un’asta sotto quella testa, ad opera della quale scompariva la pace, allorché comandava lo scatenarsi della guerra; questo

capo dava vita alle leggi, al Campo Marzio e ai rostri, di questo volto ti compiacevi, o Fortuna di Roma. Ma la contemplazione di quel capo non fu sufficiente al despota nefando: egli desiderò che fosse conservata la prova del delitto. Vennero così tolti dalla testa, con tecnica esecrabile, il sangue e gli umori, fu rimosso il cervello, la pelle venne fatta essiccare, fu asportato tutto ciò che si sarebbe potuto putrefare ed il viso, con l’aiuto di un preparato velenoso, si solidificò.

Terzo personaggio è Catone l’Uticense, il quale assunse un ruolo di grande dignità alla fine della guerra, suicidandosi invece di inginocchiarsi nel ruolo di sconfitto dinanzi al Cesare vittorioso, a fine guerra. Il personaggio di Catone diventa quindi simbolo di  libertà, la sua figura valorosa e coerente con i propri ideali e valori, sino alla morte, è stata ripresa innumerevoli volte nella letteratura successiva (ma anche in pittura!), un esempio su tutti Dante, che lesse e apprezzò la Farsalia, traendone ispirazione per molti dei personaggi della Divina Commedia, e mise Catone alle porte del Purgatorio come difensore della libertà dal male (nonostante egli da suicida nonché pagano avrebbe meritato l’Inferno…e invece Dante lo piazza in Purgatorio proprio perché ne ammira la coraggiosa scelta di vita):

“… libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.”

                                                                                                 Purgatorio, canto I, vv.71-72

Incredibili sono anche le figure femminili di quest’opera, caratterizzate in maniera molto forte rispetto alla tradizione, tra le quali Cleopatra e Cornelia, la seconda moglie di Pompeo. Ecco cosa dice la donna all’amato marito, in procinto di partire per la guerra:

A stento Cornelia, debole, sopportò un dolore così grande e, folgorata nell’animo, perse i sensi. Ripresasi, fu in grado di esternare tristi lamenti: «Non mi è concesso, o Pompeo, lagnarmi, con il fato o con gli dèi, della nostra unione: non è né la morte né l’estrema fiamma del rogo crudele a spezzare il nostro amore: trattata in un modo, purtroppo frequente, eccessivamente plebeo, rimango sola, dal momento che il marito mi ripudia. Infrangiamo il patto nuziale al sopraggiungere del nemico, plachiamo il suocero. Così, o Pompeo, ti è nota la mia fedeltà? Ritieni veramente che per me ci possa esser qualcosa di più sicuro che per te? Non dipendiamo tutti e due, ormai da tempo, da un’unica sorte? Comandi, o spietato, a me lontana, di presentare il capo ai fulmini e a una rovina così grande? Ti sembra una sorte priva di

 preoccupazioni il fatto che, mentre tu continui a far voti, io debba morire? Ammettiamo che io non sia disposta ad essere schiava di malvagi e che, uccidendomi, ti segua nell’oltretomba: fino a quando la ferale notizia non mi avrà colto in terre lontane, ti sopravviverò pur sempre.

Aggiungi il fatto che tu ti pieghi al destino e che mi insegni, o spietato, a sopportare un così tremendo dolore; perdona la mia sincerità: ho paura di poter soffrire. Se i voti hanno una qualche efficacia e i numi mi ascoltano, la moglie sarà l’ultima a conoscere gli eventi: se la

vittoria toccherà a te, io sarò sulle rocce in preda all’angoscia e avrò timore della nave, che mi reca notizie così liete. Né il venire a conoscenza dell’esito favorevole della guerra disperderà le mie paure, se io, abbandonata in zone prive di ogni difesa, posso esser fatta prigioniera da Cesare, anche se starà fuggendo: quel lido diventerà famoso per l’esilio di un nome illustre e chi potrà non essere a conoscenza del nascondiglio di Mitilene, dimora della sposa di Pompeo? Ecco la mia ultima preghiera: se la sconfitta non ti consentirà nulla di più sicuro della

fuga, quando ti sarai imbarcato, fai rotta, o misero, verso qualsiasi altro luogo, ma non qui: altrimenti verranno a cercarti sui lidi dell’isola, in cui io mi trovo». Così parlò e, fuori di sé, balzò dal letto e non volle rimandare i tormenti.

Le mancò la forza di stringersi con un dolce abbraccio al petto del triste Pompeo e di avvinghiarglisi al collo: svanì l’estremo frutto di un amore così lungo, essi affrettarono il

loro cordoglio e nessuno dei due, lasciando l’altro, ebbe la forza di dire «addio».

A mio avviso è uno dei pezzi di bravura e poesia maggiori dell’intera opera, non è geniale?

Tante cose si possono dire di questo poema, ma niente sostituisce la lettura. E qui arriviamo al motivo che ha destato il mio interesse. Indipendentemente da quanto è stato detto o scritto, a mio avviso questa è una vera e propria storia dell’orrore. Tralasciamo, per essere comodi, la versione in latino e leggiamo direttamente quella tradotta, di cui vi fornisco il link. Lucano non si limita a darci una sterile narrazione storica dei fatti, anzi tutto il contrario. Si parla di storia in quest’opera, ma trattandola come materia romanzesca, anche se in quest’epoca ancora non possiamo parlare di romanzo ovviamente. La narrazione è dilatata, cerca l’effetto scenico, il pathos, anche l’orrore e lo sgomento. Numerose le scene di sangue, di lotta, di guerre. Ci si potrebbe tirar fuori un’ottima sceneggiatura di un film. I personaggi storici sono ovviamente deformati, descritti iperbolicamente da un Lucano che, come abbiamo visto, visse in un momento storico già di suo difficile e sanguinario. Un ragazzo che intraprende la strada della poesia da giovane, e si vede costantemente minacciato nella sua libertà da congiure, suicidi, tradimenti, tresche, come può partorire qualcosa di dolce e gentile? La Farsalia è proprio tragica, in tutti i suoi punti, anche quelli più incerti. Uno degli episodi, con cui concludo il post, che più mi ha colpito, è quello del vaticinio orrido di Arrunte, uno degli aruspici che tenta di scoprire il motivo dei segnali infausti incorsi nelle giornate precedenti allo scoppio della guerra, che riporto per intero:

A motivo di tutti questi avvenimenti si decretò di far intervenire, secondo l’antica consuetudine, gli aruspici etruschi. Il più vecchio di essi, Arrunte, che abitava le mura di Lucca deserta, esperto nell’interpretare i movimenti della folgore e le calde vene delle fibre e

i presagi degli uccelli erranti nell’aria, ordina per prima cosa di eliminare i parti mostruosi, che la natura, che non seguiva più le sue leggi, aveva generato senza alcun seme, e di bruciare con fiamme funeste gli orrendi prodotti di uteri infecondi.

Arrunte raccoglie i fuochi sparsi di un fulmine e li

seppellisce con un mesto mormorio e consacra il luogo alla potenza divina. A questo punto egli fa condurre ai sacri altari un toro dall’alta testa.

Già aveva iniziato a versare vino e a spargere farina con il coltello ricurvo e la vittima, a lungo insofferente del temuto sacrificio, mentre gli assistenti succinti la costringevano ad abbassare le corna minacciose,

offriva, piegate le ginocchia, il collo domato.

Ma non sgorgò il sangue che ci si sarebbe aspettato: dalla ferita aperta colò invece uno spaventoso marciume, in luogo del sangue zampillante. Impallidì Arrunte, sbigottito per il funesto sacrificio, e afferrò le viscere della vittima

per ricercarvi l’ira degli dèi. Fu sufficiente il loro colore per atterrire l’indovino: una tinta paonazza molto diffusa chiazzava con macchie di sangue le pallide viscere segnate da note orrende e impregnate di sangue gelido ormai rappreso; l’aruspice scorge il fegato fradicio di

putredine ed osserva le vene minacciose dalla parte infausta; non è possibile scorgere la fibra del polmone anelante e una sottile fessura taglia le parti vitali; il cuore è immobile e le viscere emettono putredine attraverso fessure aperte e gli intestini svelano le loro parti più riposte; e – segnale funesto, che mai apparve in alcun sacrificio senza conseguenze – ecco che l’aruspice vede crescere su una protuberanza del fegato un’altra escrescenza: una parte penzola corrotta e putrescente,

una parte palpita e muove, incutendo spavento, le vene con rapida pulsazione. Non appena Arrunte colse da tutto ciò il fato di immani sventure, esclamò: «A stento è lecito, o numi, che io possa rivelare al popolo quel che state provocando; infatti io non ho celebrato il sacrificio in tuo onore, o sommo Giove: nel petto del toro ucciso si sono

insediati gli dèi infernali. Abbiamo paura di eventi inesprimibili, ma si abbatteranno su noi cose ancora peggiori di quel che possiamo temere.

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