ULTIMA: LA CITTA’ DELLE CONTRADE – CARLO VICENZI

Da quando ho aperto le mie porte al mondo delle letture contemporanee, ammetto che trovo molto piacere e soddisfazione anche nel leggere le opere nuovissime, quelle degli scrittori emergenti. Di tutti coloro che si barcamenano in un ambiente, quello dell’editoria italiana, in cui è molto difficile farsi strada, sia per un certo limite imposto ad alcuni generi letterari, sia perché un autore non conosciuto non porta con sé le garanzie di un autore affermato.

Tuttavia, bisognerebbe tener conto del fatto che leggere è soprattutto la possibilità di entrare in un mondo che non conosciamo, un mondo in cui qualcuno ha infuso tutti i propri sogni e le proprie speranze, il proprio lavoro e il proprio sacrificio personale, fatto di notte e giorni interi spesi dinanzi a un foglio bianco, fatto di rinunce, poiché il lavoro letterario non è notoriamente redditizio, fatto anche di notti insonni e di incubi che attanagliano il povero scrittore in erba che spera di comunicare qualcosa e desidera essere letto con tutte le sue forze.

Questa sembra proprio essere la storia di Carlo Vicenzi e del suo romanzo, Ultima. Viene incontro a lui e a tutte le difficoltà del caso, e a noi lettori squattrinati ma avidi di novità, il fatto che il suo romanzo sia reperibile anche per e-book, a un costo molto più contenuto di quello cartaceo. Quasi a voler dire che non si hanno scuse per non leggerlo, specialmente quando si apprende che il suo romanzo in questione affronta di petto il genere steampunk italiano. E qualcuno doveva pur accollarsi i primi passi di questo sporco lavoro, diciamolo!
Infatti, questo genere letterario, come anche i molti altri filoni del fantasy e della fantascienza, è parecchio snobbato dalle nostre parti. Fatta salva la pubblicazione del noto e complicatissimo ( e a tratti, diciamolo, pesantissimo e illeggibile) The Difference Engine, del duo bomba Gibson – Sterling, e le opere di Wells (e se vogliamo, anche del sommo Verne, per estensione temporale all’indietro), in Italia il genere non è molto ben noto, se non nelle sottoculture che hanno fatto di questo genere letterario un vero e proprio spunto e slancio passionale che attraversa il mondo dei fumetti sino ad arrivare a quello del cosplay.
Invece all’estero e specialmente in Inghilterra, complice anche l’interesse che questo genere narrativo ha per l’epoca vittoriana e il culto della macchina a vapore interpretata in un futuro alternativo e spesso distopico, è possibile rintracciare numerose opere in merito, molto apprezzate dai lettori. A tal punto che ci troviamo a distinguere anche tra vari tipi di narrativa steampunk.

Il romanzo di Vicenzi fa decisamente parte del filone apocalittico. Ci troviamo in un’epoca futura, siamo sulla Terra, anche se il dato non viene mai specificato con dovizia di dettagli, in una fase storica piuttosto delicata successiva allo scoppio della Terza Guerra Mondiale che, come è ben facile immaginare, non ha lasciato traccia della civiltà come noi la conosciamo. Ci si muove in un periodo di regressione storica, in cui non bisogna dare per scontate molte delle cose che oggi ci sembrerebbero normali e dove i macchinari e la tecnologia funzionano esclusivamente a vapore.

Il contesto storico del romanzo non determina in maniera totale la storia, anzi è accennato solo qui e lì brevemente. Ciò che conta di questo romanzo è indubbiamente il cammino individuale del protagonista, Demetrio Deisanti, in un percorso epico, spesso tragicomico, di risalita dagli inferi di un passato non propriamente pulito e felice. La storia ci catapulta in un rapido incipit, nel quale ci troviamo alle spalle di Demetrio e seguiamo i suoi passi colmi di adrenalina mentre attende di sfidare un contendente al Palio della città di Ultima, dove i campioni delle Contrade si sfidano per mettere in mostra il loro valore e tenere alto lo stendardo della propria Cerchia di appartenenza. Apparentemente vittorioso, il povero Deisanti scopre che l’arma che sta per renderlo campione del Palio contro il povero malcapitato contendente, è stata modificata. All’interno di un grosso bastone da combattimento è stata posta un’arma da taglio che ferisce quasi a morte l’avversario, azione considerata proibita dal regolamento del Palio stesso.

Demetrio, trascinato da questo momento in poi in una spirale discendente di umiliazione e privazione della dignità, oltre che dei beni personali e dello status di cittadino di Ultima, si trova da solo ai margini della città, etichettato come farabutto Senza Cerchia, privato del simbolo della sua individualità, rimuginando senza sosta nel tentativo di capire chi abbia tentato di incastrarlo e rovinarlo. Unico indizio nella sua memoria offuscata da rabbia e furia è il ricordo di una donna dai capelli rossi che, poco prima della gara, gli ha consegnato l’arma che è stata causa del suo fallimento.

Umiliato dai cittadini, picchiato selvaggiamente dai soldati e dalle guardie di Ultima, il povero Demetrio viene insperatamente intercettato da due donne, Veronika e Miranda, le quali sembrano avere ben più di una opinione a proposito di ciò che gli è accaduto, e gli propongono di aiutarlo in cambio della sua collaborazione per comprendere cosa si nasconde dietro il suo, e dietro altri inspiegabili e oscuri avvenimenti che incorrono nella città di Ultima e che riguardano anche i campioni delle altre cerchie, ingiustamente ostracizzati.

La storia si snoda quindi, in un turbine di avvenimenti avvitati uno dopo l’altro in maniera rapida e coerente, attraverso i vicoli, i luoghi e le strade della città. Veniamo trasportati rapidamente tra le Contrade, ognuna con il proprio colore distintivo, con le proprie architetture urbane e sociali, con la propria sottocultura inerente il gruppo di abitanti che ci vive, separato da quelli delle altre contrade da una soffocante linea di mancato rispetto e di latente razzismo tra cittadini di una medesima città.
Si delinea, a poco a poco, il profilo di un complotto ben più ampio, che non tange soltanto l’onore del campione Demetrio, sempre più affamato di rivalsa e vendetta per quanto accaduto, ma porta lui e le due donne che sono accorse in suo aiuto in una sequela di avvenimenti che li metteranno in contatto con una parte poco nota della città, ma chiaramente rilevante, quella dei Senza Cerchia che, prima di lui, hanno affrontato l’esilio dalle trame ufficiali della società di Ultima.

In che modo l’ambiente steampunk si inserisce in questa trama di epica vendetta tangente una leggera ma efficace linea di giallo? Miranda, una delle due donne incorse in aiuto del protagonista, è un ingegnere specializzato in costruzione di macchinari a vapore e ha ideato il Braccio, una guaina protettiva in metallo che potenzia la forza di Demetrio e gli consente di avvalersene per farsi strada tra le ingiustizie e le avversità subite, mentre si appresta a venire a capo del mistero che si cela dietro il volto misterioso della donna dai capelli rossi, la chiave di volta per comprendere la trama della cospirazione che si nasconde alle spalle della città di Ultima.
Steampunk è anche la città, con le sue esalazioni di vapore, con le sue vecchie case circondate da tubature, con i rottami di un passato storico che tutti conoscono ma il cui quasi assoluto silenzio in merito durante la storia getta una luce drammatica e inquietante sulle sorti della civiltà umana, con i suoi sotterranei maleodoranti e oscuri che nascondono il segreto del riscatto di Demetrio.

La storia è narrata in prima persona, alternativamente, da Demetrio e dai personaggi principali della compagnia di borderline di Ultima. Tuttavia, la narrazione in prima persona ha in sé una nota lama a doppio taglio. Consente un’agile resa dell’apparato emotivo, ma allo stesso tempo rende affatto scontata la medesima resa in parole scritte.
In passi come: “Tracannai la bevanda rimasta in un solitario brindisi alla fortuna”, ci troviamo nei panni del personaggio ma stentiamo a immaginare che pensi davvero in un modo a tal punto altisonante. In genere, i pensieri in prima persona sono più gestibili quando resi semplici e talvolta anche sconnessi, come solo può essere una narrazione istintiva fatta in prima persona. Ossia, quando non si soffermano tanto sull’osservazione minuta e descrittiva delle proprie azioni da un punto di vista ancor più interiore, dato per scontato poiché è da quello che si parte, ma sull’osservazione delle circostanze e delle azioni altrui.
Ben riuscito è il personaggio di Iago Alfonsi, a tratti molto più reale e nutrito di passione rispetto al protagonista, che è ostentatamente preda di una furia le cui cause, analizzate in un resoconto stringato del suo passato burrascoso, non vengono però spiegate e descritte in maniera ampia (forse a causa, suppongo, di barriere di spazio imposte da eventuali paletti editoriali).

Non di facile lettura i dialoghi tra i personaggi. Il narratore utilizza volutamente un linguaggio particolare, a volte ostentatamente volgare, nel tentativo di connotare tutta la rabbia dei suoi personaggi vilipesi dal destino. Tuttavia l’eccessivo utilizzo di questa terminologia suona un po’ artificioso alle orecchie del lettore, come anche l’esplosiva rabbia e voglia di rivalsa di Demetrio. Rabbia che, pur comprensibile, attende almeno metà romanzo prima di poter decollare nei fatti, senza doversi trovare necessariamente a sgambettare scomoda in continue imprecazioni pensate, che perdono il loro valore proprio perché solo descritte e non mostrate.

Stessa osservazione per le descrizioni dei personaggi, che insistono eccessivamente sulla descrizione estetica degli stessi, con uno strano soffermarsi sull’abbigliamento e sui colori di scarpe e pantaloni, andando oltre quanto richiesto dal chiaro tentativo di comunicare i colori delle varie Contrade, dando a tratti la sensazione che il narratore abbia immaginato la sua storia più in una storyline di un fumetto, che in un intreccio puramente romanzesco.
Graditissimo sarebbe stato un apparato di pagine a corredo dell’opera che elencasse i nomi e i colori delle Contrade, in quanto più volte si rischia di perdersi nella lettura proprio a causa dei nomi delle Cerchie. Solo la Cerchia dei Corsari, in definitiva, risulta essere, per contrasto netto di descrizione e linguaggio adottato per i personaggi in esso inscritti (dialetto tipico della città dello scrittore), facilmente memorizzabile a una prima lettura.

In aggiunta, troppo tecniche e artificiose risultano anche certe descrizioni di luoghi che più che essere lasciate all’immaginazione, vengono rappresentate in maniera ingegneristica. In passi come: “Il combattimento si sarebbe tenuto all’interno di una grande vasca dismessa: uno spazio dalle pareti striate di ruggine, di forma circolare, del diametro di una decina di metri”, “dopo aver parcheggiato l’enorme motrice, lunga più di dieci metri” o in altri come: “Sbucammo in una grande stanza circolare dal diametro di più di quaranta metri.”, l’immaginazione tanto invocata dall’epicità dell’azione subisce una brusca frenata.
Immaginare numericamente l’ampiezza dei luoghi è una operazione non particolarmente attinente la narrazione romanzesca e ben diversamente sarebbero risuonati tali passi se per descrivere il senso di grandezza e di dispersione della stanza fosse stato fatto appello al suo essere indefinito, ai suoi contorni vibranti e sfumati da “le grosse candele sistemate su ogni spazio libero”, piuttosto che ai richiami geometrici.

Certi passaggi di scena sono resi lenti dal mancato rapporto tra immagini mostrate, come in questo caso esemplare, in cui il narratore dice: “Stretto in quegli abiti eleganti mi sembrava di soffocare. Anche se il sole era quasi tramontato, l’aria era afosa e umida.”, costringendoci a fare un breve passo indietro per collegare le due scene, quando l’inversione delle due frasi sarebbe stata sufficiente a ricostituire un intero visivo.
Invece, le parti d’azione dei personaggi sono davvero ben costruite e circostanziate e ci danno l’idea che questo romanzo si affidi molto più a scene di lotta e di forza per emergere, piuttosto che al molle adagiarsi su analisi psicologiche o sentimentali, cosa che velocizza la narrazione ma un po’ lascia con l’amaro in bocca chi avrebbe voluto saperne di più del profilo interiore dei protagonisti.
La descrizione dei numerosi combattimenti in cui Demetrio si trova invischiato scorrono lasciandoti addosso un senso di ansia crescente. Gli scontri tra i personaggi sono credibili e raggiungono il culmine nell’ultima parte del romanzo dove, nuovamente ritrovatosi al Palio, che si tiene ogni anno, Demetrio si troverà costretto a sfidare tutti i suoi nemici, in un consumarsi dettagliato e infuocato del senso di vendetta che ha covato per tutta la storia.

Con un occhio al senso allegorico dell’opera, aggiungo che l’intera ambientazione della storia riprende simbolicamente le fattezze di una città realmente esistente, quella di Finale Emilia in provincia di Modena, nella quale ogni anno si svolge realmente un Palio, la Finalestense, dove è possibile girare per le città del borgo, immergersi nei colori e nei sapori locali, tra rappresentazioni storiche accuratissime che rievocano fatti realmente accaduti. Un’occasione imperdibile di vedere dal vivo tornei di tiro con l’arco e con la balestra, i tornei di combattimento storico a piedi e le esibizioni degli sbandieratori e per essere catapultati tra i costumi e gli usi narrati in questo romanzo, con una dovizia di dettagli che chiaramente strizza l’occhio, in cotanta vividezza, alla realtà davvero sentita e vissuta dal narratore.

Il romanzo si configura quindi non solo come un tentativo riuscito di sfondare la barriera dello steampunk italiano, ma come la possibilità di celebrare il senso storico e culturale della città di appartenenza dello scrittore, anche alla luce del recente terremoto del 2012 che ha lasciato una ferita non ancora rimarginata nella città di Finale. Città che fornisce allo scrittore l’occasione di narrare il proprio vissuto cittadino storico in chiave fantasy, analizzando il peso e la difficoltà di una lacerazione che non è solo architettonica, ma scava in profondità in una ricerca antropologica a volte spietata, ma necessaria, che non si permette mai l’errore di apparire trasognata e disincantata, anzi ci appare in tutta la sua viva crudezza.
La città dunque, non solo sfondo della narrazione, ma vivo personaggio principale dell’opera, ci consente di godere e apprezzare questo romanzo, al di là delle imperfezioni tecniche dello stile, conferendoci il senso tutto personale della visione e della percezione di Carlo Vicenzi per la sua città di appartenenza e per il senso di riscatto chiesto alla vita stessa, che emerge dalle pagine del libro come un pugno dritto in volto e che sorvola il capo di Deisanti per giungere al lettore come netto movente principale che sta alla base della fiammella narrativa di Ultima.
Vivamente consigliato.

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