CREATIVE WRITING E DISGUIDI LINGUISTICI

Da quando sono in Inghilterra, mi capita spesso di imbattermi in annunci altisonanti di corsi di Creative Writing, molto in voga da queste parti e, mi pare di capire, anche in America. Sin tanto che sono stata in Italia ho avuto modo di sentir parlare di qualcosa del genere soltanto a proposito del progetto di Baricco,  la scuola Holden, o di altri progetti a pagamento, sempre ambientati nel Nord del mio Paese. Al sud, ovviamente, manco a parlarne.

Una volta approdata in questi lidi tanto paradisiaci quanto attualmente irraggiungibili per me, ho scoperto che esiste anche un master in Creative Writing qui a Lancaster, che introduce al mondo della scrittura e degli scrittori, previa presentazione di un’opera sulla quale si lavorerà durante tutta la durata del master. Pensavo che se fossi stata madrelingua inglese, certamente mi sarei catapultata in quella direzione dopo la laurea triennale, con molto più stimolo a finire di quanto ne abbia avuto in questi lenti anni. Eppure, col tempo, riflettendoci, ho avuto la sensazione che questi corsi siano, di base, un po’ inutili.

Era una mia impressione, forse dovuta al voler ripiegare su una scusa da mandare giù per non potervi partecipare in grande stile, come vorrei aver avuto modo di fare in Italia. O forse, più probabilmente, la presa di coscienza sempre più evidente che la scrittura è un’arte che non può essere insegnata. Tuttavia, mi ero ripromessa, qualora mi fosse capitata l’occasione di seguire un corso di CW a buon mercato, o meglio ancora gratis, di viverlo sulla mia pelle e vedere di cosa si tratta.

E l’occasione si è presentata proprio oggi quando, nella biblioteca cittadina di Lancaster, si è tenuto un corso gratuito, di un paio di ore, probabilmente introduttivo di una serie di lezioni future da progettare assieme alla biblioteca stessa.
Così, sono andata a studiare in biblioteca e alle 14 in punto mi sono diretta al luogo del corso.
Seduto a un tavolo bianco con varie sedie vuote intorno, c’era un signore, vestito in modo dimesso, occhialini, capelli spettinati, dinanzi a lui uno sciame di fogli sparsi e pennarelli colorati. Mi sono avvicinata e gli ho chiesto se si tenesse presso di lui il corso di CW e lui mi ha confermato la cosa e mi ha invitata a sedermi.
Poco dopo è giunto un signore giovane, che avevo già visto in biblioteca e che sembrava incuriosito dalla sottoscritta (non ha fatto che fissarmi per tutto il tempo mentre studiavo). Questi, pur non sapendo del corso, si è fatto convincere dal signore con gli occhialini ed è rimasto con noi.

Morale: al corso introduttivo c’eravamo solo io e questo giovane signore. L’insegnante, che si è poi rivelato anche scrittore e per giunta poeta, non deve essere rimasto troppo contento di sapere, di lì a poco, che i suoi unici “studenti” erano una straniera e un signore capitato per caso, di Liverpool (si tende a essere un po’ reticenti verso quelli di Liverpool, specie se, come nel caso del poeta, si è nordisti ormai trapiantati stabilmente nel sud Inghilterra) (sì, funziona al contrario che in Italia, insomma).

L’insegnante, tale William P., ha iniziato prontamente a spiegarci in cosa consisteva la sua lezione, sottolineando che  lui non segue manuali e corsi predefiniti, ma ama fare di testa sua. E qui ho iniziato a subodorare che il corso non sarebbe andato a parare dove speravo. Io speravo di parlare di come si costruisce una trama, un personaggio, una ambientazione, di come si centra il punto di un genere letterario, o cose così… E invece, no.
Ci ha proposto tre esercizi abbastanza elementari, durante i quali le ore sono volate. Io ero piuttosto imbarazzata al pensiero di dover scrivere in inglese, cosa che non faccio praticamente mai, dato che non ne ho alcuna occasione né necessita attualmente (pur sapendo che invece dovrei). Tuttavia, le tre prove, che non prevedevano giudizio o votazione, sono andate bene.

La prima consisteva nello scrivere parole a caso che ci venivano in mente, argomenti di pensieri e spunti. Poi, sotto le migliori tra queste parole scelte tra quelle da noi elencate, dovevamo scrivere delle frasi. Io ero piuttosto perplessa dall’apparente senso mistico che William voleva dare alle nostre frasi e al collegamento simbolico che, secondo lui, doveva esserci tra i nostri pensieri. Ma ho svolto la prova ugualmente.

Nella seconda prova, William ci ha chiesto di scrivere tre parole in cima a tre colonne di un foglio, per poi elencare sotto ciascuna parole che fossero attinenti a quella in cima, o per assonanza o per significato. Ma una volta svolto l’esercizio, lo scrittore si è limitato a leggerci le sue liste, spiegandoci quali erano stati i suoi collegamenti mentali, ignorando le nostre.

Infine, ci ha chiesto di pensare a delle parole che potessero esprimere interi concetti o eventi in un solo termine, portando l’esempio di quella popolazione (della quale non ricordava nome o altri dati) che conosce numerosi nomi per definire la neve. Gli ho prontamente rammentato che si tratta degli eschimesi o inuit e che le parole si ottengono soprattutto mediante suffissi, numerosi in quella lingua (sono le basi di un qualunque studio, anche fatto all’acqua di rose, di Linguistica generale che, se seguite il mio blog personale, sapete già che ho sostenuto tempo addietro) (e che lui, con un MA in Writing and Poetry dovrebbe sapere!). Così, si è messo a pensare alle parole che gli venivano in mente, senza interpellarci su quanto pensassimo noi.

Il signore di Liverpool, diversamente da me, ha cercato molte volte di intervenire, e da quanto scriveva e diceva, ho intuito che doveva essere anche un uomo piuttosto fantasioso e dalle idee interessanti. Nella lista del primo esercizio ha tirato fuori parole come “suicide”, “space travels” e “reasons to be in a library”, mentre io mi sono limitata ai rassicuranti “landscapes”, “memories” e “animals”.

Tuttavia, non mi pareva che lo scrittore/poeta fosse troppo interessato a noi e a ciò che avevamo da dire. Era un uomo molto caotico, molto pronto a parlar di sé, e a più riprese sono rimasta sconvolta da una osservazione. Notavo che, durante la conversazione, il poeta e  l’uomo di Liverpool spesso non si capivano. E’ normale che quando io parli, molte parole sfuggano alla comprensione del madrelingua inglese. Perché io parlo inglese come una italiana, quale sono. Ma tra l’uomo di Liverpool e il poeta scrittore, a parità di lingua, vi erano incomprensioni ancora maggiori, allorché più volte l’uomo di Liverpool si è trovato a fare lo spelling delle parole, perché il poeta non lo capiva.

Osservatrice attenta del fenomeno linguistico, per me inconcepibile, a causa del quale gli inglesi che ascoltano parlare altri inglesi, non appena si varia di poco la pronuncia delle vocali, iniziano a non capire più niente di quanto si dice, mi rendevo conto che io invece capivo benissimo entrambi. Per me non vi è differenza se la parole “done” viene pronunciata “dan” o “dun” (pronuncia del sud nel primo caso e del nord nella seconda), perché tanto conosco la prima pronuncia in quanto imparata a scuola, tanto conosco la seconda per abitudine, stando qui dove l’inglese vero è ben altro che quello imparato in precedenza.

Ma come è possibile che due inglesi abbiano difficoltà a capirsi? Per intendersi, è come se io, barese, parlassi con un torinese e dicessi: “Allora!”, e lui non capisse perché dalle sue parti “Allora”, si pronuncia “ “Ellure”. Da noi è molto più facile non capirsi se uno dei due parlanti in un dialogo usa il dialetto e l’altro l’italiano. Ma i fenomeni che regolano la pronuncia delle vocali qui, non smetteranno mai di stupirmi!

A conclusione di questo breve corso, dal quale ritengo di non aver imparato niente e di aver avuto conferma che i corsi di CW sono una buona occasione per lo scrittore insegnante di parlare un po’ di sé, farsi pubblicità ed eventualmente raccimolare denaro, il poeta ci ha chiesto cosa stessimo leggendo, e io gli ho detto che sto leggendo Limonov (finito stasera, per altro) di uno scrittore francese. Lui mi ha chiesto se ci fosse una traduzione in inglese (you don’t say!), interessato all’idea che Limonov, come gli ho detto, sia stato uno dei detrattori di Putin.  Ma, per misteriose trame nascoste, anche l’uomo di Liverpool stava leggendo la storia di un russo, anche se non mi ha saputo dire come si chiamasse lo scrittore (ricordo solo che finisce in “vich”, mi ha detto). Ma in realtà si sbaglia, ho cercato e fa riferimento a The Long Walk di Sławomir Rawicz che, stando a Wiki, è polacco e non russo. Naturalmente, lo metto in lista: non perdo l’occasione di leggere storie di reduci di guerra, di situazioni disperate al limite.

Se devo essere sincera, mi aspettavo di più da un corso di CW, quand’anche si trattasse, come in questo caso, di una lezione introduttiva. Se pensi di tenere un corso più approfondito, devi dare il meglio di te nella lezione introduttiva, e io non sono stata molto colpita da questo senso di creatività new age che dovrebbe scaturire dall’associazione di idee, dalla cooperazione tra persone che si trovano nello stesso corso (suppongo che se invece che due fossimo stati dieci, si sarebbe ancor più messa in luce questa necessità creativa di influenzarci costruttivamente).

Sarò snob, sarò diversa… ma per me la scrittura è solitudine.

E i consigli che mi sentirei di dare a chi volesse portare avanti la carriera di scrittore, sono gli stessi che furono dati a me da una persona conosciuta secoli fa, alla quale, io piccina dissi di voler diventare scrittrice.

“Allora”, mi disse “devi leggere. Devi leggere tantissimo, datti da fare già da adesso.”

E io mi diedi da fare. Credo sia stato e sia sempre il miglior consiglio. Assieme a quello, che mutuerei anche da una certa precettistica dei classici greci e latini, secondo i quali è sempre bene parlare di ciò che si sa, di ciò che si conosce, senza mai smettere di documentarsi e cercare. Solo così, non si può mai sbagliare. Tutto il resto è fuffa inutile.

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