TRILOGIA DELLA CITTA’ DI K – AGOTA KRISTOF

Mi capita di rado di piangere dopo la lettura di un libro o la visione di un film.
Per esempio, un film che mi ha fatta, e ancora mi fa, commuovere ogni volta che lo guardo (oltre a farmi ridere come una matta) è Totò, Peppino e la Malafemmina. La scena che più mi manda nel disastro emotivo è quella in cui la sorella di Totò e Peppino, nonché madre del protagonista (interpretato da Teddy Reno), incontra finalmente “la Malafemmina”(dalla quale erano andati a Milano, scrivendole la famosa lettera sgrammaticata in cui chiedono alla soubrette di lasciar perdere suo figlio e la tacciano di essere una poco di buono).
La sorella di Totò invece scopre che tutto è questa donna, fuorché quello che loro avevano immaginato. Che non è affatto una donnaccia, bensì ama la famiglia, lascerebbe il suo lavoro per avere dei figli, farebbe tutto per l’amore. Soprattutto, che è grazie a lei che il protagonista studia per la laurea, perché altrimenti lei non vorrebbe nemmeno vederlo se invece di realizzarsi pensasse solo ad amare lei.
Per non parlare di un altro film che mi ha fatto davvero soffrire e proprio per questo è stato rapidamente eletto tra i miei preferiti, What dreams may come. Questo film è tutto, descrive precisamente la mia visione della vita come nessuno aveva mai fatto prima.

Non so perché solo determinate storie, o parole, facciano scaturire irrimediabilmente una miriade di lacrime in un cielo emotivo altrimenti sereno, ma fatto sta che funziona così. C’è un meccanismo nascosto che si cela dietro le pieghe della nostra pelle e delle nostre emozioni, e talvolta un’opera d’arte lo mette in moto, inaspettatamente.
Vado ad aggiungere un nuovo tassello di lacrime e stavolta la causa è un libro. Prima, solo Dostoevskij è riuscito a strapparmi lacrime vere per i suoi personaggi e per i suoi finali mai troppo annunciati. Stavolta è il turno di Trilogia della città di K, di Agota Kristof.

b1caff4953261cc909f51bf4d7200eAgota Kristof è una scrittrice ungherese che, dopo la sua fuga dall’Ungheria assieme al marito in tempi di guerra contro l’Unione Sovietica, si è trasferita con lui in Svizzera. La scrittrice non ha mai amato la vita in quei luoghi, ma si è ugualmente rimboccata le maniche, ha imparato il francese, pur definendosi “analfabeta” per via della sua impossibilità di padroneggiare totalmente la seconda lingua e ha iniziato a usarla per i suoi propositi letterari. Il romanzo di cui vi parlo valse il suo successo nel 1987, ed è suddiviso in tre parti: il Quaderno, la Prova e La Terza Menzogna.
Ci troviamo sin dalle prime pagine immersi in un clima di guerra e di pericolo, ma non abbiamo alcuna coordinata geografica precisa che ci possa indirizzare a proposito dello specifico momento storico. Tuttavia la trama rivela le situazioni e gli accadimenti politici simbolici tipici di un epoca di guerra e dittatura incombente, che in tutto e per tutto si confà alle vicende storiche e politiche vissute dalla scrittrice.
I personaggi principali sono rapidamente annunciati: due gemelli vengono portati via dalla Grande Città, dove la guerra dilaga, nella campagna limitrofa non molto distante da una base militare vicina al confine. Lì, si trova la casa della loro Nonna, dalla quale la Madre intende lasciarli in attesa di un futuro miglioramento della situazione. Presso di lei si svolgerà gran parte della trama della prima parte di questo romanzo.
Questa prima parte è narrata interamente da una duplice personalità che si esprime al plurale, una sola anima interna ai due fratelli gemelli che fanno riferimento a sé stessi, dandosi del “noi”. Non sappiamo chi dei due parli e chi no, non ci viene mai detto o spiegato, e del resto non ci vengono rivelati immediatamente i loro nomi.
Immersi in un clima di sofferenza, povertà, disagio e negazione di ogni piacere vitale, i due gemelli si muovono in questa città di cartone, costruendo fragili e disperate relazioni umane con gli esseri più borderline e disagiati, tutti con un elemento in comune: un disperato bisogno di essere amati e accettati per ciò che sono, anche nelle loro aberrazioni o difficoltà fisiche.

La narrazione è totalmente paratattica. Solo frasi principali, brevissime ed essenziali. Sembra davvero di leggere il quaderno scritto di pugno da un bambino, con affermazioni crude, spesso difficili da accettare e gestire emotivamente, che lasciano trapelare tutta la difficoltà dei due fratelli ad incanalarsi in un sistema sociale fatto di convenzioni. I due gemelli non hanno alcun senso del sociale e covano in loro una rabbia e una ribellione che li porta, col passare del tempo, ad agguantare con tutte le loro forze la vita e ciò che essi credono gli spetti.
Poi, un giorno, un tristissimo giorno, la narrazione del Quaderno si arresta.

la-trilogia-della-citta-di-kDalla seconda parte, la Prova, alla rapida e straziante terza parte, la Terza Menzogna, tutto si ribalta, rapidamente. Lasciando senza fiato il lettore. La narrazione si fa più profonda, più analitica. Più descrizioni, più emozioni, più dialoghi. Emerge a poco a poco, con una inquietudine spiazzante, la realtà che si cela alle spalle degli eventi narrati nel Quaderno.
La Kristof scrive e riscrive la sua storia in nuovi livelli, sempre più profondi, sempre più intimi, evocando scenari onirici e amalgamandoli con l’assurdità del reale. Penetra nel petto del lettore, scardinando ogni possibile certezza sui personaggi e sulla storia, dapprima lasciandolo colmo di interrogativi su cosa stia esattamente leggendo, poi dilaniandone ogni speranza per il futuro, infine derubandolo di ogni traccia di ottimismo.

E’ una storia capace solo di togliere, che non dona niente al lettore se non la certezza di un peso ineliminabile chiamato vita. Non rinfranca, non rincuora, anzi contribuisce a cancellare ogni minimo spiraglio di bontà e di affetto, sradicate come vecchie radici da un terreno arido.
E’ un romanzo senza vita, che nega la vita, e i suoi personaggi conoscono le amare conseguenze di questa negazione, della solitudine e del dolore, mentre cercano se stessi e l’amore, in un vagabondaggio tetro tra vite nelle quali essi non riescono a lasciare un segno.
La lettura di una simile storia è destinata davvero a lettori capaci di imbarcarsi su una nave pronta a solcare un oceano di mostri e di orrori. di inquietudini e ossessioni. Ben più destabilizzante di una seduta psicanalitica, ben più asfissiante di un incubo nell’attimo prima del risveglio. Troppo crudo, e proprio per questo semplicemente vero. Scuro, nero, privo di colore.
Nero era tutto ciò che vedevo mentre leggevo, e mi piaceva e mi ci ritrovavo in pieno. Il nero di chi, come i personaggi del racconto, vive una vita nell’eterna attesa di un ritorno, di un incontro capace di spezzare una vita di dolore e di frustrazione.
Impossibile, per un cuore sensibile, giungere all’ultima pagina di questa storia e non versare una lacrima.
E allora perché mai lo si dovrebbe leggere, chiederete. Perché Trilogia della città di K. è forte come la morte, e parla della morte con le parole ideali per descriverla per ciò che è: oscura signora e dominatrice di ogni intimo desiderio umano.

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