LEGGERE IL GRANDE GATSBY – UN’ESPERIENZA

great-gatsby-cover2Difficile dire qualcosa di originale su un libro così tanto amato e letto come lo è il Grande Gatsby di Fitzgerald.
E’ pur vero che ogni lettura coinvolge il singolo lettore in modo unico e irripetibile al mondo. Quindi, se anche ogni lettore di questo celebre romanzo si mettesse a tavolino a scrivere qualcosa, un pensiero, una riflessione da esso scaturita, otterremo così tante storie e pareri diversi da esserne secondo me sorpresi.
Ebbene, questa è la mia esperienza e mi accingo a condividerla con voi, sperando che vogliate fare lo stesso se, come me, lo avete amato. Ma anche se non vi è piaciuto affatto.

La storia è nota, impreziosita anche dal film in cui Gatsby è interpretato dal magnifico Leonardo Di Caprio.
Ma cosa mi ha detto esattamente questo romanzo quando, con un sospiro rassegnato, sono giunta all’ultima pagina?
Ho immediatamente pensato a quella che, ai miei occhi, si palesa come la punizione del destino per coloro che restano legati a un sogno che ha le sue radici nel passato. A tutti noi è successo. Specialmente se parliamo di un sogno tanto banale quanto irripetibile chiamato amore.

Gatsby era innamorato di questa donna, Daisy. Non possedendo le ricchezze necessarie per riuscire a far parte del suo mondo, non riesce a trattenerla a sé. E Daisy si sposa con quello che, tra i tanti pretendenti, riesce per spirito e carattere a prendersi sempre ciò che vuole.
Dinanzi all’evidenza, ovvero dinanzi al fatto che la donna che amavi ha deciso di non aspettarti, di non aspettare che tu facessi carriera o che tentassi di mettere da parte una certa somma di denaro, tu uomo con dignità, faresti bene (come in molti farebbero e hanno fatto) ad andare per la tua strada, a dimenticare questa persona.
Una donna che avrebbe potuto attenderlo e non lo ha fatto. Che avrebbe potuto rischiare, a sua volta, di credere in quel sogno quando ancora esso esisteva nel presente, e non ci ha creduto. Certo, rischiare implica la consapevolezza di poter perdere tutto e rimanere con sabbia e polvere tra le mani. Ma Daisy decide che non è il caso. Si sposa, pur non dimenticando Gatsby, pur vacillando il giorno del suo matrimonio, incapace di cogliere il senso di squilibrio donatole da una proverbiale sbronza, per capire di essere in procinto di farsi sfuggire non un sogno.
Ma IL Sogno. L’Amore.

Ma in effetti nessuno di noi può dire amore, se non lo ha vissuto. E sin tanto che l’amore resta solo un progetto mai messo in atto, una costruzione della mente abbellita di emozioni e baci rubati al chiar di luna, sono in pochi ad avere le forze di mantenersi stretti alle immagini del proprio cuore e a voler andare avanti, a voler procedere per fare il balzo. Da sogno a realtà. Da emozione a responsabilità.

Così, tramite gli occhi di Carraway, cugino di Daisy, assistiamo a cosa ha guadagnato Daisy da questa scelta. Un marito gretto e non particolarmente colto. Certo, ricco e di successo. Ma incapace di porre un freno ai propri istinti e incline al tradimento. Daisy ci ha guadagnato una figlia, che appare nel romanzo per un breve istante, tra le mani della classica tata, scomparendo con essa nell’oblio di una stanza segreta di una grossa villa da ricconi, privata già nei primi anni della sua vita dell’amore genitoriale. Senza parole.
Daisy è annoiata, stanca, sola. Sa di essere tradita e non riesce a fare molto più che gettare ciniche frasi nel vuoto o starsene seduta su un divano, al vento di un giardino dinanzi al mare, a lanciare sentenze su quanto sia meglio essere donne stupide. Perché le donne stupide, si sa, sono più felici.

No cazzo, Daisy. No. Scusami, ma questa frase te la potevi risparmiare.

Ma ecco che ricompare Gatsby. O meglio, ricompare nella sua vita. Lui è lì da tempo in realtà, a poca distanza da lei. Ha comprato una mega villa per poterle stare vicino, vederla, sognarla, amarla da lontano. Perché Gatsby alla fine, anche se in modi non proprio chiari (che saranno chiari, si sa, alla fine) è riuscito a dare una svolta alla sua vita, a costruirsi una nuova identità che, anche se non è vera, è affascinante. Ed è parte del sogno che quest’uomo ha voluto costruire, per amore di questa donna.

Gatsby, grazie all’amico Carraway, ottiene finalmente l’agognato incontro con Daisy.
E’ subito scintilla. Lui, emozionato, attendeva l’incontro da anni. Noncurante che lei sia sposata o che abbia una figlia, è certo che la donna ancora lo ami ed è pronto, in barba alla solita dignità, a riprendersela anche subito, anche se lei gli ha palesemente preferito un altro, pur di coronare il proprio desiderio di matrimonio (che palle!).

E qui, direi io, Gatsby fa bene. Io sono con lui. La vita è una, e va dedicata ai sogni. Anna Karenina ha lasciato Karenin, cazzo. Potrà farlo anche Daisy, no? Il matrimonio non è mica una gabbia eterna!
Mentre leggevo, sentivo il suo dolore, le emozioni che provava accanto a lei, il suo sogno di farla partecipe del suo essere, il suo disperato bisogno di amarla. Tutta quella tensione colma di ideale che aveva portato con sé in quegli anni, quella speranza… Sì, Gatsby è uno di noi. Un sognatore.

Purtroppo però, come capita a molti sognatori, l’oggetto del sogno, la figura incantata attorno alla quale si è costruito e innalzato tutto il castello di carte, non vale una emerita cicca.
Sì, perché, vedete, il sognatore è un abile artista, capace di rendere meraviglioso un campo di rovi, capace di trovare attraente anche il più triste dei temporali, in grado di trovare il bello e il vero anche nel cuore della persona più schifosa che ci possa essere sulla terra (che immancabilmente egli incontrerà). Purtroppo, il sognatore non è capace di fare una cosa: capire quando la persona che egli ama lo sta prendendo per il culo. Capire quando la persona che egli ama e della quale si fida è attratta più dalla sua capacità di sognare (che di per sé è l’antidoto alla noia), piuttosto che da lui.

Così Daisy, incapace di sbrigarsela da sola, di tirarsi fuori da sola dalla sua vita insoddisfacente, si appropria della bellezza donatale da Gatsby, per ubriacarsi per qualche giorno di emozione e di felicità gratuita. Dinanzi alla possibilità reale di lasciare il marito per Gatsby (o di lasciarlo e basta, perché no, visto che tanto…), riesce a dire nel giro di pochi minuti che sì, amava Gatsby e non il marito. E poi che li amava entrambi, e poi non si sa. Nella migliore delle pantomime da profumiera (come ha giustamente detto una mia amica).
E sulla scia di questa sua incapacità di decidere, di fare per una volta la mossa di chi crede in un futuro migliore, di chi crede a qualcosa che sia vagamente forte come l’amore, commette un atto atroce, che ben sappiamo. E che costa la vita, per una serie di incastri tragici, al povero Gatsby.
Che, da sognatore, viene letteralmente “travolto” e schiacciato dal proprio sogno.
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Finale magistrale. La tomba di Gatsby. 

Daisy non invia un telegramma.
Daisy non chiama.
Daisy parte in vacanza col marito.
Non sappiamo se avrà speso una lacrima per lui, nel silenzio della propria insoddisfazione. Ci piace crederlo. Ma io penso di no. Perché persone come lei sono la rovina dell’amore, la rovina del sogno. E non perché persone come lei non siano capaci di scegliere, di recidere. Perché anche il non coraggio è umano.
Bensì perché persone come lei sono in grado solo di appropriarsi del bello delle vite altrui, scaricandole quando la barca affonda, quando il gioco si fa difficile, quando non c’è più solo divertimento ma anche la possibilità di prendersi responsabilità. Perché una vita umana da amare e che venga amata è responsabilità, non solo un facile gioco di cuori e adrenalina.

Fanculo Daisy. E viva Gatsby. Davvero grande ai miei occhi, seppur talvolta bugiardo, seppur con le mani in pasta in affari loschi, seppur talvolta un po’ eccessivo. Perché negli occhi di questo personaggio io ritrovo il senso dell’amore totalizzante. E mi sento compresa in pieno in ciò che penso.

So soltanto che questo romanzo è arrivato nella mia vita troppo tardi, quando già avevo ampiamente capito qual è il prezzo dell’essere inguaribili sognatori. Qual è il prezzo del desiderare riportare il passato nel presente e risvegliarlo nel futuro. E’ la morte. Non necessariamente fisica. E’ morte come passaggio, trasformazione.
Dalla quale non si esce mai immutati.
E una parte di noi muore, sempre.

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IL DIO DELLE PICCOLE COSE – ARUNDHATI ROY

Il dio delle piccole cose

Il Dio delle Piccole Cose

Come molti altri libri di cui ho parlato in precedenza, anche Il Dio delle Piccole Cose è uscito molto tempo fa, nel 1997, e ha già ricevuto i suoi giusti riconoscimenti, come il noto Booker Prize che ha consacrato la fama di Arundhati Roy come scrittrice affermata.
Purtroppo, a me non piace seguire molto il fattore novità per la scelta delle letture. Devo arrivarci coi miei tempi e spinta dal giusto stimolo.

In questo caso, tutto è nato quando ho rivisto questo romanzo in libreria questa estate e me ne sono sentita chiamata. Ho capito che era arrivato il momento di leggerlo e ho riscovato la vecchia copia che avevo comprato in edicola tempo fa. Ammetto di non essere molto esperta di letteratura indiana, ma conto di colmare questa lacuna. E questa lettura mi è sembrata un ottimo punto di partenza.

Il Dio delle Piccole Cose è la storia di una famiglia indiana, filtrata a più riprese dagli occhi dei due giovani discendenti, una coppia dizigotica di gemelli, un maschio e una femmina, Estha e Rahel. Il romanzo non si sofferma a narrare la storia delle vite dei due gemelli nel presente, quanto piuttosto utilizza il filtro della loro percezione ipersensibile per dipingere un quadro ben preciso della famiglia in cui sono cresciuti e dei legami da cui è costituita.

La storia si incentra attorno agli eventi collegati a un preciso episodio, coincidente con l’arrivo dall’Inghilterra, di una giovanissima cugina dei gemelli, di nome Sophia Mol. L’episodio viene trattato da più angolazioni ed è raccontato e ripreso non in ordine cronologico, bensì secondo una serie di sequenze che, ricomposte alla fine dalla mente del lettore come in un puzzle, danno vita all’epilogo.
Attorno a questo evento apparentemente felice, che smuove le attese della madre dei gemelli, Ammu, di suo fratello Chako, padre della bambina, desideroso di riprendere i rapporti con lei e con la sua ex moglie, si intrecciano i destini di tutti gli altri componenti della famiglia, specialmente di quelli femminili.

La trama visita con ampiezza di dettaglio e un inquietante senso di realtà le vite dei personaggi, ripercorrendone vicissitudini, scelte e prove di vita, snocciolando nel contempo sogni e desideri infranti di ciascuno di essi, non per ultima la madre dei due gemelli che diventa, ben presto, l’involontario personaggio protagonista dell’intera vicenda, schiacciata dalle leggi sociali del suo paese.

arundhati-new1La storia è drammatica, non c’è da illudersi. I dettagli inquietanti e purtroppo reali della condizione femminile della donna in India descrivono una panoramica che, ai miei occhi, è stata disturbante. Non sono estranea alle notizie di cronaca nera che spesso giungono da quelle regioni.
Il senso di abitudine alla sofferenza, al sacrificio e all’umiliazione che Arundhati Roy descrive tramite i suoi personaggi femminili è così radicato in questa cultura, che si evince chiaramente che la scrittrice non calca la mano su certe vicende di violenza solo perché in cerca di pathos per acchiappare il lettore. Purtroppo no. Sta descrivendo fedelmente la realtà del suo paese, cui lei non è estranea e per la quale attualmente combatte in prima linea, impegnandosi nella lotta per i diritti delle donne in India.
La condizione femminile vede qui ritratta una delle pagine più nere della letteratura contemporanea che la riguarda.

Il nodo sentimentale della trama che si svolge attorno alla figura di Ammu, rappresenta il desiderio della scrittrice di superare le barriere di casta che rendono irrimediabilmente difficili i rapporti sentimentali per una donna indiana. Desiderio che però non trova spazio nella realtà sociale ed è destinato a infrangersi brutalmente.

Sullo sfondo di questa storia drammatica, si muove il pantheon delle divinità indiane. La scrittrice non risparmia affascinanti narrazioni mitologiche che sfumano abilmente tra sogno e realtà, regalando al lettore la possibilità di fargli conoscere il kathakali, una forma espressiva di teatro-danza indiano, originaria dello stato indiano del sud del Kerala.
Il kathakali, di cui parlava se non erro anche Battiato in una sua celebre canzone, è una combinazione spettacolare di teatro, danza, musica e rituali che rimandano alle storia epiche indù, tratte dal Mahabharatha e dal Ramayana, i poemi epici indiani.

Le mie impressioni di lettura a caldo sono state forti. In quanto donna, nata e vissuta per molti anni nel sud Italia, posso ammettere senza ombra di dubbio che, sebbene qui da noi non sussista un sistema di caste predefinite come in India, molte situazioni sociali da noi vigenti possano essere in qualche modo paragonate.
Da una parte, mi sono trovata a leggere di queste donne incapaci non per volere, ma per via della società in cui sono immerse, di trovare libertà, emancipazione, autonomia e anche amore.
Mi ritrovavo sconvolta al pensiero che si potesse considerare normale una vita simile, quando palesemente nel resto del mondo, pur con tutti i problemi che riscontriamo anche nelle società occidentale, le cose sono già molto diverse.
Dall’altra parte, sentivo di capire il senso di frustrazione di queste donne indiane, la loro lotta vana contro una società che tende a relegarle in casa, a volerle sposate con uomini imposti, che impedisce loro di studiare perché lo studio è visto come una perdita di tempo.

Se ne evince dunque che la lettura di questo romanzo, sublime e realissimo, non è molto scorrevole. Non solo per via dei continui cambi di tempo che rendono difficile la comprensione della trama, se non superato un certo numero di pagine. Ma anche per via della profonda differenza culturale che rende un lettore occidentale naturalmente stranito di fronte a queste vicende.

Proprio per questo motivo, tuttavia, mi sento di consigliarne la lettura, in un momento di calma, a chi ancora dovesse avere questo romanzo nella lista dei libri da leggere.
Questa lettura non è solo un piacere, non è assolutamente un diletto estivo. E’ molto di più.
E’ storia pura e semplice, filtrata dagli occhi dei personaggi dipinti dalla Roy.
Personaggi che, in quanto rappresentazione storica di un intero popolo le cui storie giacciono in silenzio, troppo distanti da noi per poter essere udite, richiedono di essere compresi sino in fondo, con lentezza, e assaporati nella loro tragica essenza di fallimento e di perdita.

Questo è il Dio delle Piccole cose, il Dio della Perdita, come ci narra la scrittrice. Il profondo senso di disfatta del piccolo desiderio umano che si infrange contro cose più grandi di lui, incapace di vincere.