IL DIO DELLE PICCOLE COSE – ARUNDHATI ROY

Il dio delle piccole cose

Il Dio delle Piccole Cose

Come molti altri libri di cui ho parlato in precedenza, anche Il Dio delle Piccole Cose è uscito molto tempo fa, nel 1997, e ha già ricevuto i suoi giusti riconoscimenti, come il noto Booker Prize che ha consacrato la fama di Arundhati Roy come scrittrice affermata.
Purtroppo, a me non piace seguire molto il fattore novità per la scelta delle letture. Devo arrivarci coi miei tempi e spinta dal giusto stimolo.

In questo caso, tutto è nato quando ho rivisto questo romanzo in libreria questa estate e me ne sono sentita chiamata. Ho capito che era arrivato il momento di leggerlo e ho riscovato la vecchia copia che avevo comprato in edicola tempo fa. Ammetto di non essere molto esperta di letteratura indiana, ma conto di colmare questa lacuna. E questa lettura mi è sembrata un ottimo punto di partenza.

Il Dio delle Piccole Cose è la storia di una famiglia indiana, filtrata a più riprese dagli occhi dei due giovani discendenti, una coppia dizigotica di gemelli, un maschio e una femmina, Estha e Rahel. Il romanzo non si sofferma a narrare la storia delle vite dei due gemelli nel presente, quanto piuttosto utilizza il filtro della loro percezione ipersensibile per dipingere un quadro ben preciso della famiglia in cui sono cresciuti e dei legami da cui è costituita.

La storia si incentra attorno agli eventi collegati a un preciso episodio, coincidente con l’arrivo dall’Inghilterra, di una giovanissima cugina dei gemelli, di nome Sophia Mol. L’episodio viene trattato da più angolazioni ed è raccontato e ripreso non in ordine cronologico, bensì secondo una serie di sequenze che, ricomposte alla fine dalla mente del lettore come in un puzzle, danno vita all’epilogo.
Attorno a questo evento apparentemente felice, che smuove le attese della madre dei gemelli, Ammu, di suo fratello Chako, padre della bambina, desideroso di riprendere i rapporti con lei e con la sua ex moglie, si intrecciano i destini di tutti gli altri componenti della famiglia, specialmente di quelli femminili.

La trama visita con ampiezza di dettaglio e un inquietante senso di realtà le vite dei personaggi, ripercorrendone vicissitudini, scelte e prove di vita, snocciolando nel contempo sogni e desideri infranti di ciascuno di essi, non per ultima la madre dei due gemelli che diventa, ben presto, l’involontario personaggio protagonista dell’intera vicenda, schiacciata dalle leggi sociali del suo paese.

arundhati-new1La storia è drammatica, non c’è da illudersi. I dettagli inquietanti e purtroppo reali della condizione femminile della donna in India descrivono una panoramica che, ai miei occhi, è stata disturbante. Non sono estranea alle notizie di cronaca nera che spesso giungono da quelle regioni.
Il senso di abitudine alla sofferenza, al sacrificio e all’umiliazione che Arundhati Roy descrive tramite i suoi personaggi femminili è così radicato in questa cultura, che si evince chiaramente che la scrittrice non calca la mano su certe vicende di violenza solo perché in cerca di pathos per acchiappare il lettore. Purtroppo no. Sta descrivendo fedelmente la realtà del suo paese, cui lei non è estranea e per la quale attualmente combatte in prima linea, impegnandosi nella lotta per i diritti delle donne in India.
La condizione femminile vede qui ritratta una delle pagine più nere della letteratura contemporanea che la riguarda.

Il nodo sentimentale della trama che si svolge attorno alla figura di Ammu, rappresenta il desiderio della scrittrice di superare le barriere di casta che rendono irrimediabilmente difficili i rapporti sentimentali per una donna indiana. Desiderio che però non trova spazio nella realtà sociale ed è destinato a infrangersi brutalmente.

Sullo sfondo di questa storia drammatica, si muove il pantheon delle divinità indiane. La scrittrice non risparmia affascinanti narrazioni mitologiche che sfumano abilmente tra sogno e realtà, regalando al lettore la possibilità di fargli conoscere il kathakali, una forma espressiva di teatro-danza indiano, originaria dello stato indiano del sud del Kerala.
Il kathakali, di cui parlava se non erro anche Battiato in una sua celebre canzone, è una combinazione spettacolare di teatro, danza, musica e rituali che rimandano alle storia epiche indù, tratte dal Mahabharatha e dal Ramayana, i poemi epici indiani.

Le mie impressioni di lettura a caldo sono state forti. In quanto donna, nata e vissuta per molti anni nel sud Italia, posso ammettere senza ombra di dubbio che, sebbene qui da noi non sussista un sistema di caste predefinite come in India, molte situazioni sociali da noi vigenti possano essere in qualche modo paragonate.
Da una parte, mi sono trovata a leggere di queste donne incapaci non per volere, ma per via della società in cui sono immerse, di trovare libertà, emancipazione, autonomia e anche amore.
Mi ritrovavo sconvolta al pensiero che si potesse considerare normale una vita simile, quando palesemente nel resto del mondo, pur con tutti i problemi che riscontriamo anche nelle società occidentale, le cose sono già molto diverse.
Dall’altra parte, sentivo di capire il senso di frustrazione di queste donne indiane, la loro lotta vana contro una società che tende a relegarle in casa, a volerle sposate con uomini imposti, che impedisce loro di studiare perché lo studio è visto come una perdita di tempo.

Se ne evince dunque che la lettura di questo romanzo, sublime e realissimo, non è molto scorrevole. Non solo per via dei continui cambi di tempo che rendono difficile la comprensione della trama, se non superato un certo numero di pagine. Ma anche per via della profonda differenza culturale che rende un lettore occidentale naturalmente stranito di fronte a queste vicende.

Proprio per questo motivo, tuttavia, mi sento di consigliarne la lettura, in un momento di calma, a chi ancora dovesse avere questo romanzo nella lista dei libri da leggere.
Questa lettura non è solo un piacere, non è assolutamente un diletto estivo. E’ molto di più.
E’ storia pura e semplice, filtrata dagli occhi dei personaggi dipinti dalla Roy.
Personaggi che, in quanto rappresentazione storica di un intero popolo le cui storie giacciono in silenzio, troppo distanti da noi per poter essere udite, richiedono di essere compresi sino in fondo, con lentezza, e assaporati nella loro tragica essenza di fallimento e di perdita.

Questo è il Dio delle Piccole cose, il Dio della Perdita, come ci narra la scrittrice. Il profondo senso di disfatta del piccolo desiderio umano che si infrange contro cose più grandi di lui, incapace di vincere.

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