TUTTI I LIBRI SONO UTILI?

Il commento di un utente mi ha ispirato questo video chiacchiericcio in cui ne approfitto per esprimere la mia opinione a proposito dell’utilità della lettura, di cosa è utile o non utile leggere, del perché sia utile o meno per me. Se l’argomento vi intriga, non esitate a commentare il video e a dirmi come la pensate! A presto!

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“I Nazbol” (estratto da Limonov, Emmanuel Carrére)

“Sebbene fosse un organo di partito, più che di politica “Limonka” si occupava di rock, di letteratura e soprattutto di stile. Che stile? Quello fuck you, bullshit e gesto dell’ombrello. Il punk in tutto il suo splendore. Ora, dice Zachar Prilepin, bisogna cercare d’immaginarsi che cosa sia una città russa di provincia. La lugubre vita dei giovani, il loro futuro senza sbocchi e la disperazione che assale chi sia appena un po’ sensibile e ambizioso. Bastava che un solo numero di “Limonka” arrivasse in uno di questi posti e capitasse in mano a uno dei ragazzi sfaccendati, imbronciati, tatuati, che strimpellavano la chitarra e bevevano birra sotto i loro preziosi poster dei Cure o di Che Guevara, ed era fatta. Ben presto furono in dieci, venti, tutta la compagnia di poco rassicuranti sfaticati che ciondolavano nei giardinetti pubblici, pallidi con i jeans neri strappati, gli usual suspects, i clienti abituali della stazione di polizia. Adesso avevano una nuova parola d’ordine e si passavano “Limonka” di mano in mano. Era una cosa loro, si rivolgeva proprio a loro. E dietro tutti gli articoli c’era quel tipo, Limonov, e Zachar e gli amici cominciarono a leggere avidamente i suoi lbri, e Limonov divenne insieme il loro autore preferito e il loro eroe nella vita reale. Aveva l’età per essere loro padre ma non somigliava a nessuno dei padri che conoscevano.  Non aveva paura di niente, aveva avuto la vita avventurosa che fa sognare tutti i ventenni, ai quali diceva (cito): “Sei giovane, non ti piace vivere in questo paese di merda. Non vuoi diventare un anonimo compagno Popov, né un figlio di puttana che pensa soltanto al denaro, ne un cekista. Sei uno spirito ribelle. I tuoi eroi sono Jim Morrison, Lenin, Mishima, Baaser. Ecco sei già un nazbol”. Essi hanno rappresentato la controcultura della Russia. L’unica: tutto il reso era menzogna, irreggimentazione e compagnia bella. Quindi è chiaro che potevano esserci tipi violenti, altri che il servizio militare aveva reso nervosi o skin che andavano in giro con cani lupo e si divertivano a fare il saluto nazista per mandare in bestia le persone perbene. Ma c’era anche quanto di meglio potessero dare le cittadine della Russia profonda in fatti di fumettisti autodidatti, per formare un gruppo, gente che ci sapeva fare coi video, timidi che scrivevano poesie di nascosto struggendosi per ragazze troppo belle e sognavano cupamente di compiere una strage a scuola e poi farsi saltare le cervella, come succede in America.”

CREATIVE WRITING E DISGUIDI LINGUISTICI

Da quando sono in Inghilterra, mi capita spesso di imbattermi in annunci altisonanti di corsi di Creative Writing, molto in voga da queste parti e, mi pare di capire, anche in America. Sin tanto che sono stata in Italia ho avuto modo di sentir parlare di qualcosa del genere soltanto a proposito del progetto di Baricco,  la scuola Holden, o di altri progetti a pagamento, sempre ambientati nel Nord del mio Paese. Al sud, ovviamente, manco a parlarne.

Una volta approdata in questi lidi tanto paradisiaci quanto attualmente irraggiungibili per me, ho scoperto che esiste anche un master in Creative Writing qui a Lancaster, che introduce al mondo della scrittura e degli scrittori, previa presentazione di un’opera sulla quale si lavorerà durante tutta la durata del master. Pensavo che se fossi stata madrelingua inglese, certamente mi sarei catapultata in quella direzione dopo la laurea triennale, con molto più stimolo a finire di quanto ne abbia avuto in questi lenti anni. Eppure, col tempo, riflettendoci, ho avuto la sensazione che questi corsi siano, di base, un po’ inutili.

Era una mia impressione, forse dovuta al voler ripiegare su una scusa da mandare giù per non potervi partecipare in grande stile, come vorrei aver avuto modo di fare in Italia. O forse, più probabilmente, la presa di coscienza sempre più evidente che la scrittura è un’arte che non può essere insegnata. Tuttavia, mi ero ripromessa, qualora mi fosse capitata l’occasione di seguire un corso di CW a buon mercato, o meglio ancora gratis, di viverlo sulla mia pelle e vedere di cosa si tratta.

E l’occasione si è presentata proprio oggi quando, nella biblioteca cittadina di Lancaster, si è tenuto un corso gratuito, di un paio di ore, probabilmente introduttivo di una serie di lezioni future da progettare assieme alla biblioteca stessa.
Così, sono andata a studiare in biblioteca e alle 14 in punto mi sono diretta al luogo del corso.
Seduto a un tavolo bianco con varie sedie vuote intorno, c’era un signore, vestito in modo dimesso, occhialini, capelli spettinati, dinanzi a lui uno sciame di fogli sparsi e pennarelli colorati. Mi sono avvicinata e gli ho chiesto se si tenesse presso di lui il corso di CW e lui mi ha confermato la cosa e mi ha invitata a sedermi.
Poco dopo è giunto un signore giovane, che avevo già visto in biblioteca e che sembrava incuriosito dalla sottoscritta (non ha fatto che fissarmi per tutto il tempo mentre studiavo). Questi, pur non sapendo del corso, si è fatto convincere dal signore con gli occhialini ed è rimasto con noi.

Morale: al corso introduttivo c’eravamo solo io e questo giovane signore. L’insegnante, che si è poi rivelato anche scrittore e per giunta poeta, non deve essere rimasto troppo contento di sapere, di lì a poco, che i suoi unici “studenti” erano una straniera e un signore capitato per caso, di Liverpool (si tende a essere un po’ reticenti verso quelli di Liverpool, specie se, come nel caso del poeta, si è nordisti ormai trapiantati stabilmente nel sud Inghilterra) (sì, funziona al contrario che in Italia, insomma).

L’insegnante, tale William P., ha iniziato prontamente a spiegarci in cosa consisteva la sua lezione, sottolineando che  lui non segue manuali e corsi predefiniti, ma ama fare di testa sua. E qui ho iniziato a subodorare che il corso non sarebbe andato a parare dove speravo. Io speravo di parlare di come si costruisce una trama, un personaggio, una ambientazione, di come si centra il punto di un genere letterario, o cose così… E invece, no.
Ci ha proposto tre esercizi abbastanza elementari, durante i quali le ore sono volate. Io ero piuttosto imbarazzata al pensiero di dover scrivere in inglese, cosa che non faccio praticamente mai, dato che non ne ho alcuna occasione né necessita attualmente (pur sapendo che invece dovrei). Tuttavia, le tre prove, che non prevedevano giudizio o votazione, sono andate bene.

La prima consisteva nello scrivere parole a caso che ci venivano in mente, argomenti di pensieri e spunti. Poi, sotto le migliori tra queste parole scelte tra quelle da noi elencate, dovevamo scrivere delle frasi. Io ero piuttosto perplessa dall’apparente senso mistico che William voleva dare alle nostre frasi e al collegamento simbolico che, secondo lui, doveva esserci tra i nostri pensieri. Ma ho svolto la prova ugualmente.

Nella seconda prova, William ci ha chiesto di scrivere tre parole in cima a tre colonne di un foglio, per poi elencare sotto ciascuna parole che fossero attinenti a quella in cima, o per assonanza o per significato. Ma una volta svolto l’esercizio, lo scrittore si è limitato a leggerci le sue liste, spiegandoci quali erano stati i suoi collegamenti mentali, ignorando le nostre.

Infine, ci ha chiesto di pensare a delle parole che potessero esprimere interi concetti o eventi in un solo termine, portando l’esempio di quella popolazione (della quale non ricordava nome o altri dati) che conosce numerosi nomi per definire la neve. Gli ho prontamente rammentato che si tratta degli eschimesi o inuit e che le parole si ottengono soprattutto mediante suffissi, numerosi in quella lingua (sono le basi di un qualunque studio, anche fatto all’acqua di rose, di Linguistica generale che, se seguite il mio blog personale, sapete già che ho sostenuto tempo addietro) (e che lui, con un MA in Writing and Poetry dovrebbe sapere!). Così, si è messo a pensare alle parole che gli venivano in mente, senza interpellarci su quanto pensassimo noi.

Il signore di Liverpool, diversamente da me, ha cercato molte volte di intervenire, e da quanto scriveva e diceva, ho intuito che doveva essere anche un uomo piuttosto fantasioso e dalle idee interessanti. Nella lista del primo esercizio ha tirato fuori parole come “suicide”, “space travels” e “reasons to be in a library”, mentre io mi sono limitata ai rassicuranti “landscapes”, “memories” e “animals”.

Tuttavia, non mi pareva che lo scrittore/poeta fosse troppo interessato a noi e a ciò che avevamo da dire. Era un uomo molto caotico, molto pronto a parlar di sé, e a più riprese sono rimasta sconvolta da una osservazione. Notavo che, durante la conversazione, il poeta e  l’uomo di Liverpool spesso non si capivano. E’ normale che quando io parli, molte parole sfuggano alla comprensione del madrelingua inglese. Perché io parlo inglese come una italiana, quale sono. Ma tra l’uomo di Liverpool e il poeta scrittore, a parità di lingua, vi erano incomprensioni ancora maggiori, allorché più volte l’uomo di Liverpool si è trovato a fare lo spelling delle parole, perché il poeta non lo capiva.

Osservatrice attenta del fenomeno linguistico, per me inconcepibile, a causa del quale gli inglesi che ascoltano parlare altri inglesi, non appena si varia di poco la pronuncia delle vocali, iniziano a non capire più niente di quanto si dice, mi rendevo conto che io invece capivo benissimo entrambi. Per me non vi è differenza se la parole “done” viene pronunciata “dan” o “dun” (pronuncia del sud nel primo caso e del nord nella seconda), perché tanto conosco la prima pronuncia in quanto imparata a scuola, tanto conosco la seconda per abitudine, stando qui dove l’inglese vero è ben altro che quello imparato in precedenza.

Ma come è possibile che due inglesi abbiano difficoltà a capirsi? Per intendersi, è come se io, barese, parlassi con un torinese e dicessi: “Allora!”, e lui non capisse perché dalle sue parti “Allora”, si pronuncia “ “Ellure”. Da noi è molto più facile non capirsi se uno dei due parlanti in un dialogo usa il dialetto e l’altro l’italiano. Ma i fenomeni che regolano la pronuncia delle vocali qui, non smetteranno mai di stupirmi!

A conclusione di questo breve corso, dal quale ritengo di non aver imparato niente e di aver avuto conferma che i corsi di CW sono una buona occasione per lo scrittore insegnante di parlare un po’ di sé, farsi pubblicità ed eventualmente raccimolare denaro, il poeta ci ha chiesto cosa stessimo leggendo, e io gli ho detto che sto leggendo Limonov (finito stasera, per altro) di uno scrittore francese. Lui mi ha chiesto se ci fosse una traduzione in inglese (you don’t say!), interessato all’idea che Limonov, come gli ho detto, sia stato uno dei detrattori di Putin.  Ma, per misteriose trame nascoste, anche l’uomo di Liverpool stava leggendo la storia di un russo, anche se non mi ha saputo dire come si chiamasse lo scrittore (ricordo solo che finisce in “vich”, mi ha detto). Ma in realtà si sbaglia, ho cercato e fa riferimento a The Long Walk di Sławomir Rawicz che, stando a Wiki, è polacco e non russo. Naturalmente, lo metto in lista: non perdo l’occasione di leggere storie di reduci di guerra, di situazioni disperate al limite.

Se devo essere sincera, mi aspettavo di più da un corso di CW, quand’anche si trattasse, come in questo caso, di una lezione introduttiva. Se pensi di tenere un corso più approfondito, devi dare il meglio di te nella lezione introduttiva, e io non sono stata molto colpita da questo senso di creatività new age che dovrebbe scaturire dall’associazione di idee, dalla cooperazione tra persone che si trovano nello stesso corso (suppongo che se invece che due fossimo stati dieci, si sarebbe ancor più messa in luce questa necessità creativa di influenzarci costruttivamente).

Sarò snob, sarò diversa… ma per me la scrittura è solitudine.

E i consigli che mi sentirei di dare a chi volesse portare avanti la carriera di scrittore, sono gli stessi che furono dati a me da una persona conosciuta secoli fa, alla quale, io piccina dissi di voler diventare scrittrice.

“Allora”, mi disse “devi leggere. Devi leggere tantissimo, datti da fare già da adesso.”

E io mi diedi da fare. Credo sia stato e sia sempre il miglior consiglio. Assieme a quello, che mutuerei anche da una certa precettistica dei classici greci e latini, secondo i quali è sempre bene parlare di ciò che si sa, di ciò che si conosce, senza mai smettere di documentarsi e cercare. Solo così, non si può mai sbagliare. Tutto il resto è fuffa inutile.

NON SOLO MALE DI VIVERE. EUGENIO MONTALE

A differenza delle opere in prosa, dinanzi alle quali mi trovo sempre spiazzata da una moltitudine di significati stracolmi di fascino, coinvolta da storie e personaggi, quando mi imbatto in poesie mi domando sempre se non mi stia sfuggendo qualcosa. Inoltre, mi fido poco dei commenti critici (o meglio, riesco poco a seguirne il filo, sinceramente) , nel senso che la prosa secondo me è facilmente commentabile anche senza un apparato extratestuale di rimando, anche mediante forzature del testo. Il bagaglio espanso di nozioni che offre la prosa rende anzi l’operazione di interpretazione affascinante e aperta a molte finestre originali. Ma la poesia va esattamente nel verso opposto, rispetto alla prosa: è un’opera intima, chiusa, protesa verso l’interno, sugellata dall’oscurità dei sintagmi e dei collegamenti e rimandi interni,, anche nel migliore dei casi. Non è diretta realmente a qualcuno anche quando il “tu” lascia pensare ad un destinatario preciso o fittizio. E’ la parabola della vitalità dei ricordi separati dal tempo e associati all’esperienza emotiva in una cristallizzazione della forma. C’è poco cervello nelle poesie, fatta eccezione per la costruzione della struttura poetica e della versificazione, quando essa sussiste. Il loro contenuto è  un guizzo di eterno spremuto da una regione troppo remota della mente umana. Quindi come è davvero possibile giungere ad una interpretazione basilare, salvo commento comunicato dallo stesso autore? Se ne possono dedurre i temi principali, le ricorrenze lessicali, la poetica, alcuni eventi della biografia. Ma il vero moto da cui una poesia scaturisce da dove nasce? E’ puro contesto E’ invenzione? E’ sogno? Chi può dirlo? E’ raccolta di eternità in un numero ridotto di parole, questo è certo. E se si legge una poesia di Montale, ad esempio, o se la si dovesse leggere tra altri 50 anni, se ne ricaveranno sicuramente pensieri sempre molto diversi. Non possiamo più parlarci, come possiamo davvero capire? Possiamo solo immaginare…

I libri di critica, uno di Luperini (che è quello che mi convince di più) e uno di Casadei, puntano sul contesto, sulla vita di Montale, sulle esperienze fatte, il rapporto con le donne, con la guerra, con la difficoltà di trovare lavoro, con la figura dell’intellettuale e della poesia al sorgere della società di massa, che determina appunto la morte annunciata della letteratura. Si, molto allegro e confortante.

Ma per lui cosa significava davvero tutto quello che ha scritto? In Satura, ultima silloge poetica, si appresta a demistificare addirittura la sua stessa opera giovanile. Lo credo bene: si cambia. E in effetti posso dire che la silloge delle Occasioni è quella che mi è piaciuta meno, mentre Ossi di Seppia e Satura, quindi i due estremi della sua produzione, sono davvero affascinanti ed emozionanti. Bufera ha delle zone di ubriachezza emotiva, ma lo ritengo comunque molto, troppo ermetico in certe sue posizioni per colpirmi come ha fatto D’Annunzio che, scusate se è poco, qualunque cosa facesse, prosa o poesia, vi inseriva una tale carica di erotismo, di effetti di dissoluzione, etc… da suonarmi sempre perfetto ( sono gusti personali ovviamente, quelli che ho espresso, non certo giudizi qualitativi).  Cito D’Annunzio perché Montale in qualche modo voleva contrapporsi con la sua poetica a quella dei poeti laureati, anche per motivi storici. Lo capisco, è facile sparare sui laureati quando non lo sei, (era perito tecnico, per altro costretto ad iscriversi a tale studio dal padre che lo voleva a lavorare con sé) ( due balle!), ed ebbe due lauree honoris causa ( beato lui, però così non vale 😀 ). Mentre D’Annunzio studiò al Collegio Cicognini ( mica l’Ateneo di Bari eh!), non si laureò mai nemmeno lui, pur essendosi iscritto a Lettere, ma certo, non aveva tempo per dare gli esami, doveva scrivere e ubriacarsi di amore, sesso e quant’altro ( vabbè, lo adoro, c’è poco da dire), quindi quando pubblicò il Piacere, spesatissimo dal padre che, nonostante tutto, credeva nelle sue doti letterarie, mi sa che la Laurea non gli servìva più.  Se tuo padre ti dice: -Scordati l’università, vieni a vendere prodotti chimici con me, che non vali una cippa!, ti capisco se spari sui laureati. Ma non lo apprezzo. Svevo non lo faceva. Credo.

Bla bla bla, tutto questo per dire che non ritengo facile comprendere le opere poetiche, con tutte queste variabili che distanziano da un significato sopraelevato, non dico unico ma almeno privilegiato. C’era questo critico di nome Sergio Solmi, che lo conobbe dal vivo, si mandavano lettere e quindi è presumibile che le sue opere di critica siano nettamente superiori in quanto ad affidabilità. Mi informerò.

In foto, Irma Brandeis “Clizia”, grande amore lontano di Montale

Nel frattempo, persa tra un pensiero e l’altro, rileggo nella solita sonnacchiosa biblioteca dell’Ateneo, tra un boccheggio di caldo e l’altro, quella che considero una delle mie preferite sino a quanto letto ora, di Eugenio Montale. Naturalmente delle poesie che sto per citare, non vi è traccia nel programma di studi canonico, non avevamo dubbi.

Non ho molta fidu­cia d’incontrati

nella vita eterna.

Era già pro­ble­ma­tico par­larti

nella ter­rena.

La colpa è nel sistema

delle comu­ni­ca­zioni.

Se ne sco­prono molte ma non quella

che farebbe ridi­cole non­ché inu­tili

le altre.

Questa poesia è tratta dalle Poesie Disperse, quindi non fa parte delle raccolte principali. Allora, io che nasco in piena esplosione dell’epoca telematica, in questa poesia vedo l’espressione ineffabile e perfetta della realtà attuale.

1 -2 Totale sfiducia nella possibilità di giungere ad un punto in cui sarà possibile esprimersi con amore e con verità, con le persone cui teniamo. La vita eterna, che per me non esiste, e la cui idea non provoca molta fiducia nemmeno nel poeta, è un limbo desiderato di pace e comunione tra gli uomini, in cui sarà eventualmente possibile riallacciare rapporti che il quotidiano opposto all’eterno non consente.

3 -4 Infatti, nella vita terrena, la quotidiana appunto, era problematico parlare con la persona cui il poeta fa riferimento. Una distanza? Conversazioni interrotte ad una linea telefonica, non perfettamente funzionate. Ma possiamo introdurvi anche il moderno. Una chat che va e viene, fraintendimenti causati dall’erroneo uso delle parole, dei caps lock, delle emoticons, delle decontestualizzazioni di un dialogo telematico che elimina il mondo dei segni, delle espressioni facciali. Non per tutti è facile comunicare via internet. I giovani ci riescono meglio, gli adulti meno, chissà, dipende un po’ dalla predisposizione naturale. Ma il segreto della padronanza nello scrivere e nel comunicare è nella capacità di rendere lucidi di concetti interiori. E se ci riesci meglio con le parole come la metti? Come si conclude questa situazione quando non è fattibile riuscire a comunicare la propria interiorità? Fraintendimenti, sempre dietro l’angolo.

5 -6 Questo mi sembra evidente. La comunicazione diventa rapida, essenziale. Restano indietro i lenti, i timidi, i prolissi, i tradizionalisti. non c’è spazio per loro. Come comunicare grandi emozioni, grandi passioni, grandi drammi, con un sms? Non è meglio la voce, esserci di persona? Ma poi, basta essere uno di fronte all’altro, per capirsi davvero? Il problema è irrisolvibile.

7-9 Se ne scoprono ancora e se ne scopriranno molti altri. Sms e foto, mail e video, combo di espressioni audiovisive che mostrano tutto senza che la sensibilità emotiva possa essere stimolata sensorialmente, tutto è distaccato e raggiungibile, ma non si tocca. E’ freddo. Cosa manca a tutti i metodi di comunicazione moderni? E’ chiaro. manca la connessione empatica delle emozioni, la “puzza” delle emozioni. Manca il filo diretto che dal tuo cuore arriva al mio, che dal tuo cervello arriva al mio. Empatia in scatola, chi la inventerà? Comprensione illimitata, non sarebbe più nemmeno necessario parlare. Ma solo essere, ed immergersi col proprio essere e con la mente spalancata in un mondo di esseri a loro volta con la mente aperta. Sarebbe bello poter essere sempre sé stessi e altro da sé quando lo si vuole. Empatia, questa scoperta tecnologica e un po’ biologica che ancora tarda nei nostri negozi. Fatto salvo trovarne piccole fialette nelle mansarde di chi se la costruisce da sé, con anni di duro lavoro, di ascolto, di aperture mentali, anche forzate, stentate, con quei pochi ma buoni che ci circondano.Infine, siamo destinati alle nostre classiche isole di incomunicabilità, l’unico ponte a venirci incontro è l’immaginazione.

Poi c’è un’altra poesia che mi fa impazzire.

Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri

che paralleli slittano

spesso in senso contrario e raramente

s’intersecano. È quando si palesa

la sola verità che, disvelata,

viene subito espunta da chi sorveglia

i congegni e gli scambi. E si ripiomba

poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo

solo i pochi viventi si sono riconosciuti

per dirsi addio, non arrivederci.

Qui ci vorrebbe davvero un disegno per esprimere quanto sia geniale questo componimento. Quanto sia forte  drammatico il senso. Questi nastri, questi percorsi… ognuno di noi scivola su un nastro parallelo a quello altrui. Ancora una volta non c’è possibilità di vera comunicazione, nemmeno di condivisione temporale! Si va, ognuno preso dal suo tempo, dal suo nastro. Capita raramente, eppure capita, che ci si intersechi per un breve istante. Che ci si riconosca come anime viventi, anime affini, rare, poche. Ma per quanto possa essere forte l’istinto di riconoscimento, il tempo unico che svrintende gli individui prende il sopravvento. non c’è spazio per le vite singole, non c’è spazio per il rivedersi ancora, il curare i rapporti, l’arrivederci, per creare conoscenze stabili, pilastri sui cui poggiarsi quando si è stanchi. C’è solo il tempo del riconoscimento. Gli occhi si aprono nel buio, si riconoscono ( come quando si gioca a Lupus), si  innamorano e poi addio, addio per sempre, ognuno nella sua direzione, unica, diversa, irraggiungibile. Sola.

E-BOOK O LIBRO? IL PARERE DI CHI AMA LEGGERE

A giorni ho l’esame di latino, argomento del quale eviterò di parlare in questo post, data l’angoscia che mi trasmette, a livello epico, umano, con tutti i limiti del caso che ne conseguono. Non sono molto in vena di fare ripetizione oggi, anche se dovrei, o di finire la versione di Cicerone, la Pro Archia. Mi va di scrivere. Ma anche mettere mano al romanzo in questo momento mi appesantisce, ho la testa colma di idee e mi serve tempo. Tutto sottrae tempo al tutto: l’esame al romanzo, il romanzo all’esame, e entrambi a me e alla mia vita. Quindi niente, scrittura disimpegnata sul blog, per liberarsi. Disimpegnata sino ad un certo punto. Sto leggendo in giro per forum e blog di altri appassionati di lettura numerosi interventi e copiose opinioni sul tema dell’avvenire librario e dell’e-book. Parlo con una certa consapevolezza di questo argomento, considerato che attualmente ne posseggo uno, il Kindle dell’Amazon, che si sta rivelando proverbialmente ottimo come supporto per leggere durante viaggi, spostamenti, attese in luoghi scomodi o non propriamente rilassanti, tipo ospedali e aeroporti (bastano queste due parole a farmi sentire inquieta!). Bene, la mia opinione sul Kindle è che sia assolutamente eccellente come supporto, quando lo spazio diventa un grosso problema, così come anche il trasporto. Vivendo per molti mesi lontana da casa, luogo dove risiede la mia enorme biblioteca, i miei “amori” potrei definirli, stipati stretti e a righe di tre per ogni scaffale, mi è purtroppo impossibile portarli con me, almeno per il momento. I miei libri mi mancano immensamente, anche il solo osservarli e ricordarmi il momento intimo di passate letture, mi fa sentire felice e stimolata a continuare quello che sto facendo, ovvero studiare, senza mai fermarmi. Ma anche essere in una biblioteca pubblica mi da lo stesso tipo di stimolo, anche se i libri in essa contenuti non sono miei. Il Kindle diventa un’ottima soluzione per poter consultare classici, a costo zero il più delle volte, e per poterli avere sempre con me senza trascinarmi a seguito una valigia pesantissima, o uno zaino distruttivo per la schiena. Nella fattispecie, continuo a trascinarmi tra un viaggio e l’altro, i libri di università, per il momento non sostituibili da supporto Kindle, e la cosa mi risulta alquanto fastidiosa, come fastidioso è osservare questa antologia di Letteratura Latina che sminuisce l’incredibile passionalità dei testi latini, ma che devo studiare per l’esame e quindi sono costretta a scarrozzarmi in giro. Nel frattanto, sul Kindle, scorrono veloci le pagine del Liber Catulliano, del Satyricon, della Farsalia, del De Bello Gallico, e delle Metamorfosi. Che leggo molto più piacevolmente del relativo riassunto tecnico – linguistico – storico del testo. Siamo alle solite, niente di nuovo.

Questo mio discorso, apparentemente legato a questioni affettive, è la risposta al quesito annoso sugli e-book. Lo approvo, lo apprezzo e mi consente rapidità di consultazione, ma non sostituisce visivamente ed emotivamente la presenza spirituale che un libro mantiene viva in me e su di me, ogni volta che me ne trovo circondata. Il Kindle ha il suo senso e il suo perché, e la sua innegabile utilità nelle mani di un lettore appassionato, ma non sostituisce l’esperienza libraria emotiva, che è fondamentale per ogni lettore che si rispetti. Ho fatto una prova con Guerra e Pace di Tolstoj, tanto per essere più precisa. In una mano il tomo da circa mille pagine, dei Mammut, e nell’altra il PDF contenuto nel Kindle, circa 780 pagine contenute in un rettangolino di plastica. Leggere il medesimo libro in questi formati è assolutamente, innegabilmente, e forse inspiegabilmente diverso. Il principe Andrei nel tomo del Mammut mi appare come una figura mitica, alla quale si legano numerose e fascinose riflessioni sull’estrema bellezza di quel romanzo, sulle emozioni che mi ha trasmesso.  Il principe Andrei nel Kindle è il principe Andrei. Un personaggio di carta. Non so spiegarlo, forse non è possibile spiegarlo, ma la differenza risulta immediatamente evidente a chi sia appassionato di libri.

Mi è capitato invece di leggere su Kindle un testo che non avevo considerato dal punto di vista librario: la saga dei Nibelunghi, un testo epico, per altro trovato su un PDF la cui impostazione di pagina era decisamente pessima. Ma bene, volevo leggerlo e non avevo tempo per comprare il libro né soldi. E mi ha sinceramente affascinata, colpita in pieno petto e rapita. Hagen, il villain della storia, mi è davvero arrivato in pieno cuore. Devo dunque convenirne che se l’esperienza cartacea ha preceduto quella digitale, allora ci sono pochi paragoni da fare. Viceversa, leggere qualcosa di assolutamente nuovo, apre porte nuove al pensiero di una lettura su diverso supporto. Che rimane comunque diversa, per quanto concerne l’attività del ricevente.

Il supporto cartaceo, quando viene utilizzato infatti, instilla nella percezione sensoriale, assieme a quella logica e verbale, un dato in più da assorbire. La mente si estranea nella lettura, si immedesima nei personaggi e rivive, e il fatto di avere un libro tra le mani in qualche modo amplifica questa sensazione selvaggia e distruttiva di perdita dell’identità reale e di acquisizione di quella letteraria. Col Kindle questo non mi succede. E mi spiace molto perché per tutto il resto dei motivi sopra elencati, è invece ottimo, specie se consideriamo il fattore spazio, il fattore ambientale, il fattore peso, il fattore trasportabilità, il fattore condivisione sulla rete di un’opera, raggiungibile anche per coloro che hanno modeste finanze ma non vogliono privarsi del piacere di leggere.

Ne consegue, a mio avviso, che noi che ci troviamo a cavallo di questa generazione di lettori, semplicemente vivremo una vita letteraria bifronte, fatta di libri ed e-book, e a me sinceramente, va bene così. Se alle prossime sarà concesso di riappropriarsi del valore e dell’amore per la lettura, cosa che accadrà sicuramente grazie all’avvento di nuovi e grandi scrittori che torneranno ad illuminare il passato ed il futuro della letteratura come cuore pulsante dell’esistenza umana, molto probabilmente l’e-book riuscirà ad avere presa diretta e rapida in una generazione meno emozionale, o diversamente emozionale e più pragmaticamente diretta al testo pronto e fatto per essere letto (quanto piacerebbe questa considerazione, oggi, agli strutturalisti maledetti?).  Un po’ come l’automobile e la carrozza. Andare in carrozza è stupendo, puoi sentire il vento tra i capelli, guardare in viso i passeggeri di fronte a te o sedere col cocchiere, e lasciarti andare all’emozione motoria che solo i cavalli possono trasmettere in modo tanto affascinante. Ma la carrozza è lenta, è pericolosa. L’automobile è più veloce, più sicura (relativamente certo, ma molto più sicura della carrozza, specie ai tempi in cui si usava davvero andare in carrozza e queste erano perenne bersaglio di rapine, incidenti a ruote e cavalli stessi, non dipendenti dallo stile di guida del mezzo in sé), ma più claustrofobica, meno poetica. Per non parlare di altri mezzi di trasporto (ecco, non ne parliamo…).

L’e-book merita la sua chance, per concludere, dal mio punto di vista. Ma è soprattutto l’ennesima chance che ha il testo letterario, sia esso un romanzo, un saggio, una raccolta di novelle o di poesie, di rivivere nel cuore dell’umanità, sarebbe bello poter dire “come un tempo”, ancor più bello poter dire “nuovamente”.

I FRATELLI KARAMAZOV A TEATRO – DI MARINELLA ANACLERIO

 

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Tutte le volte che ho letto questo libro, che è anche il mio romanzo preferito in assoluto, mi sono sempre immaginata i personaggi per filo e per segno, nel loro aspetto estetico, nel loro modo di comportarsi, di muoversi, di rapportarsi. Dostoevskij ne offriva una descrizione non tanto attraverso lo schema classico di narrazione tipica (alto, biondo, occhi neri, ecc..) ma attraverso i dialoghi, le movenze, le idee. A tal punto che nel leggerlo sentivo vibrare dentro me i personaggi, li sentivo pulsare a tal punto da potermi immaginare la vicenda in termini reali, assolutamente reali. E pieni e traboccanti di passioni torbide e violente, come solo nei libri di Dostoesvkij è possibile viverne! E quindi, andare a vedere la rappresentazione teatrale di questo capolavoro, è stato per me un colpo, un fulmine!!!  L’adattamento teatrale di questa versione è di Marinella Anaclerio, che lo ha saputo riportare in scena in maniera fedelissima, per quanto riguarda proprio l’identità dei personaggi. Pur se tralasciando tutta la parte storica che questo libro si porta con sè, nonchè quella politica, ha invece sottolineato con maestria e cura le dissertazioni sulla religione, sulla felicità dell’uomo, tutti quei discorsi così pericolosi e contorti che Dostoevskij amava sempre affrontare nelle sue opere e che nei Fratelli Karamazov saltano fuori con una passione e maestria indescrivibile. Per altro, la suddetta regista ha lasciato invariati moltissimi dei discorsi principali, dei monologhi che nel libro duravano anche moltissime pagine, lasciandomi allibita sulle potenzialità degli attori di riuscire ad imparare a memoria tutto questo!!! Davvero eccellenti.

Allora, c’è da dire che l’attore principale, Giovanni Costantino, era a dir poco…meraviglioso! Raffigurava esattamente l’idea che mi ero fatta di Alekseij Karamazov, ed è riuscito ad interpretarlo con la stessa innocenza e lo stesso spirito libero che il personaggio stesso si porta, nonostante tutto, per tutte le pagine del romanzo. Lui è in assoluto il mio personaggio preferito, difficile ora spiegare perchè senza dar per scontata la lettura del testo, basti solo pensare all’incrollabile bontà del personaggio in presenza del quale anche i cuori più torbidi sono costretti a guardarsi dentro, per affrontare i propri fantasmi interiori.
Ma è stato bellissimo anche constatare come fosse identico a come lo avevo immaginato, il personaggio di Ivan (Fulvio Cauteruccio), in assoluto il migliore degli attori in scena (anche se a volte aveva la voce di Riccardo Cocciante e da un momento all’altro ci aspettavamo di sentirlo cantare Margherita o il Gobbo di Notre Dame), che ha imparato a memoria tutta quella parte sull’ateismo, sulla religione, che era la mia parte preferita del libro (quella durante la quale in molti si sono addormentati definitivamente in teatro…) lasciandomi senza parole! Geniale, assolutamente!!!

Vabbè che andare a teatro è sempre per me un’esperienza assolutizzante e travolgente. Non penso che mi piacerebbe essere attrice di teatro, quanto invece mi piacerebbe che qualcuno proponesse in scena qualcuna delle cose che ho scritto. Questo si, mi piacerebbe e il pensiero, ogni volta che vado a teatro, mi diverte tantissimo. Mi emoziona il profumo di incensi che c’è fra le sedie, mi emozionano le luci, le musiche che sembrano provenire dal nulla, i costumi di scena, mi emoziona e spaventa cogliere gli impercettibili errori degli attori che recitano, mi appassiona potermi far travolgere dalle emozioni dei miei personaggi preferiti, nel caso in cui io conosca la storia che sto vedendo. La scena del monologo fra Ivan e Alekseij me l’ero immaginata centomila volte, l’avevo anche letta in classe al liceo durante una lezione di filosofia, senza contare che è stato proprio leggendo quel pezzo di libro su una antologia a liceo che ho scoperto l’esistenza di Dostoevskij e di tutta la magnifica letteratura Russa.(si, lo so che potrete pensare che è pesante…ma a me piace!)

Ah, insomma…Quante risposte, quante rivelazioni. Questa è e sarà sempre la storia più attuale che sia mai stata scritta, quella che non ha mai finito di dire ciò che aveva da dire.

LE CAUSE DEL CALO DI INTERESSE PER I LIBRI

” Giro d’affari da 3,7 miliardi di euro, 581 mila titoli commercialmente vivi, 2.900 case editrici. Sono questi i numeri che disegnano il perimetro del settore librario in Italia nel 2007: un mercato che, seppur ancora in crescita, ha mostrato però segni di cedimento. Nei primi mesi del 2008 infatti le vendite hanno registrato un calo dello 0,1% a marzo e del 3,4% ad aprile. Non solo: resta il fatto che gli italiani leggono poco e che il numero dei lettori si sta progressivamente riducendo.”

Ecco una delle notizie sostanziali della giornata, in rete. Da lettrice assidua, cerco di  mettermi nei panni della gente in maniera diversa, per capire cosa possa spingere i lettori a leggere di meno. Sicuramente il prezzo dei libri ha il suo peso, specialmente per i ragazzi e i giovani, e tutto sommato non è difficile al giorno d’oggi trovare libri usati, oppure di collane economiche, o andare in biblioteche dove la lettura è totalmente gratuita. Un altro problema che mi viene in mente è il tempo disponibile per la lettura, ma anche per quello ho delle remore, perché una mezz’oretta al giorno per la lettura non manca a nessuno, anche solo un paio di paginette sono sempre ben spese.
Con più  probabilità il calo di interesse nel prodotto librario non è una questione né economica né di tempo, perché di soldi e tempo per cellulari, auto e cosmetici c’è sempre, per chi può e sa spendere. Il punto è la mancata visione conoscitiva del libro.
Se si considera che il mezzo per conoscere più usato da tutti, che favorisce la pigrizia, è la tv, è facile capire  come a nessuno venga voglia di scomodarsi a sfogliare delle pagine. Come sempre, è il sostrato culturale che fa la differenza, cioè gli insegnamenti che ci vengono inculcati da ambiente e persone che ci circondano, connessi anche alla capacità di voler conoscere sempre più cose del mondo in cui si vive.
Se manca questa spinta alla conoscenza, è inutile intestardirsi con ogni altro tipo di spiegazione che giustifichi il ribasso.
E’ anche vero che nelle scuole, dove si dovrebbe impartire l’amore per i libri e soprattutto per la conoscenza, si impongono letture totalmente inadatte ai giovani. Mi spiace doverlo dire ma è ciò che ho sempre pensato: far leggere Manzoni e Foscolo alle elementari non ha alcun senso. Così come non ha senso far sviscerare ai ragazzini poesie di alto contenuto storico, intellettuale e artistico, se prima non si è insegnato loro a capire cosa sia la storia, l’arte e l’intelletto. Basti pensare che solo un bambino su dieci, per fare un esempio, può sviluppare in sé un processo di acquisizione di questi concetti perché predisposto. Gli altri, non predisposti, devono essere avvicinati in maniera migliore, più tenera, all’apprendimento delle categorie conoscitive.
Bisognerebbe individuare i gusti e le passioni dei giovani, per poterli mettere sulla giusta strada della lettura, certi che crescendo essi sapranno affiancarla a tutte le pratiche moderne di conoscenza come tv e pc. Non è necessario che si escludano, ma che si affianchino dolcemente.
Penso alle leggi della biblioteconomia di Ranganatan: – Ad ogni libro il suo lettore, e ad ogni lettore il suo libro! –
E soprattutto capire che comprare e leggere libri non rimbambisce la mente, come in molti pensano, esclamando che il tempo va usato per cose costruttive come produrre, lavorare e costruire, perché i libri aprono la mente, e se una persona ha la mente aperta, allora si che arriva lontano!