SE QUESTO E’ UN UOMO – PRIMO LEVI

Durante la giornata della memoria, da poco trascorsa, viene puntualmente citato il romanzo di Primo Levi, Se questo è un uomo. Nella fattispecie, gira in rete o sui blog e un po’ ovunque, la poesia con cui il romanzo si apre, quella che dice

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.

Penso che sarebbe interessante, oltre che fermarsi a pensare al senso di questa poesia, anche riflettere su altri contenuti del romanzo, che mettono in luce una serie di riflessioni, non necessariamente strettamente legate al discorso della guerra e dei campi di concentramento. Considerate che Primo Levi non nasce come scrittore o intellettuale nel senso che siamo abituati a intendere noi. Anzi, era laureato in chimica e fu catturato e mandato nel lager perché faceva il partigiano e perché di origini ebraiche. Quindi tutto era fuorché uno scrittore: era un uomo che combatteva, e si occupava di materie scientifiche. Ciò nonostante aveva una grandissima formazione umanistica, era un grande lettore, e questo lo si evince da due cose nel suo romanzo: le continue citazioni letterarie che fa, quando parla degli orrori della guerra, dove cita Dante spesso, sfidandolo a giurare di non aver visto più inferno del suo. E poi per un elemento che contraddistingue da sempre i grandi lettori, ovvero ciò che mi interessa narrarvi oggi: l’analisi dei personaggi e dei caratteri umani da lui davvero incontrati mentre si trovava ad Auschwitz. Infatti, essendo Levi “scampato” a una sorte tragica, quella subita da milioni di persone prima e dopo di lui, delle camere a gas, egli sopravvisse nel campo per più di un anno, barcamenandosi come poteva, grazie ai rapporti interpersonali che riuscì a instaurare.

Non crediate infatti che trovarsi in un campo di concentramento abbia spinto, per natura, tutti gli uomini a essere solidali tra loro. In realtà, la situazione che egli descrisse era davvero diversa. Levi si accorse subito che anche tra i prigionieri si scatenavano vere e proprie lotte di classe, una guerra per la sopravvivenza che non guardò in faccia nessuno, specialmente il più debole. Le analisi che fece degli uomini che incontrò mentre si trovava nel lager, sono spiazzanti e mettono in luce fino a che punto può arrivare la spietatezza umana. Non soltanto quella delle SS, che ci sembra a questo punto assodata e scontata considerate le note atrocità da loro commesse. Ci riferiamo proprio al clima di tensione che che si instaurò fra prigionieri.

Secondo i racconti di Levi, infatti, chi sapeva parlare più lingue era considerato vincente: poteva comunicare con più persone. Chi non capiva niente, veniva schiacciato e nessuno si prendeva la briga di tradurgli o spiegargli le cose, perché più persone capiscono gli ordini e più ne sopravvivono, dunque c’è meno spazio cibo e aria per tutti. Molto spesso, non capire un ordine da parte di un soldato, significa venire torturato, arrivare tardi quando si distribuivano abiti o cibo, rischiare di essere scambiati per malati e mandati alla camera a gas.

Inoltre, tutti si dedicavano all’arte del furto. Si rubava di tutto: scarpe, bottoni, ago e filo, cappello, cibo. All’interno del campo era in vigore un vero e proprio mercato nero dello scambio, che le SS facevano finta di non vedere, dove a fare da padroni erano sempre greci e polacchi, descritti da Levi come i due gruppi sociali più potenti e forti, quelli che detenevano più diritti e riuscivano ad avere privilegi anche tra i prigionieri. Inutile dirvi che considerazione avevano per gli italiani… che infatti morirono quasi tutti. Levi si salvò perché superò un esame di chimica e fu ammesso a lavorare nella Buna, il laboratorio di gomma sintetica del campo di concentramento. Dove per altro non si produsse mai nulla di utile.

Continuando a leggere le analisi psicologiche di Levi scopriamo che, durante le ore di lavoro, al freddo e al gelo, con abiti non adatti o troppo leggeri, i prigionieri più forti e in forze evitavano i prigionieri deboli, per non fare il doppio lavoro. I deboli venivano schiacciati dalla troppa fatica, abbandonati al loro destino e picchiati dalle SS. Nessuno li aiutava, nessuno aveva interesse a farlo.

La percentuale di gente fuori di testa era molto alta, sia tra le SS che tra i prigionieri. Si intende proprio persone con problemi mentali. Questi spesso troneggiavano e spadroneggiavano all’interno di un sistema malato, dove quanto più tu tentavi di essere normale e di eseguire gli ordini alla lettera, meno duravi all’interno del lager. Levi analizza le vicende di un prigioniero, ritenuto da tutti insano di mente. Egli, all’interno del lager, riusciva in tutto, la sua chiara follia gli consentiva di sopravvivere in un mondo di deboli e di soprusi. Con sorpresa, Levi ci informa che quello stesso uomo, nella vita reale e civile, sarebbe stato probabilmente uno dei tanti internati in un manicomio psichiatrico. Pensare di riportare all’interno di un campo di concentramento la morale lavorativa civile e l’ordine umano da noi comunemente accettato era impensabile: non saresti durato un mese. Ciò di cui Levi si sconvolge, ma che comprende col passare del tempo, è come l’uomo perda di umanità in situazioni di stremo e di miseria. Come l’antico detto homo homini lupus sia assolutamente vero. Solo nelle battute finali della prigionia, quando finalmente i russi si approcciano al lager e respingono la controffensiva tedesca, Levi riscontra come l’umanità tra prigionieri sia tornata a risorgere, assieme alla speranza di poter forse sopravvivere alla tragica esperienza del campo di concentramento. Ecco dunque i prigionieri francesi affaccendarsi per accendere una stufa per i malati, altri che condividono informazioni su dove si trovano verdure e patate all’interno del lager ormai bombardato, abbandonato e allo stremo, dove si aggirano solo poche decine di morti viventi, tra cumuli di cadaveri in putrefazione, abbandonati al loro destino senza nome né ricordo.

Dopo la sua esperienza nel lager, Primo Levi è tornato a casa dalla sua famiglia. Si è sposato, ha scritto tantissime altre opere, ha lavorato come chimico. Solo dopo tantissimi anni, quando ne aveva circa 80, è morto misteriosamente. Ritrovato senza vita ai piedi di una scalinata, lasciando il dubbio a biografi e persone che lo conoscevano, che non si sia trattato di una caduta bensì di un suicidio. Lungi da me dare opinioni in merito: credo che il mistero non sarà mai del tutto rivelato, poiché l’unica persona che avrebbe potuto darci una risposta soddisfacente, non c’è più per poterci parlare.

Che sia morto per sua decisione o no, riuscite però a immaginare una vita vissuta sapendo esattamente cosa è davvero l’animo umano? Cosa c’è davvero dietro l’illusione di un rapporto umano, di un affetto, di una comune convivenza cittadina? Come si può regredire da una simile consapevolezza e fingere di vivere? Quante volte abbiamo visto telefilm e film durante i quali, a causa della solita catastrofe di turno, gruppi umani si fanno guerra per la sopravvivenza? Eppure questo non basta per capire cosa ha potuto sperimentare quest’uomo, e tanti come lui, sulla loro pelle. Dopo aver letto il suo resoconto, il suo memoriale, mi è rimasto impresso questo interrogativo. Quanto possiamo davvero consapevolmente illuderci di non essere soli, nel mondo in cui viviamo? Basta davvero il venir meno della speranza o del benessere civile e delle comuni leggi dell’ordine, per farci sprofondare ad uno stato di tale disumanità? E perché, anche in quel frangente, nonostante fossero in numero ridotto, alcune persone avevano ancora la forza di donare, fosse anche solo un patata o una parola di conforto, tutto ciò che avevano in cambio di niente? Cosa si celava nell’animo di questi pochi uomini, di queste mosche bianche?

Ecco, dunque, il potere di questo romanzo. Non solo testimonianza, ma parole e riflessioni che non termineranno mai di scatenare in noi domande e timori. Anche se i campi di concentramento sono stati abbattuti, anche se sono passati anni e le nuove generazioni si convincono che tutto questo è accaduto un tempo, ma non accadrà mai più. E che dunque è meglio dimenticare o ignorare. Ma è davvero così? O forse tutto potrebbe accadere ancora, anche se in modalità diverse? Non siamo forse noi gli stessi uomini, fatti della stessa pasta e tempra degli uomini che erano rinchiusi in quei lager? Non siamo forse noi persone che ruberebbero per fame, ucciderebbero per sopravvivere, fingerebbero di non capire per non dover spiegare agli altri come si sopravvive?

Se ne evince, con molta chiarezza, come mettendo da parte il contesto storico, resti la nuda e tragica verità su cosa siamo, motivo per cui questo la gloria e l’importanza di questo romanzo, come tanti altri che portano testimonianza di quegli anni e di quelle esperienze di non vita, non potrà mai tramontare.

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IL CARDELLINO – DONNA TARTT

Ogni volta che entrate in libreria lo vedete. Il Cardellino vi fissa dallo scaffale o dal ripiano, sfolgorante nella sua copertina bianca. Enorme e imponente, nelle sue novecento e passa pagine fitte. Intrigante, con quel musetto di uccellino che spunta dallo squarcio. E ripensate a tutte le recensioni che avete letto in merito, ai pareri positivi, al tanto parlare a proposito di questo romanzo che da tempo vorreste leggere, ma non avete ancora avuto il coraggio di prendere in mano. Se state cercando forti motivazioni per iniziare a leggerlo, ve le fornisco io.

Questa non è la prima né l’ultima recensione che vi capiterà di ascoltare su questo romanzo, tuttavia volevo parlarvene lo stesso perché mi è piaciuto davvero. L’ho letto in gran parte in aereo, mi ha aiutata a non pensare a quanto sono spaventata dal volo. Inoltre, tra le tante tematiche di cui si parla nella storia, una in particolare mi ha colpita e segnata.

Nel Cardellino, leggiamo la storia della vita di Theo Deckar. Questo ragazzino perde la madre giovanissimo. Entrambi si trovano coinvolti in un attentato terroristico al Metropolitan Museum di NY, nel quale lei perde la vita. L’incidente viene narrato immediatamente dal personaggio, in una sorta di lunghissimo flashback colmo di memorie, e si può considerare non tanto come l’evento centrale della vita di Theo, quanto il momento in cui la linea retta e prevedibile della sua esistenza comune subisce una brusca deviazione imprevista. Deviazione che lo costringe, in parole povere, a inventarsi una nuova vita, a costruirsi una identità prima del tempo.

Infatti, la vita di Theo, da quel momento in poi, non è paragonabile a quella di un bambino normale. Privato della sua figura genitoriale cui era profondamente legato per istinto, affetto e per comunanza di sensibilità, Theo è costretto a riadattarsi alla vita, dopo la grande perdita, con strumenti del tutto nuovi e impensati. Paradossalmente, lo strazio e l’instabilità che contraddistinguono il suo percorso di vita, sballottato tra persone che devono occuparsi di lui e persone che vogliono occuparsi di lui, gli aprono le porte di riflessioni nuove. In parole povere, grazie al dramma della perdita della madre, Theo acquisisce un nuovo sguardo sul mondo. Disincantato, forse velato di costante malinconia e solitudine, ma anche profondamente attento ai dettagli, alle coincidenze e al senso nascosto delle cose.

Ecco come appunto, su tutto il percorso di vita che egli vive, si staglia l’ombra eterna della madre, in cui egli trova la perfetta origine del proprio sentire, della propria dolcezza naufragata in un mondo che rende tutto difficile. Lì, si staglia anche l’ombra di un quadro, il Cardellino (dipinto realmente esistente, ad opera di Vermeer), che il bambino trafuga dal museo, poco dopo l’esplosione della bomba, su suggerimento di un uomo col quale ha occasione di scambiare parole in attesa dell’arrivo dei soccorsi.

Questi due eventi diventano per lui il cuore pulsante dell’esistenza. La madre, eterna fonte di luce e speranza, la sua assenza dolorosa che si sostituisce a lei, e il quadro come ombra oscura, un fulcro di sensi di colpa e di occasioni di toccare con mano il peccato, che portano Theo su una strada spesso costellata di bugie, eccessi e sbando. Una via però sempre vissuta all’insegna del senso. Del sentimento. Del percepire la verità delle cose, i motivi delle azioni del prossimo, sino alla grande rivelazione conclusiva, tanto ambita dall’umanità intera, sul senso della vita.

Per fare questo, Donna Tartt si serve di tanti stratagemmi narrativi eccellenti. Descrizioni minuziosissime, impeccabili. Mai noiose. La mole di pagine è dovuta proprio a questo. Abilmente inframezzate nella storia sono le descrizioni dei sentimenti dei personaggi che Theo incontra. Amici, amori, maestri, confidenti e anche nemici. Veri e propri ritratti umani in un romanzo che è anche una ottima occasione per la Tartt per parlare di arte e del senso dell’arte per la vita umana.

Così, a mo’ di esempio, mi ha colpito tra i tanti stratagemmi, quello in cui attraverso gli occhi attenti di Theo, ci troviamo a veder descritti i personaggi non solo tramite il loro abbigliamento, ma tramite l’arredamento delle loro case o uffici. Addirittura citando per esteso titoli di libri contenuti nelle librerie dei personaggi. Occasione per comprendere immediatamente e con un colpo di genio, che tipo di personaggio ci troviamo a conoscere, così come faremmo con un nuovo amico del quale dovessimo trovarci a sbirciare i libri nella sua stanza.

Devo proprio dire, tanto per far salire la curiosità, che il finale di questo romanzo vale da solo l’acquisto e la lettura dello stesso. A voi la scelta di intraprendere questa lettura per arrivare ad assaporarlo e conoscerlo. E’ un libro che richiede impegno, ma non fatica. E che alla fine ripaga del tempo speso e non ti lascia con un senso di vuoto, ma con la consapevolezza reale di aver letto un romanzo che resterà nel tempo. Le cui parole si sedimentano nel cuore e non vanno più via. A dimostrazione di ciò, vi dico solo che ho finito di leggerlo alla fine di settembre e tuttora ne ricordo chiaramente ogni singolo elemento, il calore e la vita che il personaggio di Theo emanava mentre mi infilavo nei suoi panni per leggere la sua storia. Non perdete l’occasione di vivere anche voi quest’esperienza.

ASTROLOGIA PER NEGATI – RAE ORION

Volevo recensirvi questo libro che ho comprato proprio ieri, per altro con un forte sconto del 25%, perché è davvero molto simpatico.
Astrologia per negati non è, come si potrebbe pensare di primo acchito, un libro sul tema costruito apposta per smontare la materia, né tanto meno un libro destinato ad essere facilmente compreso e a lasciare nella mente del neofita di astrologia strambe intuizioni a proposito della mia amata materia esoterica. Piuttosto è un ottimo inizio per chi vuole apprendere le basi dell’astrologia, e iniziare a capire finalmente che gli oroscopi redatti da giornali e tv non sono affidabili per determinati e precisi motivi che in questo libro vengono trattati con semplicità, efficacia ed ironia.

Il libro in questione snocciola elegantemente tutti i punti conosciuti dell’astrologia. Analizza in maniera lucida i segni zodiacali, e mostra finalmente al lettore digiuno in materia l’idea e la realtà che il vero oroscopo di ognuno di noi non si redige solo tramite la posizione solare, o segno zodiacale, ma anche tramite lettura di tutti i pianeti nella posizione in cui erano al momento della nascita.
Ampliata in questo modo la visione del lettore, accompagna in maniera dolce e semplice il neofita verso la redazione e l’interpretazione di un tema natale, suggerisce siti internet che possono aiutare nello scopo, e insegna con sapienza e saggezza a servirsi dell’astrologia non come di una materia che soggioga le vite, rendendole schiave di un disegno supremo ( falsa concezione che si è sviluppata tramite un erroneo approccio con i dati astrologici proveniente dalla cultura classica), ma come uno strumento nelle mani dell’uomo per ottenere, oltre a quella che possiamo determinare come esperienza di vita, un ennesimo piccolo ma efficace strumento di comprensione delle cose e delle persone che ci circondano. Perché lasciare qualcosa di incompreso nella nostra vita non è mai positivo, e se l’astrologia si pone in maniera attiva nell’aiutarci a trovare qualche mattoncino in più, allora ben venga lo studio di essa così come di tante altre materie che nella vita ci aiutano a conoscere il mondo e le relazioni umane.
Consigliato quindi a chi non conosce l’astrologia, se non quella dei giornali, ma vuole approfondire in maniera basilare e completa i suoi elementi essenziali. E consigliato anche agli astrologi professionisti perché è divertente, e nella sua logica sa essere più concreto di molti altri testi seriosi che fanno tanti giri di parole e non approdano a nulla!