IL CARDELLINO – DONNA TARTT

Ogni volta che entrate in libreria lo vedete. Il Cardellino vi fissa dallo scaffale o dal ripiano, sfolgorante nella sua copertina bianca. Enorme e imponente, nelle sue novecento e passa pagine fitte. Intrigante, con quel musetto di uccellino che spunta dallo squarcio. E ripensate a tutte le recensioni che avete letto in merito, ai pareri positivi, al tanto parlare a proposito di questo romanzo che da tempo vorreste leggere, ma non avete ancora avuto il coraggio di prendere in mano. Se state cercando forti motivazioni per iniziare a leggerlo, ve le fornisco io.

Questa non è la prima né l’ultima recensione che vi capiterà di ascoltare su questo romanzo, tuttavia volevo parlarvene lo stesso perché mi è piaciuto davvero. L’ho letto in gran parte in aereo, mi ha aiutata a non pensare a quanto sono spaventata dal volo. Inoltre, tra le tante tematiche di cui si parla nella storia, una in particolare mi ha colpita e segnata.

Nel Cardellino, leggiamo la storia della vita di Theo Deckar. Questo ragazzino perde la madre giovanissimo. Entrambi si trovano coinvolti in un attentato terroristico al Metropolitan Museum di NY, nel quale lei perde la vita. L’incidente viene narrato immediatamente dal personaggio, in una sorta di lunghissimo flashback colmo di memorie, e si può considerare non tanto come l’evento centrale della vita di Theo, quanto il momento in cui la linea retta e prevedibile della sua esistenza comune subisce una brusca deviazione imprevista. Deviazione che lo costringe, in parole povere, a inventarsi una nuova vita, a costruirsi una identità prima del tempo.

Infatti, la vita di Theo, da quel momento in poi, non è paragonabile a quella di un bambino normale. Privato della sua figura genitoriale cui era profondamente legato per istinto, affetto e per comunanza di sensibilità, Theo è costretto a riadattarsi alla vita, dopo la grande perdita, con strumenti del tutto nuovi e impensati. Paradossalmente, lo strazio e l’instabilità che contraddistinguono il suo percorso di vita, sballottato tra persone che devono occuparsi di lui e persone che vogliono occuparsi di lui, gli aprono le porte di riflessioni nuove. In parole povere, grazie al dramma della perdita della madre, Theo acquisisce un nuovo sguardo sul mondo. Disincantato, forse velato di costante malinconia e solitudine, ma anche profondamente attento ai dettagli, alle coincidenze e al senso nascosto delle cose.

Ecco come appunto, su tutto il percorso di vita che egli vive, si staglia l’ombra eterna della madre, in cui egli trova la perfetta origine del proprio sentire, della propria dolcezza naufragata in un mondo che rende tutto difficile. Lì, si staglia anche l’ombra di un quadro, il Cardellino (dipinto realmente esistente, ad opera di Vermeer), che il bambino trafuga dal museo, poco dopo l’esplosione della bomba, su suggerimento di un uomo col quale ha occasione di scambiare parole in attesa dell’arrivo dei soccorsi.

Questi due eventi diventano per lui il cuore pulsante dell’esistenza. La madre, eterna fonte di luce e speranza, la sua assenza dolorosa che si sostituisce a lei, e il quadro come ombra oscura, un fulcro di sensi di colpa e di occasioni di toccare con mano il peccato, che portano Theo su una strada spesso costellata di bugie, eccessi e sbando. Una via però sempre vissuta all’insegna del senso. Del sentimento. Del percepire la verità delle cose, i motivi delle azioni del prossimo, sino alla grande rivelazione conclusiva, tanto ambita dall’umanità intera, sul senso della vita.

Per fare questo, Donna Tartt si serve di tanti stratagemmi narrativi eccellenti. Descrizioni minuziosissime, impeccabili. Mai noiose. La mole di pagine è dovuta proprio a questo. Abilmente inframezzate nella storia sono le descrizioni dei sentimenti dei personaggi che Theo incontra. Amici, amori, maestri, confidenti e anche nemici. Veri e propri ritratti umani in un romanzo che è anche una ottima occasione per la Tartt per parlare di arte e del senso dell’arte per la vita umana.

Così, a mo’ di esempio, mi ha colpito tra i tanti stratagemmi, quello in cui attraverso gli occhi attenti di Theo, ci troviamo a veder descritti i personaggi non solo tramite il loro abbigliamento, ma tramite l’arredamento delle loro case o uffici. Addirittura citando per esteso titoli di libri contenuti nelle librerie dei personaggi. Occasione per comprendere immediatamente e con un colpo di genio, che tipo di personaggio ci troviamo a conoscere, così come faremmo con un nuovo amico del quale dovessimo trovarci a sbirciare i libri nella sua stanza.

Devo proprio dire, tanto per far salire la curiosità, che il finale di questo romanzo vale da solo l’acquisto e la lettura dello stesso. A voi la scelta di intraprendere questa lettura per arrivare ad assaporarlo e conoscerlo. E’ un libro che richiede impegno, ma non fatica. E che alla fine ripaga del tempo speso e non ti lascia con un senso di vuoto, ma con la consapevolezza reale di aver letto un romanzo che resterà nel tempo. Le cui parole si sedimentano nel cuore e non vanno più via. A dimostrazione di ciò, vi dico solo che ho finito di leggerlo alla fine di settembre e tuttora ne ricordo chiaramente ogni singolo elemento, il calore e la vita che il personaggio di Theo emanava mentre mi infilavo nei suoi panni per leggere la sua storia. Non perdete l’occasione di vivere anche voi quest’esperienza.

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LEGGERE IL GRANDE GATSBY – UN’ESPERIENZA

great-gatsby-cover2Difficile dire qualcosa di originale su un libro così tanto amato e letto come lo è il Grande Gatsby di Fitzgerald.
E’ pur vero che ogni lettura coinvolge il singolo lettore in modo unico e irripetibile al mondo. Quindi, se anche ogni lettore di questo celebre romanzo si mettesse a tavolino a scrivere qualcosa, un pensiero, una riflessione da esso scaturita, otterremo così tante storie e pareri diversi da esserne secondo me sorpresi.
Ebbene, questa è la mia esperienza e mi accingo a condividerla con voi, sperando che vogliate fare lo stesso se, come me, lo avete amato. Ma anche se non vi è piaciuto affatto.

La storia è nota, impreziosita anche dal film in cui Gatsby è interpretato dal magnifico Leonardo Di Caprio.
Ma cosa mi ha detto esattamente questo romanzo quando, con un sospiro rassegnato, sono giunta all’ultima pagina?
Ho immediatamente pensato a quella che, ai miei occhi, si palesa come la punizione del destino per coloro che restano legati a un sogno che ha le sue radici nel passato. A tutti noi è successo. Specialmente se parliamo di un sogno tanto banale quanto irripetibile chiamato amore.

Gatsby era innamorato di questa donna, Daisy. Non possedendo le ricchezze necessarie per riuscire a far parte del suo mondo, non riesce a trattenerla a sé. E Daisy si sposa con quello che, tra i tanti pretendenti, riesce per spirito e carattere a prendersi sempre ciò che vuole.
Dinanzi all’evidenza, ovvero dinanzi al fatto che la donna che amavi ha deciso di non aspettarti, di non aspettare che tu facessi carriera o che tentassi di mettere da parte una certa somma di denaro, tu uomo con dignità, faresti bene (come in molti farebbero e hanno fatto) ad andare per la tua strada, a dimenticare questa persona.
Una donna che avrebbe potuto attenderlo e non lo ha fatto. Che avrebbe potuto rischiare, a sua volta, di credere in quel sogno quando ancora esso esisteva nel presente, e non ci ha creduto. Certo, rischiare implica la consapevolezza di poter perdere tutto e rimanere con sabbia e polvere tra le mani. Ma Daisy decide che non è il caso. Si sposa, pur non dimenticando Gatsby, pur vacillando il giorno del suo matrimonio, incapace di cogliere il senso di squilibrio donatole da una proverbiale sbronza, per capire di essere in procinto di farsi sfuggire non un sogno.
Ma IL Sogno. L’Amore.

Ma in effetti nessuno di noi può dire amore, se non lo ha vissuto. E sin tanto che l’amore resta solo un progetto mai messo in atto, una costruzione della mente abbellita di emozioni e baci rubati al chiar di luna, sono in pochi ad avere le forze di mantenersi stretti alle immagini del proprio cuore e a voler andare avanti, a voler procedere per fare il balzo. Da sogno a realtà. Da emozione a responsabilità.

Così, tramite gli occhi di Carraway, cugino di Daisy, assistiamo a cosa ha guadagnato Daisy da questa scelta. Un marito gretto e non particolarmente colto. Certo, ricco e di successo. Ma incapace di porre un freno ai propri istinti e incline al tradimento. Daisy ci ha guadagnato una figlia, che appare nel romanzo per un breve istante, tra le mani della classica tata, scomparendo con essa nell’oblio di una stanza segreta di una grossa villa da ricconi, privata già nei primi anni della sua vita dell’amore genitoriale. Senza parole.
Daisy è annoiata, stanca, sola. Sa di essere tradita e non riesce a fare molto più che gettare ciniche frasi nel vuoto o starsene seduta su un divano, al vento di un giardino dinanzi al mare, a lanciare sentenze su quanto sia meglio essere donne stupide. Perché le donne stupide, si sa, sono più felici.

No cazzo, Daisy. No. Scusami, ma questa frase te la potevi risparmiare.

Ma ecco che ricompare Gatsby. O meglio, ricompare nella sua vita. Lui è lì da tempo in realtà, a poca distanza da lei. Ha comprato una mega villa per poterle stare vicino, vederla, sognarla, amarla da lontano. Perché Gatsby alla fine, anche se in modi non proprio chiari (che saranno chiari, si sa, alla fine) è riuscito a dare una svolta alla sua vita, a costruirsi una nuova identità che, anche se non è vera, è affascinante. Ed è parte del sogno che quest’uomo ha voluto costruire, per amore di questa donna.

Gatsby, grazie all’amico Carraway, ottiene finalmente l’agognato incontro con Daisy.
E’ subito scintilla. Lui, emozionato, attendeva l’incontro da anni. Noncurante che lei sia sposata o che abbia una figlia, è certo che la donna ancora lo ami ed è pronto, in barba alla solita dignità, a riprendersela anche subito, anche se lei gli ha palesemente preferito un altro, pur di coronare il proprio desiderio di matrimonio (che palle!).

E qui, direi io, Gatsby fa bene. Io sono con lui. La vita è una, e va dedicata ai sogni. Anna Karenina ha lasciato Karenin, cazzo. Potrà farlo anche Daisy, no? Il matrimonio non è mica una gabbia eterna!
Mentre leggevo, sentivo il suo dolore, le emozioni che provava accanto a lei, il suo sogno di farla partecipe del suo essere, il suo disperato bisogno di amarla. Tutta quella tensione colma di ideale che aveva portato con sé in quegli anni, quella speranza… Sì, Gatsby è uno di noi. Un sognatore.

Purtroppo però, come capita a molti sognatori, l’oggetto del sogno, la figura incantata attorno alla quale si è costruito e innalzato tutto il castello di carte, non vale una emerita cicca.
Sì, perché, vedete, il sognatore è un abile artista, capace di rendere meraviglioso un campo di rovi, capace di trovare attraente anche il più triste dei temporali, in grado di trovare il bello e il vero anche nel cuore della persona più schifosa che ci possa essere sulla terra (che immancabilmente egli incontrerà). Purtroppo, il sognatore non è capace di fare una cosa: capire quando la persona che egli ama lo sta prendendo per il culo. Capire quando la persona che egli ama e della quale si fida è attratta più dalla sua capacità di sognare (che di per sé è l’antidoto alla noia), piuttosto che da lui.

Così Daisy, incapace di sbrigarsela da sola, di tirarsi fuori da sola dalla sua vita insoddisfacente, si appropria della bellezza donatale da Gatsby, per ubriacarsi per qualche giorno di emozione e di felicità gratuita. Dinanzi alla possibilità reale di lasciare il marito per Gatsby (o di lasciarlo e basta, perché no, visto che tanto…), riesce a dire nel giro di pochi minuti che sì, amava Gatsby e non il marito. E poi che li amava entrambi, e poi non si sa. Nella migliore delle pantomime da profumiera (come ha giustamente detto una mia amica).
E sulla scia di questa sua incapacità di decidere, di fare per una volta la mossa di chi crede in un futuro migliore, di chi crede a qualcosa che sia vagamente forte come l’amore, commette un atto atroce, che ben sappiamo. E che costa la vita, per una serie di incastri tragici, al povero Gatsby.
Che, da sognatore, viene letteralmente “travolto” e schiacciato dal proprio sogno.
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Finale magistrale. La tomba di Gatsby. 

Daisy non invia un telegramma.
Daisy non chiama.
Daisy parte in vacanza col marito.
Non sappiamo se avrà speso una lacrima per lui, nel silenzio della propria insoddisfazione. Ci piace crederlo. Ma io penso di no. Perché persone come lei sono la rovina dell’amore, la rovina del sogno. E non perché persone come lei non siano capaci di scegliere, di recidere. Perché anche il non coraggio è umano.
Bensì perché persone come lei sono in grado solo di appropriarsi del bello delle vite altrui, scaricandole quando la barca affonda, quando il gioco si fa difficile, quando non c’è più solo divertimento ma anche la possibilità di prendersi responsabilità. Perché una vita umana da amare e che venga amata è responsabilità, non solo un facile gioco di cuori e adrenalina.

Fanculo Daisy. E viva Gatsby. Davvero grande ai miei occhi, seppur talvolta bugiardo, seppur con le mani in pasta in affari loschi, seppur talvolta un po’ eccessivo. Perché negli occhi di questo personaggio io ritrovo il senso dell’amore totalizzante. E mi sento compresa in pieno in ciò che penso.

So soltanto che questo romanzo è arrivato nella mia vita troppo tardi, quando già avevo ampiamente capito qual è il prezzo dell’essere inguaribili sognatori. Qual è il prezzo del desiderare riportare il passato nel presente e risvegliarlo nel futuro. E’ la morte. Non necessariamente fisica. E’ morte come passaggio, trasformazione.
Dalla quale non si esce mai immutati.
E una parte di noi muore, sempre.

IL DIO DELLE PICCOLE COSE – ARUNDHATI ROY

Il dio delle piccole cose

Il Dio delle Piccole Cose

Come molti altri libri di cui ho parlato in precedenza, anche Il Dio delle Piccole Cose è uscito molto tempo fa, nel 1997, e ha già ricevuto i suoi giusti riconoscimenti, come il noto Booker Prize che ha consacrato la fama di Arundhati Roy come scrittrice affermata.
Purtroppo, a me non piace seguire molto il fattore novità per la scelta delle letture. Devo arrivarci coi miei tempi e spinta dal giusto stimolo.

In questo caso, tutto è nato quando ho rivisto questo romanzo in libreria questa estate e me ne sono sentita chiamata. Ho capito che era arrivato il momento di leggerlo e ho riscovato la vecchia copia che avevo comprato in edicola tempo fa. Ammetto di non essere molto esperta di letteratura indiana, ma conto di colmare questa lacuna. E questa lettura mi è sembrata un ottimo punto di partenza.

Il Dio delle Piccole Cose è la storia di una famiglia indiana, filtrata a più riprese dagli occhi dei due giovani discendenti, una coppia dizigotica di gemelli, un maschio e una femmina, Estha e Rahel. Il romanzo non si sofferma a narrare la storia delle vite dei due gemelli nel presente, quanto piuttosto utilizza il filtro della loro percezione ipersensibile per dipingere un quadro ben preciso della famiglia in cui sono cresciuti e dei legami da cui è costituita.

La storia si incentra attorno agli eventi collegati a un preciso episodio, coincidente con l’arrivo dall’Inghilterra, di una giovanissima cugina dei gemelli, di nome Sophia Mol. L’episodio viene trattato da più angolazioni ed è raccontato e ripreso non in ordine cronologico, bensì secondo una serie di sequenze che, ricomposte alla fine dalla mente del lettore come in un puzzle, danno vita all’epilogo.
Attorno a questo evento apparentemente felice, che smuove le attese della madre dei gemelli, Ammu, di suo fratello Chako, padre della bambina, desideroso di riprendere i rapporti con lei e con la sua ex moglie, si intrecciano i destini di tutti gli altri componenti della famiglia, specialmente di quelli femminili.

La trama visita con ampiezza di dettaglio e un inquietante senso di realtà le vite dei personaggi, ripercorrendone vicissitudini, scelte e prove di vita, snocciolando nel contempo sogni e desideri infranti di ciascuno di essi, non per ultima la madre dei due gemelli che diventa, ben presto, l’involontario personaggio protagonista dell’intera vicenda, schiacciata dalle leggi sociali del suo paese.

arundhati-new1La storia è drammatica, non c’è da illudersi. I dettagli inquietanti e purtroppo reali della condizione femminile della donna in India descrivono una panoramica che, ai miei occhi, è stata disturbante. Non sono estranea alle notizie di cronaca nera che spesso giungono da quelle regioni.
Il senso di abitudine alla sofferenza, al sacrificio e all’umiliazione che Arundhati Roy descrive tramite i suoi personaggi femminili è così radicato in questa cultura, che si evince chiaramente che la scrittrice non calca la mano su certe vicende di violenza solo perché in cerca di pathos per acchiappare il lettore. Purtroppo no. Sta descrivendo fedelmente la realtà del suo paese, cui lei non è estranea e per la quale attualmente combatte in prima linea, impegnandosi nella lotta per i diritti delle donne in India.
La condizione femminile vede qui ritratta una delle pagine più nere della letteratura contemporanea che la riguarda.

Il nodo sentimentale della trama che si svolge attorno alla figura di Ammu, rappresenta il desiderio della scrittrice di superare le barriere di casta che rendono irrimediabilmente difficili i rapporti sentimentali per una donna indiana. Desiderio che però non trova spazio nella realtà sociale ed è destinato a infrangersi brutalmente.

Sullo sfondo di questa storia drammatica, si muove il pantheon delle divinità indiane. La scrittrice non risparmia affascinanti narrazioni mitologiche che sfumano abilmente tra sogno e realtà, regalando al lettore la possibilità di fargli conoscere il kathakali, una forma espressiva di teatro-danza indiano, originaria dello stato indiano del sud del Kerala.
Il kathakali, di cui parlava se non erro anche Battiato in una sua celebre canzone, è una combinazione spettacolare di teatro, danza, musica e rituali che rimandano alle storia epiche indù, tratte dal Mahabharatha e dal Ramayana, i poemi epici indiani.

Le mie impressioni di lettura a caldo sono state forti. In quanto donna, nata e vissuta per molti anni nel sud Italia, posso ammettere senza ombra di dubbio che, sebbene qui da noi non sussista un sistema di caste predefinite come in India, molte situazioni sociali da noi vigenti possano essere in qualche modo paragonate.
Da una parte, mi sono trovata a leggere di queste donne incapaci non per volere, ma per via della società in cui sono immerse, di trovare libertà, emancipazione, autonomia e anche amore.
Mi ritrovavo sconvolta al pensiero che si potesse considerare normale una vita simile, quando palesemente nel resto del mondo, pur con tutti i problemi che riscontriamo anche nelle società occidentale, le cose sono già molto diverse.
Dall’altra parte, sentivo di capire il senso di frustrazione di queste donne indiane, la loro lotta vana contro una società che tende a relegarle in casa, a volerle sposate con uomini imposti, che impedisce loro di studiare perché lo studio è visto come una perdita di tempo.

Se ne evince dunque che la lettura di questo romanzo, sublime e realissimo, non è molto scorrevole. Non solo per via dei continui cambi di tempo che rendono difficile la comprensione della trama, se non superato un certo numero di pagine. Ma anche per via della profonda differenza culturale che rende un lettore occidentale naturalmente stranito di fronte a queste vicende.

Proprio per questo motivo, tuttavia, mi sento di consigliarne la lettura, in un momento di calma, a chi ancora dovesse avere questo romanzo nella lista dei libri da leggere.
Questa lettura non è solo un piacere, non è assolutamente un diletto estivo. E’ molto di più.
E’ storia pura e semplice, filtrata dagli occhi dei personaggi dipinti dalla Roy.
Personaggi che, in quanto rappresentazione storica di un intero popolo le cui storie giacciono in silenzio, troppo distanti da noi per poter essere udite, richiedono di essere compresi sino in fondo, con lentezza, e assaporati nella loro tragica essenza di fallimento e di perdita.

Questo è il Dio delle Piccole cose, il Dio della Perdita, come ci narra la scrittrice. Il profondo senso di disfatta del piccolo desiderio umano che si infrange contro cose più grandi di lui, incapace di vincere.

HORUS RISING – HORUS HERESY #1 – DAN ABNETT

Horus-RisingHorus Rising, scritto da Dan Abnett, scrittore e fumettista britannico, è il titolo di apertura della serie fantascientifica ispirata al noto gioco da tavolo Warhammer 40.000. Gli eventi del romanzo sono accaduti ben 10.000 anni prima di quelli del gioco ufficiale, durante l’epoca della Grande Crociata. Il romanzo descrive l’ascesa al potere di Horus, Primarca dei “Lunawolf” (una Legione di Space Marines) il figlio favorito dall’Imperatore della Terra.
L’imperatore lo ha recentemente nominato Warmaster, Signore della guerra, (comandante generale delle forze militari imperiali) e lo ha lasciato in carica della Crociata; successivamente ha deciso di fare ritorno sulla Terra, dove in relativo isolamento sta avviando un progetto segreto del quale anche Horus non è al corrente.

Gran parte del focus di questo romanzo è incentrato su Garviel Loken, capitano della Compagnia dei Lunawolf. Come tutti i suoi soldati, Loken è un Astartes, ovvero un soldato geneticamente modificato per condurre campagne militari molto violente e prive del coinvolgimento emotivo tipico degli umani.
Nonostante questo, Loken viene presentato sin dall’inizio come un uomo molto diverso dai suoi compagni, capace di soffermarsi su riflessioni importanti, di interrogarsi sul senso della Crociata portata avanti contro i popoli avversari.

A seguito della morte di un altro soldato, diventa membro del Mournival (un organo consultivo scelto da Horus di cui fanno parte quattro tra i migliori soldati). Il suo ingresso in questo gruppo così importante lo lascia perplesso e sin da subito i rapporti con gli altri tre Mournival si stabiliscono in maniera conflittuale, proprio per via di questo attitudine di Loken alla riflessione e all’acuta osservazione delle cose che gli accadono intorno.

Anche il suo rapporto con Horus è molto particolare: inizialmente Loken lo stima e venera, ma battaglia dopo battaglia impara a conoscere anche il suo lato oscuro da manipolatore e stratega, capace di collezionare successi, ma anche incassare sconfitte dovute alla propria ostinazione e al proprio desiderio di gloria.

Su un piano narrativo parallelo, si muovono diversi personaggi minori che fanno parte del gruppo dei remembrancers, ovvero i poeti i giornalisti e i fotografi che accompagnano i soldati della Crociata per narrare e glorificare le loro imprese. Loken è l’unico tra i soldati che si dimostra disponibile a raccontare il proprio vissuto e ad andare incontro alle difficoltà di questi uomini, che sono semplici umani.

Video-Games-Warhammer-Chaos-Warior-Fresh-New-Hd-Wallpaper-Con queste premesse, la trama del romanzo si focalizza sulla successione di guerre e conquiste di pianeti da parte dei soldati capeggiati da Horus, delle difficoltà che essi incontrano per annettere popoli che non sono a conoscenza del potere dell’Imperatore, né lo rispettano. Oppure crociate contro civiltà aliene, che vengono ritenute inferiori e quindi degne solo di essere sterminate. Allo stesso tempo, i rapporti delicati e intricati che si stabiliscono tra i vari soldati che sono al diretto comando di Horus, i suoi collaboratori, lasciano intravedere delle crepe in quello che dovrebbe essere un meccanismo oligarchico perfettamente funzionante, in realtà soggetto alle forze dell’imprevedibile e di quello che loro chiamano Chaos, una forza vigente nell’universo, della quale ancora troppo poco è noto, che spinge l’uomo a distruggere sé stesso e a boicottare ogni ipotetica situazione di armonia e di pace raggiunta da una civiltà.

Nonostante questa serie di romanzi sia nata per pubblicizzare un gioco e per creare un universo predefinito in cui ambientarlo, il primo romanzo della trilogia è davvero molto avvincente. Dan Abnett si preoccupa di non mostrare solo il lato guerriero ed eroico della vicenda, ma di mettere in luce il piano filosofico che si nasconde dietro la Crociata dei soldati di Horus. La riflessione principale è quella della giustezza di questa guerra che viene mossa contro popoli diversi e lontani da Terra, senza nessun rispetto per il senso delle altre culture o per le esigenze degli altri popoli.

Altro tema fondamentale è il profondo convincimento da parte dell’Imperatore e dei suoi seguaci, che il cosmo non si muova secondo leggi divine, che la religione, la magia e le altre pratiche esoteriche debbano essere bandite come fuorvianti, inutili a spiegare le motivazioni razionali che muovono gli eventi, anche quelli catastrofici e non pianificabili che vengono etichettati come eventi dovuti all’azione del Caos.

E’ presentissimo il tema della memoria storica e del ricordo delle imprese, che si ricollega direttamente alla produzione letteraria della civiltà imperiale, la quale spesso sembra tacere eventi e situazioni incorsi sia nel passato, ma anche all’interno di questo stesso romanzo, che non possono essere spiegati razionalmente. I rememebrancers tentano a loro modo di presentare la verità, ma sono troppo deboli e isolati nella loro ricerca artistica per riuscire a comprendere gli eventi senza ricorrere a spiegazioni irrazionali e spesso vengono censurati nei loro intenti.
Tutti questi elementi conducono, in un vortice di azione, al successivo romanzo della trilogia, False Gods, mentre tutti gli interrogativi aperti durante la narrazione di Horus Rising restano aperti e brucianti nella mente del lettore avido di risposte.

Horus Rising si presenta sin dalle prime battute come un romanzo per palati raffinati, degno non solo di essere letto dagli appassionati del gioco, ma anche dai lettori di fantascienza più incalliti ed esigenti.

FIORI PER ALGERNON – DANIEL KEYES

FlowersForAlgernonFiori per Algernon è un romanzo scritto da Daniel Keyes a seguito del grande successo ottenuto da un suo precedente racconto, omonimo, scritto nel 59.
Keyes decide di ampliarne la trama e le tematiche, creando così uno dei più bei romanzi di fantascienza che io abbia letto sino ad ora. Tanto è stato acclamato e osannato dalla critica da essere entrato di diritto a far parte dell’Olimpo dei classici mondiali, non solo in ambito fantascientifico.
Questo per un fattore molto semplice. Le speculazioni scientifiche in esso contenuto sono in realtà semplici pennellate, abbozzate e oggettivamente possibili nella realtà. Niente alieni dunque, o astronavi e nemmeno robot.

Un gruppo di scienziati sta portando avanti una segretissima sperimentazione che consentirà al cervello umano di ottenere progressi impensabili in fatto di acquisizione di conoscenze e competenze. All’inizio, il team di ricerca opera sul cervello di un topo da laboratorio, Algernon. Ottenuti buoni risultati, il team decide di sperimentare su un essere umano e scelgono un ragazzo trentenne con deficit di sviluppo cognitivo, la patologia neuropsichiatrica comunemente nota come ritardo mentale.
Il suo nome è Charlie Gordon.
Gli scienziati penano che se esiste un modo per valutare quanto la sperimentazione possa portare frutti concreti e duraturi nel tempo, ebbene questo modo è quello di valutare la rapidità e la natura dei progressi ottenuti sulla mente di un ritardato.
In nessun modo, però, l’apparato tecnico di questa sperimentazione viene spiegato, se non in certi passi del romanzo non rilevanti per la trama. Tutto resta sempre nelle sfondo, seppur nella sua concretezza, perché il vero fulcro e cuore della storia è proprio Charlie stesso.

Il romanzo infatti è scritto in prima persona.
A Charlie viene chiesto di compilare un report quotidiano nel quale annota e registra ciò che prova, ciò che pensa e comprende. Gli scienziati lo convincono a partecipare all’esperimento, facendogli notare che il suo gesto potrà essere di grande utilità alla scienza, ad altri ragazzi come lui e all’umanità intera. Lo inducono al sogno di una vita diversa da quella che vive, probabilmente migliore, fatta di comprensione e conoscenza. Gli illustrano la possibilità di fare di lui un uomo intelligentissimo, capace di imparare tutto ciò che mai prima d’allora è stato capace di imparare.
I giorni precedenti all’intervento, Charlie inizia il report (e con esso inizia il romanzo). E’ un ragazzo ingenuo e dai pensieri semplici, il report viene compilato in una lingua sgrammaticata e priva di una corretta sintassi. Ma subito dopo essere stato operato dal team di medici e psicologi che lo seguono in questa avventura, Charlie resta sbalordito nell’apprendere che è proprio la scrittura e la sua capacità di esprimersi e comunicare a cambiare.

c17beac91460164df7396774f878a84fc7f5349fLa tematica su cui ruota il romanzo è infatti quella della comunicazione tra esseri umani, una delle armi più importanti e potenti possedute dall’uomo. Charlie si imbarcherà nella sua  nuova vita, con le aspettative migliori e vedrà cambiare totalmente la percezione che ha del mondo che lo circonda. Dandogli la possibilità di conoscere non solo il mondo ma soprattutto sé stesso in un modo che mai gli era stato possibile prima. E spalancando una serie di porte sul proprio Io che egli non avrebbe mai immaginato esistessero…
Ma cosa succede quando ci si trova a comunicare a un livello differente dalla gente che ci circonda? E’ un pregio o un difetto riuscire a vedere il mondo per ciò che è, nei suoi dati essenziali e reali, nella pienezza delle sue possibilità? E ancora, cosa succede quando ci si ritrova in un mondo in cui sono gli altri a non vedere ciò che noi vediamo? Molti sono gli interrogativi che questo romanzo solleva, proponendo uno scenario interpretativo che lascia il lettore senza fiato e non risparmia punte di rabbia o di commozione. Motivo per cui il romanzo, a mio avviso, merita una lettura approfondita.

Purtroppo, credo non sia reperibile come cartaceo in Italia, sempre per quel misterioso motivo che impedisce alle case editrici di affidarsi con più sicurezza ai romanzi di fantascienza, specie a questo che è così famoso. E’ possibile però reperirne delle copie tramite l’usato online. Oppure leggerlo in Pdf, ma in una traduzione un po’ indie e non eccellentissima che è disponibile in rete. Meglio, secondo me, leggerlo in lingua originale, per potersi gustare al meglio l’ottimo lavoro linguistico fatto dallo scrittore per rendere l’idea delle trasformazioni subite dal cervello di Charlie.

GLI SCRITTORI DEL CREATIVE WRITING

In un precedente post ho sparato a zero sul Creative Writing.
Ma in realtà il mio sparare a zero, ormai l’ho capito, nasconde una malcelata invidia. Se ci fosse uno Corso di Laurea di Scrittura Creativa in Italia, io sarei stata la prima a seguirlo e, a ripensarci, quando mi iscrissi a Lettere, non avendo nessuno in famiglia che avesse mai frequentato l’università, ero certissima che all’interno del corso si sarebbe lavorato anche sullo scritto. Rimanendo poi irrimediabilmente delusa.

La mia invidia in merito scaturisce da due osservazioni. Primo, ogni città inglese dove sia sorta una università ha al suo interno un corso di Creative Writing. Ce ne sono tantissimi. Secondo, da quando mi sono messa a leggere letteratura britannica contemporanea non faccio altro che impallidire dinanzi alla bravura degli scrittori inglesi e dinanzi al fatto che tutti questi, stando al trafiletto informativo di copertina, hanno frequentato il Corso di Laurea in Creative Writing.

Due esempi lampanti sono i libri di cui vado a parlarvi.

The-Twins-ebookIl primo è THE TWINS di Saskia Sarginson. La storia di due gemelle dall’infanzia piuttosto movimentata che, una volta cresciute, vivono situazioni molto diverse. Una lavora in una agenzia di moda e perde il lavoro, l’altra è in ospedale e tenta di combattere l’anoressia. Il romanzo si incentra sui ricordi paralleli delle due donne, che ci aiutano a immergerci nel loro passato per capire le cause della loro vita attuale. Le due sorelle gemelle avevano vissuto in una casetta di campagna con la loro madre single e hippy (che le aveva concepite senza conoscere il nome del padre) e avevano stretto amicizia con un’altra coppia di gemelli, maschi, vivendo con loro avventure di ogni tipo, fuorché infantili.

Il romanzo è stato di difficile lettura perché sino a tre quarti di storia non avevo capito dove la scrittrice volesse andare a parare. Ma quando ho iniziato a intravedere la trama e quale sarebbe stato l’imminente svolgimento, tutt’altro che semplice e gestibile, delle memorie delle due sorelle, ho iniziato a leggere con frenesia assoluta. La Sarginson costruisce lentamente il carattere delle due sorelle, alterna i loro ricordi e traccia alla perfezione l’identità diversa delle due ma anche il loro legame indissolubile. E allo stesso tempo ti porta pian piano all’interno del dramma, nel cuore del racconto, e quando sei lì, un po’ confuso perché non riesci a capire cosa stia succedendo, ti getta addosso la botta definitiva. E lì, sei costretto a prenderti il tuo tempo e terminare il romanzo il prima possibile.

1427617Il secondo libro è NOW YOU SEE ME di Lesley Glaister, che attualmente insegna anche in un Creative Writing. Mentre il libro precedente l’ho rinvenuto in biblioteca, rimanendone colpita per la mia nota propensione per le storie di gemelli, questo romanzo l’ho scovato in un bookshop a York, nel reparto libri usati a una sterlina. Quando vedo libri usati e rivenduti mi chiedo sempre cosa abbia portato il precedente proprietario a disfarsene. E quando scovo tra i libri usati titoli che io adoro, mi rispondo che non può essere un motivo di gusto, ma forse solo di spazio o di regalo non gradito. Infatti alcuni, come la mia copia di Now you see me, sono totalmente nuovi, mai sfogliati.

Questo libro narra un segmento di vita di Lamb, una ragazza di vent’anni che vive di espedienti e per raccimolare un po’ di denaro fa le pulizie a casa di famiglie inglesi. Lamb è una ragazza molto disastrata, ha una vita per nulla facile. E’ scappata dall’ospedale in cui era stata ricoverata per autolesionismo, a seguito della morte dei suoi genitori. E da allora vive completamente sola, nascosta nella cantina di uno dei signori da cui fa le pulizie, ma a sua insaputa.
Mentre svolge il suo mestiere a casa di una delle clienti, la signora Banks, Lamb si imbatte in un ragazzo che apparentemente si è intrufolato in casa e del quale lei non era assolutamente a conoscenza. Il ragazzo, di nome Doggo, le intima di non dire alla signora Banks di averlo scovato in quella casa e scompare. Successivamente, sarà proprio lui a mettersi sui passi di Lamb, avvicinandosi a lei in cerca di un posto dove vivere. Anche Doggo è uno scapestrato, apparentemente senza casa né lavoro, e l’unica cosa che possiede sono due cani da cui non si separa mai. Tra i due nasce una difficile intesa, dovuta al fatto che entrambi i ragazzi sembrano essere due persone molto difficili e diffidenti, incapaci di narrarsi al prossimo con sincerità, incapaci di mostrarsi per quello che sono davvero. I loro destini si incrociano in un crescendo di situazioni drammatiche, nelle quali il lettore stesso viene a scoprire ciò che dei due personaggi non avrebbe mai immaginato.

Ecco, entrambi i romanzi sono stati per me davvero delle letture eccellenti, dei veri gioielli dell’intrattenimento. Specialmente il secondo, è scritto con una maestria assoluta. Il punto di vista in cui il lettore si immerge è quello di Lamb, e il modo in cui la scrittrice evoca i suoi pensieri, mi ha dato l’esatta misura del carattere del personaggio, pungente, poco femminile, ruvido e dotato di senso del sardonico.

Che dire dunque? Che questo Creative Writing sia davvero utile a chi abbia già intrapreso la carriera di scrittore? Continuerò le mie ricerche in merito, per capire se sono stata solo molto fortunata con questi romanzi o se c’è davvero una lezione da imparare in tutto questo!

Great Dinosaur Discoveries – Darren Naish

Utahraptor

Utahraptor

Sin da bambina ho sempre coltivato una grandissima passione per i dinosauri. Facevo di tutto per ricevere in regalo qualsiasi libro che parlasse di loro, della loro vita e delle nuove scoperte in campo paleontologico. Poi ho un po’ perso di vista questo mio interesse con l’avvento della scuola. Ma il mio amore per loro, mai spento del tutto, è sempre rimasto latente. Con questo volume sono venuta a conoscenza dei cambiamenti, piuttosto recenti, che ci sono stati in merito di classificazioni e di classi interne alla famiglia dei dinosauri. Le nuove tecnologie hanno consentito analisi più approfondite di quelle che furono eseguite sui fossili tra 1800 e 1900, e molte delle nozioni che davo per buone e scontate, sono in realtà state rivedute e corrette dai paleontologi moderni, primo fra tutti Ostrom.

Dilong Paradoxus

Dilong Paradoxus

A lui si deve buona parte del lavoro che ha portato alla ripresa degli studi di questi animali che, per molto tempo dopo la prima grande ondata di scoperte, furono ritenuti estinti senza soluzione di continuità e quindi poco interessanti da studiare. Oggi invece sappiamo che l’evoluzione di alcune linee appartenute alle specie di dinosauri più recenti ha portato all’evoluzione degli uccelli e che quindi i dinosauri non si sono estinti del tutto, ma semplicemente evoluti in forme diverse. Il libro è corredato di foto e disegni mozzafiato, di raffigurazioni antiche e moderne comparate, dal momento che anche la paleografia, l’arte di dipingere e raffigurare animali preistorici, si è dovuta adeguare alle nuove scoperte, correggendo così la forma, la postura, i colori dei dinosauri prima raffigurati in modo erroneo.

Lo consiglio vivamente a tutti gli appassionati di paleontologia, ai bambini, che saranno affascinati dalle immagini come lo ero io da piccola, e a chi voglia avere un quadro esauriente della vita e delle scoperte di questi magnifici animali, attorno ai quali esiste e per sempre esisterà un mistero magnetico che non avrà mai fine.